Nel 1956 il numero di emigrati italiani verso paesi esteri superò le 200.000 unità

Con il passare del tempo però, si ripresentarono negli ambienti di governo preoccupazioni e perplessità riguardo il futuro del paese. Si cominciarono a ripresentare motivi di forte instabilità; nel giugno del 1953 fallì la legge elettorale maggioritaria, intesa a premiare i partiti della coalizione governativa, e contemporaneamente la figura di De Gasperi venne a mancare, colui che aveva fermamente guidato il paese sulla via della democrazia. Ci si domandò fino a quando avrebbero continuato ad agire alcuni fattori che resero possibile la ricostruzione economica e la restaurazione delle finanze pubbliche; se non si fosse ormai esaurita la spinta nei confronti dell’economia italiana dal recupero nell’epoca post conflitto degli impianti non totalmente utilizzati, dalla ripresa dell’agricoltura e dall’aiuto straordinario apportato dai prestiti americani. A contribuire fortemente a destare perplessità e preoccupazioni era il disavanzo della bilancia commerciale, che registrava saldi positivi solo nei confronti della Germania occidentale e la Svizzera.
Frutto di queste perplessità fu lo “Schema Vanoni”, una politica di piano condivisa alla fine del 1954. Lo Schema varato mirava al raggiungimento di alcuni fondamentali obiettivi nel corso di un decennio e sulla base di una crescita media annua del prodotto interno lordo del 5 per cento. <33 Gli obiettivi fondamentali si possono riassumere nella creazione di quattro milioni di nuovi posti di lavoro nei settori extragricoli, la riduzione del divario fra Nord e Sud del paese e il raggiungimento dell’equilibrio nella bilancia dei pagamenti. Per raggiungere tali obiettivi si rendeva necessario un ingente volume di capitali per favorire l’aumento degli investimenti industriali tramite la formazione di importanti risparmi. Il tutto era particolarmente improbabile, per questo si fece leva sull’espansione dell’edilizia e dei lavori pubblici come principale elemento propulsivo al fine di aumentare l’occupazione, nonché su un massiccio intervento dello Stato al fine di diversificare l’allocazione territoriale delle risorse e di imprimere un impulso agli investimenti. Nel contempo, si sottovalutarono l’incidenza che avrebbero avuto gli aumenti della produttività del lavoro, gli effetti del progresso tecnologico e organizzativo e le economie di scala che si sarebbero generate dallo sviluppo della domanda. <34 Lo Schema Vanoni promuoveva perciò un processo di graduale evoluzione.
In quegli anni l’economia italiana giovò del cambiamento politico-economico, a ragione di chi riteneva che il Paese sarebbe cresciuto vertiginosamente con l’intensificazione degli sforzi a favore di un maggiore accesso a una più vasta area di scambi. La transizione dall’economia autarchica ereditata dal periodo fascista, ad un tipo di economia liberista improntata agli scambi commerciali con gli altri paesi, si stava gradualmente compiendo.
I benefici della liberalizzazione degli scambi
Analizzando la decisione italiana di procedere verso un tipo di economia aperta da un punto di vista puramente teorico, i benefici ricercati, come dimostrato nel corso degli anni, erano sostanzialmente quattro: libero scambio ed efficienza, economie di scala nella produzione, incentivi all’innovazione e all’apprendimento, e intensificazione della concorrenza. Come visto, i dati di crescita dell’economia italiana furono più che positivi, questo perché analizzando il primo beneficio, lo spostamento da un equilibrio con dazi, ad uno con liberi scambi, elimina la perdita di efficienza e accresce il benessere nazionale. Vedendo nello specifico il secondo punto, l’Italia beneficiando di economie di scala, oltre ad aver aumentato la quantità di scambi internazionali, poté giovare di una maggiore disponibilità di varietà a prezzi inferiori. Aumentando gli scambi esteri, l’industria italiana, ebbe la possibilità di misurarsi con le migliori economie occidentali, e ciò ovviamente portò indubbi incentivi all’innovazione e all’apprendimento. Inoltre, gli imprenditori locali sono stimolati a ricercare nuovi mercati per le proprie esportazioni e a difendersi dalla concorrenza delle esportazioni. Questi vantaggi del libero scambio sono spesso chiamati “dinamici”, dato che un’intensificazione della concorrenza e del ritmo di innovazione può richiedere più tempo per manifestare i propri effetti, rispetto all’eliminazione delle distorsioni nella produzione e nel consumo. <35
Vedendo nello specifico il caso italiano, l’età degasperiana, nel 1953, finì insieme al modificarsi dello schema di politica economica temperata che l’aveva contraddistinta. Subentrò a De Gasperi come presidente del Consiglio, in seguito alla sconfitta elettorale della Democrazia cristiana nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953, Giuseppe Pella. Pella, molto vicino a Luigi Einaudi, era un forte sostenitore del principio di libertà economica e, perciò, contrario all’interventismo statale, senza però disprezzare qualche lavoro pubblico dovuto ai sovrappiù prodotti dalle aziende. Da un certo punto di vista si potrebbe definire Pella un “monetarista”, in quanto assertore della teoria secondo cui con il controllo dell’offerta di moneta si sarebbe potuto controllare l’aumento del livello generale dei prezzi; i medesimi orientamenti erano condivisi anche da Donato Menichella, divenuto governatore della Banca d’Italia, in seguito all’elezione di Einaudi come presidente della Repubblica nel 1948.
