
La proposta principale contenuta nell’ultimo libro di Riccardo Staglianò per Einaudi, condivisa da Sbilanciamoci, è quella di una patrimoniale tra l’1 e il 3% sulle grandi ricchezze (50 mila super-ricchi). Porterebbe nelle casse statali 13 miliardi con cui assumere infermieri e medici, mettere al sicuro le scuole e i comuni esposti ad alluvioni e frane.

La proposta principale contenuta nell’ultimo libro di Riccardo Staglianò per Einaudi, condivisa da Sbilanciamoci, è quella di una patrimoniale tra l’1 e il 3% sulle grandi ricchezze (50 mila super-ricchi). Porterebbe nelle casse statali 13 miliardi con cui assumere infermieri e medici, mettere al sicuro le scuole e i comuni esposti ad alluvioni e frane.

Nel mondo 12 miliardari hanno più ricchezza della metà più povera dell’umanità. La forbice delle diseguaglianze si divarica anche in Italia. La concentrazione delle ricchezze, tassate pochissimo, con l’aumento del precariato e dei tagli a sanità e welfare mette a rischio la democrazia. Proponiamo una mobilitazione straordinaria con azioni anche di disobbedienza civile.

Nel mondo 12 miliardari hanno più ricchezza della metà più povera dell’umanità. La forbice delle diseguaglianze si divarica anche in Italia. La concentrazione delle ricchezze, tassate pochissimo, con l’aumento del precariato e dei tagli a sanità e welfare mette a rischio la democrazia. Proponiamo una mobilitazione straordinaria con azioni anche di disobbedienza civile.
A Davos seppelliti trent’anni di sicurezze economiche
Ogni anno Davos fa parlare di sé. Più delle frasi ad effetto e dello show dei politici, però, conta il segnale che manda. E quest’anno il segnale è chiaro: molte certezze economiche degli ultimi trent’anni stanno scricchiolando.
Al World Economic Forum (WEF) non si è discusso solo di crescita e tecnologia. Il punto vero è stato un altro: la globalizzazione non è più un dogma. Nel suo intervento, il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick l’ha definita senza giri di parole una “politica fallita”. Non per nostalgia, ma, a suo modo di vedere, per i risultati. Delocalizzazioni spinte, catene del valore lunghe e fragili, dipendenze strategiche emerse con brutalità durante la pandemia e, ultime in ordine di tempo, con le crisi geopolitiche. A detta sua, l’efficienza ha vinto sulla resilienza, e il conto è arrivato.
Il messaggio è stato chiaro e condivisibile: non tutto può essere lasciato al mercato globale. Farmaci, semiconduttori, energia, industria di base non sono merci qualunque. Sono settori strategici dello Stato e della sovranità economica, intesa come capacità concreta di reggere gli shock. Anche sulla transizione verde europea i dubbi restano. Puntare alle “emissioni zero” senza una strategia industriale comune rischia di spostare la dipendenza verso la Cina. Cambia il fornitore, non il problema.
Accanto a queste discussioni di fondo, Davos ha messo in scena uno dei suoi rituali più abituali. Quasi quattrocento milionari e miliardari di ventiquattro paesi hanno chiesto pubblicamente di essere tassati di più. L’appello denuncia la crescita della ricchezza e il suo impatto su disuguaglianze e democrazia. Si parla di influenza politica comprata, di potere concentrato, di distanze sociali che si allargano.
Qui sta l’ambiguità. La tassazione non è un atto simbolico né una scelta personale. È una decisione politica, collettiva. Chiederla a Davos funziona come propaganda ben confezionata, meno come soluzione reale. Se il problema è davvero la concentrazione estrema della ricchezza, chi lo desidera può già devolvere risorse allo Stato, senza attendere riforme fiscali globali. Gli appelli fanno rumore, ma non aiutano le finanze pubbliche.
Infine, non possiamo tralasciare il ritorno della geopolitica nuda e cruda. L’idea che si possa “comprare” la Groenlandia per ragioni di difesa nazionale ha un sapore antico. Ricorda un mondo che pensavamo superato, quello dei blocchi e delle sfere d’influenza. E invece eccolo qui. La Guerra Fredda non ha più gli stessi attori, ma l’illusione di un ordine globale pacifico è definitivamente finito.
Davos non offre risposte preconfezionate. Però mette a nudo le tensioni. La questione resta aperta: come tenere insieme apertura e protezione, mercato e decisione politica, crescita e coesione sociale. Far finta che il problema non esista non funziona più.
Da L’Osservatore, 24.01.2026
#Davos #emissioniZero #globalizazione #guerraFredda #ricchi #WEF
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