la nobiltà, il tè, gli anni sessanta, i poeti e i cosiddetti
al tè del marchesino (alle cinque spaccate) ormai l’unico che si presenti credo sia Alfonso Berardinelli, il quale in un obliabile pezzo sull’utilissimo foglio “Il foglio” scrive o meglio ripete (come – del resto – sempre fece e farà) che:
all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso erano in attività poeti come Caproni e Bertolucci, Sereni e Fortini, Pasolini, Giudici e Zanzotto. Ma evidentemente, intorno a loro, stava emergendo e era visibile una massa di versificatori, soprattutto quelli cosiddetti d’avanguardia o sperimentali, che giustificavano la diagnosi di Piovene.
(quale sia la bronzea placchetta incisa dal Piovene lo scoprirete o comprando, dioliberi, il libro del marchesino, o leggendo qui il resto dell’obliabile).
certo, ragazzi, pensare che all’inizio degli anni Sessanta si dovesse star cheti (e lo si dovrebbe stare anche adesso, occhio) leggendo entusiasti SOLTANTO Bertolucci Pasolini Giudici e tutt’al più Zanzotto o, dioliberi, Caproni, affè, dà duolo e cringe alla meninge, se funzionante.
ma pensate oggi: che l’entusiasmo dovrebbe fluire spedito diretto al club d’autori del Sabio. no, dico, rendiamoci conto.
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