Questo il quadro politico italiano. Italia che tra il 1955 e il 1963 conobbe una fase espansiva senza precedenti, anche se si ritiene che lo sviluppo industriale cominciò già dal 1953. Gli investimenti nell’industria manifatturiera fermi in media al 4,5 per cento del reddito nazionale lordo, salirono nel 1956 al 5,2 per cento, per poi culminare al 6,3 per cento tra il 1962 e il 1963. Il valore aggiunto passò invece nel decennio successivo al 1953, dal 20,6 per cento al 27,6 per cento. <36 Il prodotto dell’industria complessivamente si avvicinò a un indice pari al 47 per cento nella formazione del prodotto lordo privato, mentre il reddito nazionale crebbe con un saggio di aumento annuo del 5,8 per cento.
La bilancia dei pagamenti precedentemente in notevole disavanzo, registrò notevoli miglioramenti; da un disavanzo di 343 milioni di dollari nel 1952 si passò a un avanzo di 745 milioni nel 1959.
Attraverso questi miglioramenti ed altri fattori chiave nel processo di sviluppo industriale, l’Italia si inserì nel movimento ascendente dell’economia europea. Sul finire dell’anno 1962 il saggio di sviluppo italiano era inferiore solo a quello tedesco ed ampiamente superiore ai tassi di crescita di ogni altro paese dell’Europa occidentale. Già negli anni precedenti l’Italia aveva dato segnali di superbi miglioramenti, tant’è che nel decennio fra il 1950 e il 1961 il prodotto lordo nazionale registrò un aumento medio del 6,7 per cento. L’Italia grazie a questa miracolosa fase espansiva riuscì a ridurre sensibilmente il divario rispetto alle maggiori economie occidentali; ridusse il distacco di partenza che perdurava da fine Ottocento con l’Inghilterra, la Germania e la Francia, e superò economie migliori come quelle belga, olandese e svedese. Nel 1962, siderurgia, meccanica, chimica ed elettricità, i quattro settori principali del paese, rappresentavano in Italia il 16,1 per cento dell’offerta finale complessiva rispetto al 23,3 per cento in Germania e al 19,3 per cento in Francia.
Furono molti i fattori ad incidere in questa straordinaria espansione, avvenuta in una situazione di profitti crescenti, senza sensibili movimenti inflazionistici, e con un costante aumento del saldo dei conti con l’estero. Probabilmente il fattore dominante, al quale attribuire l’avvio del processo di rapido sviluppo degli anni Cinquanta, nonostante opinioni contrastanti, fu l’espansione veloce delle esportazioni, agevolata dalla progressiva liberalizzazione degli scambi. L’effetto trainante delle esportazioni, secondo alcuni invece, si vide in misura massiccia solo dopo il 1955. Tali esperti, come Silva, Targetti e Rey, osservarono che tale effetto appunto, agì solo su un numero limitato di settori produttivi (l’industria automobilistica, i prodotti petroliferi, alcuni prodotti tessili, le calzature, la gomma). Secondo questa teoria, a trascinare l’Italia sarebbe stata la spesa pubblica, soprattutto in agricoltura, nell’edilizia e nei trasporti. Negli anni più recenti, invece, esperti come Kregel e Grilli hanno osservato come l’andamento favorevole della bilancia dei pagamenti italiana, che rese possibile un veloce aumento degli investimenti senza creare un disavanzo nei conti con l’estero, fosse connesso all’andamento più che positivo delle ragioni di scambio internazionali, che dava all’economia italiana la possibilità di acquisire materie prime e semilavorati a costi reali decrescenti. Secondo Castronovo invece, il fattore trainante fu la presenza simultanea di condizioni favorevoli quali salari bassi, ampie possibilità di autofinanziamento, bassa conflittualità operaia e un forte arretramento tecnologico, che consentì rapidi aumenti di produttività. Rimanendo su questa teoria, è facile notare come l’industria italiana fece leva su una rilevante ed elastica offerta di braccia per contenere, o calmierare di volta in volta, la domanda salariale e per tenere comunque sotto controllo le vertenze sindacali. <37 Non mancarono, ovviamente, in quegli anni alcuni miglioramenti nell’assetto delle retribuzioni; ma in termini reali gli indici dei salari rimasero pressoché stazionari fra il 1950 e il 1954 e fra il 1956 e il 1961, e a livelli in ogni caso inferiori agli aumenti di produttività. <38 Secondo i calcoli della Banca d’Italia, a un incremento dei salari pari fra il 1953 e il 1961 al 46,9 per cento corrispose una crescita media della produttività dell’84 per cento. Stando alle stime dell’economista americano Stern, l’incremento delle esportazioni italiane fra il 1955 e il 1963 fu dovuto, per quasi il 60 per cento, alla maggiore competitività resa possibile soprattutto dallo scarto fra aumento della produttività e aumento dei costi di lavoro. <39
Nonostante idee e teorie differenti il tema delle esportazioni rimane centrale. La struttura della produzione italiana si ritrovò forzata a seguire l’orientamento che le imprimeva la domanda proveniente dai paesi europei in fase di avanzata industrializzazione. La domanda proveniente dai paesi con un’elevata industrializzazione era un tipo di domanda caratterizzata da beni di consumo di massa e da beni di lusso. Questo tipo di domanda, propria di società caratterizzate da livelli di reddito elevati, forzò l’Italia a fare largo spazio alla produzione di beni di consumo di massa e beni di lusso.
