#crisi #momento Roberta Morise e Enrico Bartolini: Indiscrezioni di Divorzio
"avançar cap a una autonomia estratègica real o romandre en una posició subordinada i reactiva"
Europa no funciona com una unitat, sino com un conjunt de personalitat. Ho sabem. Però és un error en un món de blocs. O troba veu única i comú, o serem una colònia desdibuixada.
https://resmesadirsenyoria.blogspot.com/2026/02/la-contradiccio-que-paralitza-europa.html
Rizomatica 26-02-2026
Infosfera, 26/02/2026
Questa uscita di Rizomatica è dedicata al tema della guerra. Questa forma di relazione è antica e probabilmente nasce con la civiltà umana. Identificare un nemico e combatterlo, nelle varie forme che questo conflitto può assumere, è un modo per costruire una soggettività collettiva, non l’unico ma certamente uno dei più sperimentati. E’ di fronte al pericolo di un attacco nemico che i nuclei dispersi si uniscono e riconoscono dei capi, inizialmente dei guerrieri forti e astuti. Da queste semplici dinamiche nasce anche il patriarcato, con la suddivisione del bottino, formato da donne e schiavi, oltre alle terre e ai beni che possono essere razziati. Dalla lotta mortale fra le autocoscienze origina la dialettica tra servo e padrone.
L’utopia, che già dai tempi antichi viene ritenuta auspicabile, è superare la guerra come forma di distribuzione delle risorse e del potere. Siamo ancora ben lontani dalla solidarietà con tutta la razza umana e neppure possiamo, in base a quegli alti ideali di pace universale, giudicare gli uomini terreni con le loro debolezze e aspirazioni. Chi ancora sogna uno Stato etnicamente omogeneo, per lingua o religione, è probabilmente ancorato a sistemi di valori arretrati, ma anche chi ha “immaginato l’Europa come lo spazio che per primo avrebbe superato lo Stato nazionale in vista di un utopico impero universale del diritto e della pace”(Caracciolo 2022 p. 14) spinge oggi verso la guerra, per il dominio geopolitico.
Noi dispersi e privi di identità forti non possiamo che assistere attoniti al rinnovarsi della carneficina come tribunale della storia, cercando nei nostri simili in ogni parte del mondo alleati per la pace e la convivenza collaborativa, che è sempre la soluzione più adattiva per le persone comuni.
L’invito, oggi come cento anni fa, è di rivolgere il conflitto e la violenza, ineliminabili dalla natura umana, verso i ricchi e i potenti da cui siamo dominati, e non verso degli stranieri presentati come nemici.
–Qui di seguito il link da cui scaricare il documento completo in PDF e EPUB.
https://rizomatica.org/rizomatica26022026.pdf
https://rizomatica.org/rizomatica26022026.epub
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Indice:
Perchè la guerra? di A. Marin
No, la geopolitica non mi ha convinto di F. Barbetta
Guerra sia all’aristocrazia di M. Minetti
Venezuela, il cortile di casa in fiamme di M. Sommella
Oltre l’illusione della pace di M. Civino
Capitalismo – Guerra – Rivoluzione di V. Pellegrino
Il tema del riarmo sul fronte interno di F. Cori
Gaza futura tra annientamento e colonialismo ipertecnologico di S. Simoncini
Philip Dick e il gioco del labirinto mortale di P. Nicolosi (Rattus)
Aforismi per le lunghe notti senza energia elettrica di M. Kep
Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente” di V. Pellegrino
II° – Che cos’è la fantascienza? di G. Spagnul
Copertina di M.Kep. Immagine di IA, dominio pubblico
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Gli stessi articoli saranno pubblicati sul blog in date consecutive e rilanciati sul fediverso dall’apposito robottino @rizomatica
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Questa uscita di Rizomatica è dedicata al tema della guerra. Questa forma di relazione è antica e probabilmente nasce con la civiltà
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Il tema del riarmo sul fronte interno
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di F. Cori