Contemporaneamente mentre l’industria italiana entrò a far parte di quel sistema di economie caratterizzate dalla produzione di massa di beni di consumo durevoli, le altre economie europee e i loro sistemi industriali passarono a produzioni ancora più avanzate. La modernizzazione servì sostanzialmente a mantenere inalterato il distacco dalle altre economie avanzate; nel frattempo nel quadro dell’industria mondiale, le produzioni italiane continuarono a ruotare attorno ai settori con una tecnologia relativamente semplice.
L’apertura degli scambi con l’estero connessa alla necessità di sviluppare una corrente di esportazioni orientata verso i mercati dei paesi industrializzati, diede luogo alla formazione di una struttura produttiva suddivisa in due settori ben distinti; si trattava di due settori caratterizzati ognuno da tecnologie proprie, il primo settore era rappresentato dalle industrie esportatrice, mentre il secondo da attività produttive orientate prevalentemente verso il mercato interno.
Il reddito nazionale subì una vertiginosa crescita, come detto; l’espansione degli investimenti ne fu la componente più dinamica, crescendo a tassi elevati in tutti i settori. <40 Fra il 1951 e il 1962 il tasso di aumento degli investimenti globali a prezzi correnti sfiorò il 10 per cento annuo. La distribuzione dei redditi cambiò a favore dei redditi d’impresa rispetto a quelli da lavoro, con la conseguenza che l’incremento degli investimenti non diede luogo a un uguale aumento della domanda globale. Perciò la propensione media ai consumi da parte della società si ridusse, essendo i percettori di redditi da lavoro i più inclini al consumo, a differenza dei percettori di redditi d’impresa. La diretta conseguenza di tale situazione fu la contrazione dei consumi collettivi, avendo meno frazioni di reddito coloro che erano portati a consumare di più rispetto a coloro che erano portati a consumare meno. In sostanza la pressione della domanda globale diventò minore di quella che l’aumento degli investimenti avrebbe potuto sostenere. Il risultato fu che si evitò il pericolo d’inflazione per eccesso di domanda e che il sistema mantenne un’ottima stabilità monetaria. La lira, oltre a non svalutarsi rispetto alle merci più di quanto non si svalutassero le altre monete, si deprezzò meno, tanto che nel 1958 le fu attribuito l’”Oscar” delle valute, risultando la moneta più stabile fra i paesi occidentali. Invero, i prezzi al consumo crescevano mediamente del 3-4 per cento, fenomeno comune anche ad altri paesi, ma i prezzi all’ingrosso tendevano a rimanere su valori stazionari, salvo oscillazioni ampiamente compensate. Tale stazionarietà dei prezzi contribuì positivamente, favorendo le esportazioni italiane. Contemporaneamente la competitività fece crescere la produzione nei comparti dinamici, mentre in quelli non dinamici, in quanto non orientati all’esportazione ma al mercato interno, la produttività subì un andamento inversamente proporzionale rispetto ai salari.
La necessità di aumentare la produzione e l’efficienza nei comparti esportatori portò al formarsi di numerosi nuovi posti di lavoro e al polarizzarsi della crescita industriale soprattutto in tre regioni: Lombardia, Piemonte e Liguria. Questa concentrazione diede vita a un notevole flusso migratorio dalle regioni del Mezzogiorno e del centro-nord meno sviluppate (il Friuli ad esempio), verso quel polo conosciuto come “triangolo industriale”. La forza lavoro non assorbita a livello nazionale, si spostò verso l’estero; il fenomeno della migrazione esterna non riguardò più le Americhe come ad inizio secolo, bensì gli altri paesi europei. Nel 1956 il numero di emigrati verso paesi esteri superò le 200.000 unità.
Complessivamente quasi due milioni di persone abbandonarono il sud-Italia, pari al 12 per cento, per spostarsi verso il nord del paese o verso altri stati. Non tutti gli emigrati meridionali trovarono impiego presso le industrie, infatti una parte considerevole di essi fu assorbita dal settore terziario come i servizi, la distribuzione commerciale o il pubblico impiego.
Il progresso che l’economia italiana compì tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, fu di tale portata che la crescita del prodotto interno lordo, la produttività totale dei fattori e il prodotto per addetto risultarono i più alti e stabili nella storia del Paese. Nel 1963 gli investimenti fissi lordi raggiunsero in media il 25 per cento del reddito nazionale lordo, mentre il tasso di crescita del Pil superò il 7 per cento. L’Italia fu così paragonata per impatto alla Germania in Europa al Giappone nel mondo. Di pari passo il commercio internazionale subì una brusca impennata, registrando le esportazioni, tra il 1958 e il 1962, un tasso annuo di crescita prossimo al 16 per cento.
Non meno importante fu il cambiamento nella struttura economica nazionale; l’agricoltura cessò di essere il settore dominante e nonostante nel 1950 impiegasse ancora il 40 per cento della forza lavoro e fornisse il 25 per cento dell’intero valore aggiunto, nel 1963 fu superato dal settore industriale e da quello dei servizi.
Tutto ciò influì sulla dilatazione dei consumi e sul progressivo affermarsi di un nuovo stile di vita; un ibrido a metà tra la nuova cultura americana e la cultura italiana. Le città assunsero una nuova fisionomia, in particolare le grandi “capitali” del Nord industriale, con la nascita di interi quartieri popolari, ma anche con la costruzione dei primi grattacieli. La stagione espansiva volgeva così al termine portando con sé cambiamenti strutturali profondi.
[NOTE]
33 Si vedano V. Valli, L’economia e la politica economica italiana (1945-1975), Etas libri, Milano, 1977, pp. 109-110; B. Bottiglieri, La politica economica dell’Italia centrista (1948-1958), Ediz. Comunità, Milano, 1984, pp. 254-255.
34 Si veda al riguardo N. Andreatta, Fattori strategici dello sviluppo tecnico dell’industria italiana, in N. Andreatta et al., Il progresso tecnologico e la società italiana. Effetti economici del progresso tecnologico sull’economia italiana, Giuffrè, Milano, 1962. Invece sui vantaggi assicurati dall’ammodernamento degli impianti, si veda anche S. Leonardi, Schema di interpretazione dello sviluppo italiano in questo dopoguerra, in Critica marxista, luglio-ottobre 1968.
35 Per approfondire le ragioni a favore del libero scambio, e quelle a favore di un tipo di economia chiusa, consultare P. Krugman, M. Obstfeld, a cura di R. Helg, Pearson, 2007.
36 Si veda al riguardo A. Campolongo, Dinamica dell’investimento in Italia 1951-1967, in Moneta e credito, secondo trimestre 1968.
37 Si vedano al riguardo A. Triola, Contributo allo studio dei conflitti di lavoro in Italia, in Economia e lavoro, 1971; A. Cova, Movimento economico, occupazione, retribuzioni in Italia dal 1943 al 1955, in A. Cova et al., Il sindacato nuovo. Politica e organizzazione del movimento sindacale in Italia negli anni 1943-1945, Franco Angeli, Milano, 1981
38 Confrontare con A. Vannutelli, Occupazione e salari dal 1861 al 1961, in A. Fanfani, L’economia italiana dal 1861 al 1961, Milano, Giuffrè, 1961.
39 Si veda R. M. Stern, Composizione merceologica, distribuzione geografica e competitività nel commercio estero italiano nel periodo 1955-1963, in Moneta e credito, 1965.
40 Al riguardo non va trascurato il ruolo del credito a medio e lungo termine praticato da alcune banche specializzate, come la Banca di credito finanziario (Mediobanca), fondata nel 1946 dalle tre banche d’interesse nazionale ( Commerciale, Credito italiano, Banco di Roma), per l’esercizio appunto del credito a medio termine, poi esteso al lungo termine, da effettuarsi per il tramite dei loro sportelli; la Banca centrale di credito popolare (Centrobanca), istituita, essa pure nel 1946, dalle banche popolari per il finanziamento a medio e a lungo termine di imprese commerciali e industriali; l’Istituto centrale per il credito a medio termine a favore delle medie e piccole industrie (Mediocredito centrale), sorto nel 1952 con capitali forniti in prevalenza dallo Stato e con il compito di finanziare i Mediocrediti regionali.