E’ evidente ad ogni persona dotata di un grado medio d’intelligenza e di buon senso, che la politica internazionale – il rapporto tra Stati – sta vivendo un inasprimento e una recrudescenza talmente aspri che le dinamiche di guerra, lungi dall’essere fenomeni episodici o periferici, tendono ad assumere sempre di più i tratti di un conflitto mondiale dai contorni inquietanti e, per molti aspetti, assolutamente imprevedibili. Se volessimo inquadrare da un punto di vista di filosofia della storia la tendenza fondamentale presente in questa fase è evidente che il signoraggio del dollaro, quindi l’egemonia statunitense come guida dell’occidente globale (Usa, Europa, Giappone,etc) di fronte all’ascesa della Cina e dei paesi emergenti. Si tratta di una crisi irreversibile per cui la perdita d’egemonia culturale degli Usa e, più in generale dell’occidente, tenta di essere compensata con un utilizzo sempre più massiccio e generalizzato della violenza militare. Da questo punto di vista ci troviamo solo ad un livello, importante, ma sempre supeficiale del fenomeno: la radice di questo problema va ricercata a livello più strutturale, più profondo, cioè nell’ambito della produzione e riproduzione della vita umana, cioè nella crisi di valorizzazione del capitale. Gli Stati dell’Unione Europea e gli Usa sono al vertice di questa crisi: basta osservare i tassi di crescita della media Ue: tutti discendenti con medie che si aggirano intorno al’’1-2%.
Quando parliamo di riarmo raramente riflettiamo su questo dato: non si tratta di una scelta arbitraria, di una volontà politica e culturale ma di un’esigenza strutturale delle classi dominanti – in particolare dell’oligarchia finanziaria che non riesce a trovare alcuna soluzione alla crisi. Da questo punto di vista non condivido affatto l’idea dell’Europa che agisce contro i propri interessi: si tratta di una visione che non tiene conto del punto di vista delle classi dirigenti e che si fissa su un dato reale – la subalternità politica, economica, militare dell’Unione Europea agli USA – ma secondario. Il problema del riarmo in Europa ed in Italia è in primo luogo un tentativo di uscire dalla gravissima crisi di sovrapproduzione attraverso la riconversione dell’apparato produttivo in apparato bellico. Se non si coglie questo dato strutturale non si capisce la pervicacia con cui una parte considerevole della classe dirigente sostiene a spada tratta l’obiettivo della sconfitta della Russia sul campo nonché la prosecuzione della guerra in Ucraina e i continui doppi standard tra la Russia ed Israele. Si tratta di uno schieramento politico largo, bipartisan supportato da una campagna mediatica continua e da una torsione degli apparati dello Stato utilizzati in chiave sempre più repressiva. Da questo crogiuolo di interessi e pressioni ideologiche scaturiscono le proposte, oggi solo accennate del servizio di leva obbligatorio, presentato alle giovani generazioni come possibile via d’uscita alla crescita del livello d’occupazione giovanile, alla dismissione di alcune aziende e allo svuotamento progressivo dello stato sociale (scuola, sanità, pensioni) che incide pesantemente sul livello medio dei salari reali e di conseguenza sui consumi interni.
La classe dirigente italiana – di cui le attuali forze di governo rappresentano lo spaccato più reazionario e feroce – consapevole di questa dinamica accentua gli strumenti repressivi sia nei confronti delle proteste in generale sia verso i lavoratori e l’esercizio dei loro diritti. L’impostazione ultraoccidentalistica e filo-trumpiana del Governo Meloni, con l’accettazione delle politiche ultraprotezionistiche di Trump, è pienamente consapevole del fatto che la tendenza generale è quella dell’impoverimento complessivo di settori sempre più vasti della classe lavoratrice e del ceto medio, così come sa benissimo a quali sacrifici andranno incontro le folli politiche di riarmo imposte dall’Europa e condivise dalla classe dirigente italiana. L’intera sua azione – così come quella di tutte le forze di estrema destra – si contraddistingue per una difesa ad oltranza degli smodati privilegi degli ultraricchi e di una repressione poliziesca sempre più feroce verso i ceti popolari.