Emanuele Zema, Come l’economia italiana si apre al mondo dopo la ricostruzione, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

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Alla fine del 1979 in Italia agivano 4.337 emittenti radio private

In seguito all’approvazione della legge 14 aprile 1975, n. 103, dal ministero delle Poste e telecomunicazioni parte il seguente telegramma:
“Disponesi virgola a sensi articoli 1 et 2 legge 14 aprile 1975 n 103 virgola che responsabili aut esercenti impianti diffusione via etere programmi radiofonici e televisivi privati vengono denunciati at autorita giudiziaria competente con contestuale richiesta sequestro impianto medesimo soprattutto se trasmissioni interferiscano con servizio pubblico radiodiffusione et con altri servizi pubblica utilita punto necessari accertamento [sic] dovranno essere effettuati da ispettori compartimentali collaborazione con circo tel [sic] et organi rai virgola che dovranno fornire mezzi tecnici per acquisizione materiale probatorio punto” <1.
La legge in questione ribadisce infatti, come si è detto, la riserva statale delle trasmissioni via etere, sancendo l’illegalità delle prime emittenti “libere”, che in quegli anni iniziano a infrangere il monopolio. Tale previsione farà scattare la lunga teoria di denunce e le successive pronunce di incostituzionalità. Ciò che ora preme rilevare è la sottolineatura che viene fatta della necessità di riferire all’autorità giudiziaria «soprattutto se trasmissioni interferiscano con servizio pubblico radiodiffusione et con altri servizi pubblica utilita».
La liberalizzazione di fatto dell’etere che, sulla spinta delle innovazioni tecnologiche e delle pressioni all’accesso, investe il panorama radiotelevisivo italiano conduce infatti a una corsa all’accaparramento selvaggio delle frequenze che fa coniare ai commentatori espressioni quali «giungla», «fungaia», «far west» in riferimento alla situazione venutasi a determinare <2. In effetti, in molti casi si registrano sconfinamenti, sovrapposizioni, interferenze, una congerie di segnali che induce Eco a parlare di «ascolto patchwork», una «marmellata» all’interno della quale l’identità delle singole stazioni è irriconoscibile per l’utente che muove la manopola della radio e si imbatte in un profluvio di musica e parole senza soluzione di continuità <3.
Al ministero delle Poste e telecomunicazioni giungono numerose lamentele a proposito delle difficoltà di ricezione del segnale in alcuni contesti locali – in particolar modo per quel che riguarda il terzo canale, varato in quegli anni in attuazione della legge di riforma del 1975 -, dovute principalmente all’insufficienza dei ripetitori installati ma anche all’affollamento delle frequenze verificatosi a partire dalla liberalizzazione dell’etere <4. Sulla questione prendono parola anche i comitati di redazione Rai-tv, riuniti in assemblea a St. Vincent tra il 13 e il 15 giugno 1977, che nel comunicato conclusivo denunciano ““con preoccupazione” che il vuoto di intervento parlamentare sta determinando una situazione al limite dell’ingovernabilità, con sovrapposizione delle frequenze, con una caccia sfrenata ai messaggi pubblicitari, con violazione delle normative di legge sulla produzione giornalistica, con gravi fenomeni di sfruttamento ai danni dei dipendenti di una parte di tali emittenti” <5.
Un caso particolare è costituito dalle denunce provenienti dagli aeroporti civili e dalle forze dell’ordine, cui pure fa riferimento il telegramma riportato. In diversi casi, come a Torino e a Fiumicino <6, vengono segnalate interferenze del segnale fra la torre di controllo e velivoli in fase di atterraggio; malgrado tale evenienza sia teoricamente possibile e non è da escludere che nella situazione caotica prodotta dalla deregolamentazione siano accaduti episodi di sovrapposizione delle frequenze, c’è da dire che i controlli effettuati non forniscono riscontri alle denunce <7. Anche per quel che riguarda il rischio di interferenze a danno delle radiovolanti della polizia non vi sono dati certi e inoppugnabili; in alcuni scambi epistolari fra organi centrali e periferici dello stato si rimarca che «vengono […] continuamente rappresentate at questo ministero da organi operativi difficoltà nell’espletamento servizi istituzionali at causa continue et reiterate interferenze emittenti private nelle frequenze radio utilizzate da forze di polizia» <8, ma le preoccupazioni sembrano fortemente condizionate dai dibattiti parlamentari in corso sull’emanazione di una nuova disciplina di regolamentazione del settore, alla quale il ministero dell’Interno, come si vedrà, vorrebbe dare un contributo specifico riguardo la commissione di condotte illecite a mezzo apparecchi radiotrasmittenti.
I numeri del fenomeno delle radio libere, per come emergono dalle indagini realizzate per conto dei ministeri delle Poste e dell’Interno a qualche anno dal boom, sono decisamente significativi: “Alla fine del 1979 in Italia agivano 4.337 emittenti radio private (598 in più rispetto all’anno precedente con un incremento del 16%), con un rapporto di una emittente per 13.000 abitanti circa, distribuite geograficamente come segue: ̵ 906 (73 in più rispetto al 1978) nelle regioni nord-occidentali, in ragione di una emittente per 17.000 abitanti circa; – 583 (52 in più rispetto al 1978) nelle regioni nord-orientali, con un rapporto di una emittente per 18.000 abitanti circa; – per un totale, nell’intera area Nord del Paese, di 1.489 (125 in più rispetto al 1978) e un rapporto di utenza media di una emittente per poco più di 17.000 abitanti. […] – 603 (104 in più rispetto al 1978) nelle regioni centrali, con un rapporto di una emittente per 18.000 abitanti circa. […] – 1.325 (177 in più rispetto al 1978) in quelle meridionali, con un rapporto di una emittente per 10.000 abitanti circa; – 920 (192 in più rispetto al 1978) in quelle insulari, con un rapporto di una emittente per 7.000 abitanti circa; – 2.245 (369 in più rispetto al 1978) nelle regioni meridionali e insulari, complessivamente considerate, con un rapporto di una emittente per 9.000 abitanti circa” <9.
La fase espansiva è in realtà già alle spalle; i tassi di incremento delle emittenti private sono molto più ridotti che in passato <10 e presto il panorama si assesterà in virtù di diversi fattori: da un lato l’attenuazione della spinta alla partecipazione che ha caratterizzato gli anni precedenti, dall’altro l’obiettiva saturazione dell’etere, dall’altro ancora le difficoltà di natura principalmente economica incontrate dalle esperienze più artigianali e la tendenza alla concentrazione in grandi network <11. Proprio il massiccio ingresso dei potentati privati nel mercato radiofonico – con l’obiettivo puntato su quello pubblicitario e sulla spartizione della relativa torta – diviene un punto centrale del dibattito sulla regolamentazione che si sviluppa in quegli anni <12. Da più parti giungono valutazioni allarmistiche <13 sul rischio che la creazione di oligopoli finisca per soffocare le esperienze più genuine di partecipazione e richiami al legislatore affinché disciplini la materia, ponendo dei paletti alle possibilità di concentrazione; la rivista «Altrimedia», ad esempio, dedica diversi numeri alla questione <14.
Per tutto il periodo qui considerato si susseguono progetti di legge più o meno organici, i quali finiscono però per arenarsi nelle secche dei dibattiti parlamentari. La riforma della Rai rientra fra i punti del programma sottoscritto dai partiti dell’“accordo a sei” in funzione di indirizzo politico del governo delle astensioni; il governo è impegnato «ad assecondare la definizione di una disciplina delle emittenti locali private, in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che preveda la applicazione per legge del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e delle modalità e criteri per la concessione delle autorizzazioni» <15. Numerosi sono però gli ostacoli che si frappongono alla definitiva approvazione di una legge in materia: i tentennamenti dei principali partiti in merito all’emittenza privata e alle modalità di regolamentazione della stessa; la presenza di altri temi considerati prioritari per l’azione di governo; le fibrillazioni in ambito politico-sociale e la relativa fragilità dello stesso accordo fra i partiti.
Quanto le posizioni siano ondivaghe e in alcuni casi molto distanti l’una dall’altra è constatabile dalle esternazioni delle personalità politiche direttamente coinvolte nella questione, in primis dei membri della Commissione parlamentare di vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Nell’ottobre 1977, ad esempio, gli orientamenti conservatori di Vittorino Colombo, ministro delle Poste e telecomunicazioni della Dc, vengono bollati come «assolutamente personali» da Mauro Bubbico, membro della Commissione in quota allo stesso partito <16. Le divergenze fra i partiti dell’accordo riguardano la nozione di ambito locale; la percentuale di ripartizione delle frequenze fra ente concessionario, radiotelevisioni commerciali ed emittenti locali; la regolamentazione del regime autorizzatorio; la disciplina del mercato pubblicitario; le garanzie professionali richieste alle private e il destino da riservare alla situazione esistente <17.
Tra il 10 e il 12 marzo 1978 si tiene a Livorno un convegno nazionale indetto da Arci-Enars e Acli-Endas su “Sistema radiotelevisivo e territorio”, al quale intervengono, oltre alle associazioni promotrici, esperti del settore e redattori di alcune esperienze televisive e radiofoniche sorte in ambito locale <18. L’ampia discussione enuclea le principali tematiche concernenti la comunicazione locale, con un’attenzione al ruolo delle forze sociali e alla necessità che la regolamentazione del settore contemperi la salvaguardia della libertà d’impresa dei privati e del pluralismo partecipativo.
[NOTE]
1 Telegramma del 20 giugno 1975 inviato dal ministro delle Poste e telecomunicazioni Orlando ai direttori compartimentali PT ufficio II Repubblica, ai circostel, alla Direzione generale Rai e, p.c., all’Ispettorato generale per le telecomunicazioni, alla Direzione centrale ispezione, alla Direzione centrale servizi telegrafici e radioelettrici, al gabinetto del ministero dell’Interno e a quello della Difesa, all’Ispettorato generale di Ps, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Impianti privati (1)».
2 Cfr. S. Dark, Libere!, cit. p. 132.
3 U. Eco, Con qualche radio in più, cit.
4 Cfr. Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Affari vari»: vi è conservato il carteggio fra organi centrali e periferici riguardante l’installazione di ripetitori Rai in territorio friulano, stanti le proteste di comunità non raggiunte dal segnale. È significativo che le segnalazioni da parte delle autorità locali muovano dalla preoccupazione per la penetrazione ideologica realizzata tramite la ricezione di programmi della Jugoslavia comunista, in una zona di confine delicata dal punto di vista geopolitico.
5 Ivi, lettera del 20 giugno 1977 indirizzata dal questore della Valle d’Aosta Barbagallo al gabinetto del ministro e alla Direzione generale di pubblica sicurezza; in allegato il comunicato stilato al termine dell’assemblea nazionale dei comitati di redazione, 15 giugno 1977.
6 Gli esempi sono riportati rispettivamente in Davide Giacalone, Antenna libera. La RAI, i privati, i partiti, Edizioni di comunità, Milano 1990, p. 31 e in Roberto Morrione, La RAI nel paese delle antenne. Uomini e vicende del più discusso dei mass media, dall’era di Bernabei all’era della riforma, Napoleone, Napoli 1978, p. 115.
7 Cfr. la lettera del prefetto di Varese Vitelli-Casella del 21 maggio 1977, indirizzata ai gabinetti del ministero dell’Interno e delle Poste e telecomunicazioni e alla Direzione generale di pubblica sicurezza, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 338, f. «Radio e tv libere. Affari vari». Il funzionario – in seguito alla segnalazione del 14 maggio 1977 fatta dall’ufficio regionale Icao (International civil aviation organization) di Parigi al ministero della Difesa, relativa ai potenziali pericoli derivanti dalle interferenze – ha effettuato dei controlli all’aeroporto di Milano Malpensa, risultati negativi.
8 Ivi, f. «Radio libere. Legislazione», fonogramma urgente del 7 novembre 1977 indirizzato dal ministero dell’Interno al gabinetto del ministero delle Poste e telecomunicazioni e, p.c., alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero di Grazia e giustizia – Uffici legislativi.
9 Ivi, f. «Radio e tv libere. Affari vari», rapporto del servizio di documentazione generale afferente alla Direzione generale affari generali e del personale del ministero dell’Interno indirizzato al gabinetto del ministro il 26 maggio 1980. Nello stesso rapporto si rileva «l’accentuata polverizzazione nel Sud e nelle Isole della radiodiffusione esercitata da privati, sembra rispondere ad una esigenza di diffusione capillare in aree caratterizzate dalla frantumazione su vaste aree di centri abitati di modeste dimensioni, fuori dall’orbita dei grandi agglomerati urbani». Il dato è collegato alla «differente presenza e, quindi, il diverso ruolo dell’informazione tradizionale identificabile essenzialmente con la cosiddetta grande stampa, nei cui confronti le emittenti private, almeno in questa prima fase di attività, si collocano come strumenti alternativi o sussidiari ovvero complementari rispetto a contenuti dell’informazione imperniati sulla peculiarità delle problematiche locali». L’analisi degli esperti ministeriali sembrano a tal proposito confermare quanto suggeriva McLuhan, Capire i media, cit., p. 275: «[…] la radio ha potuto diversificarsi e dar vita a un servizio a livello regionale o locale come non aveva mai fatto neanche all’epoca ormai lontana dei radioamatori. Si è insomma rivolta alle necessità personali dell’individuo nelle diverse ore del giorno […]».
10 Si consideri che «a fine giugno 1977 in Italia agivano 244 emittenti televisive e 1641 emittenti radio», di 93 delle quali «è stato possibile accertare il carattere prevalentemente politico»: documento a cura della Direzione generale degli affari generali e del personale – Servizio di documentazione generale, Le emittenti radio e televisive private in Italia, novembre 1977, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 338, f. «Radiotelevisive private. Censimento». 11 Cfr. F. Monteleone, Storia della radio e della televisione, cit., pp. 428-33 e P. Murialdi, Il “decennio concentrone”. Appunti per una storia delle concentrazioni negli anni Ottanta, «Problemi dell’informazione», f. 2, 1990, pp. 169-85.
12 Già il 23 e il 24 ottobre 1976 si tiene ad Aosta un convegno su Sistema radiotelevisivo e Regioni, con la partecipazione di delegazioni ufficiali della giunta e dei consigli di varie regioni, nonché di un’ampia rappresentanza dei quadri dirigenti della Rai e del ministro delle Poste Vittorino Colombo; nella mozione conclusiva, che testimonia indirettamente del colore politico della maggior parte degli intervenuti, nel rispecchiare la posizione assunta dal Pci in riferimento alla liberalizzazione dell’etere, si sottolinea che «le contraddizioni e i ritardi nella riforma della RAI-TV, il recupero delle forze conservatrici, l’attacco privatistico al monopolio pubblico radiotelevisivo e la Sentenza n° 202 della Corte Costituzionale, hanno concorso a determinare una situazione, che rischia, se non superata tempestivamente, di risolversi in ulteriori limitazioni all’esercizio delle libertà di espressione e di comunicazione di tutti i cittadini per il prevalere di potenti concentrazioni monopolistiche private». Il documento è rinvenibile in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Affari vari», sf. «Riforma della RAI TV».
13 Lo svolgimento più coerente e articolato della tesi secondo la quale la liberalizzazione dell’etere sarebbe il presupposto per l’ingresso di grandi trust privati nel sistema radiotelevisivo è costituito da F. Siliato, L’antenna dei padroni, cit. Per un compendio cfr. la sua intervista, C’è un futuro per le radio. Ma quale?, «Millecanali», n. 71, 1980, pp. 70-72, in particolare p. 72: «[…] al di là delle speranze di molti poeti dell’alternativa le emittenti private sono servite al grande capitale per rompere il monopolio statale e introdurre la logica di mercato nel sistema radio televisivo italiano».
14 Cfr. E. Fleischner, Gli emarginati prendono microfono e antenna, «Altrimedia», n. 1, 1976, pp. 2-3; le interviste a Umberto Eco, Radio locali, cit. e a Pio Baldelli, Riprendiamoci la radio, la televisione e il cinema, «Altrimedia», n. 2, 1976, pp. 9-10; In Europa le reti radio-tv sempre più private sempre meno locali (sintesi dell’intervento Il sistema italiano e la rete globale di controllo di Index Milano tenuto da Francesco Siliato al convegno internazionale di S. Vincent, Sistemi radiotelevisivi in Europa e prospettive della dimensione locale degli anni ’80), «Altrimedia», n. 24-25, 1979, pp. 5-9; 3000 emittenti pronte a concentrarsi, «Altrimedia», n. 26, 1979, pp. 5-11; Albino Pedroia, Un’onda per tutti, «Altrimedia», n. 27, 1979, pp. 4-7.
15 Cfr. Atti parlamentari, Camera dei deputati, VII legislatura, discussioni, seduta del 12 luglio 1977, pp. 8869-72, in particolare p. 8872.
16 Cfr. Dibattito sulla legge, «Millecanali», n. 34, 1977, pp. 101-03. Al dibattito organizzato dalla rivista partecipano, oltre a Bubbico, Pietro Valenza del Pci, Luciana Castellina di Dp, tutti membri della Commissione di vigilanza, e Di Domenico, della commissione sui problemi dell’informazione del Psi.
17 Cfr., oltre al dibattito citato in precedenza, Sandro Silvestri (a cura di), Verso quale legge?, «Altrimedia», n. 5, 1977, pp. 9-11: intervengono Bubbico, Valenza, Marco Pannella per i Radicali (anch’egli membro della Commissione parlamentare di vigilanza); Francesco Tempestini, responsabile del settore informazione del Psi; Vincenzo Vita, suo omologo per Dp e Renzo Rossellini, della segreteria nazionale della Federazione radio emittenti democratiche. Il dibattito è andato in onda sulle frequenze di Radio città futura, in collaborazione con «Altrimedia».
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l’emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno accademico 2017-2018

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Il panorama della competizione ferroviaria (a lunga percorrenza) in EU sta, finalmente, diventando "frizzantino": dopo un decennio in cui solo pochi paesi avevano beneficiato dei pacchetti di #liberalizzazione, dal 2022 le cose si muovono rapide anche nei big-three: FR, DE e SP.
Grazie a vecchi conservatori e vari cattobigotti siamo ancora alla #demonizzazione del #preservativo. Lasciatemelo dire per l'ennesima volta: siamo un paese da commissariare. Tutto ciò lo diciamo da sostenitori della #liberalizzazione delle #drogheleggere.
Secondo voi le organizzazioni criminali sono contrarie o favorevoli alla #liberalizzazione delle #droghe? 🤔