In questo contesto l’attacco è così feroce ed irrazionale da mobilitare contro il riarmo e la repressione settori della società molto vasti; con pezzi sempre più consistenti di ceto medio in via d’impoverimento che, magari, non colgono direttamente il nesso tra politiche repressive e dinamiche del riarmo, oppure che intravedono nei processi di riarmo solo una scelta politica irrazionale e non una necessità, per le classi dirigenti, di uscita dalla crisi. Il movimento contro la guerra si muove spesso su basi etiche (ed è importantissimo che lo faccia), ma non sempre riesce a collegare questa protesta con gli effetti concreti sulla vita dei lavoratori che, dovendo risolvere problemi concreti, vertenze particolari, non riescono sempre a muoversi verso le cause più profonde e reali degli effetti che le politiche di riarmo producono sulla loro vita. Affinché questo processo possa avvenire si dovrebbe favorire il più alto livello di convergenza contro le politiche repressive e contro il riarmo, la manifestazione del 27 e 28 Marzo indetta da No kings, così come è importantissima la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia. Ma il lavoro più duro e di lunga portata è far crescere il conflitto sui luoghi di lavoro, a partire dai bisogni immediati. Ancora più difficile è generalizzare questo conflitto, per portarlo sul piano politico più generale della lotta contro il riarmo e dei cambiamenti nei rapporti di potere. Questa è la battaglia più dura, la più tenace e significativa sul fronte interno. E’ proprio su questa battaglia che l’oligarchia italiana ed Europea non vogliono cedere di un millimetro.
#capitale #crisi #europa #geopolitica #guerra #imperialismo #israele #noKings #riarmo #stato #USAIl tema del riarmo sul fronte interno
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Quando parliamo di riarmo raramente riflettiamo su questo dato: non si tratta di una scelta arbitraria, di una volontà politica e culturale ma di un’esigenza strutturale delle classi dominanti – in particolare dell’oligarchia finanziaria che non riesce
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Neocolonialismo e debiti di ricostruzione
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Articolo pubblicato in origine su Transform Italia il 22/10/2025
di M. Minetti
Chi ricostruirà la città di Gaza, se davvero la tregua attualmente negoziata diventerà una pace stabile? Chi investirà in abitazioni e infrastrutture che, ovviamente, i cittadini palestinesi non possono pagare, e chi otterrà dei profitti dagli appalti di costruzione?
Ma anche, quale grado di indipendenza potranno avere le istituzioni politiche palestinesi, seppure dovessero raggiungere lo status di nazionalità autonoma?
Per cercare di rispondere a queste domande, possiamo guardare al recente passato e osservare le conclusioni della Conferenza Bilaterale sulla Ricostruzione di aprile 2023 e la Ukraine Recovery Conference di luglio 2025, svoltesi a Roma, per spartire le zone di intervento per la ricostruzione ucraina, circa 600 miliardi di spesa previsti. Anche le ONG del terzo settore italiano si sono messe in coda per ricevere la loro parte, per i servizi decentralizzati che sono in grado di offrire.
L’imperialismo, fino alla fine del XIX secolo, si è manifestato nella forma classica del dominio militare su alcune città o su intere macro-regioni lontane dalla madrepatria. I paesi più deboli venivano annessi o sottomessi come colonie dell’impero, fosse quello persiano, macedone, romano, cinese, bizantino, russo, spagnolo, britannico, ottomano, moghul o giapponese. Dall’avvento del capitalismo in poi, a quella militare si è affiancata la forma meno violenta, ma altrettanto efficace, del dominio mediante la dipendenza economica, il neocolonialismo. La forza militare è rimasta come minaccia per il recupero dei crediti, spesso con basi militari stanziate a sorvegliare zone di particolare valore strategico o economico.
Uno dei primi esperimenti di dominio attraverso il debito lo troviamo nell’imposizione delle riparazioni di guerra alla Germania dopo la Prima Guerra Mondiale. “Durante il periodo delle riparazioni, la Germania ricevette tra i 27 e i 38 miliardi di Marchi in prestiti” che si aggiunsero a quelli già contratti per far fronte alle spese della guerra stessa. L’economista satunitense Max Winkler riportava che secondo il Ministro delle Finanze prussiano: “i funzionari tedeschi furono virtualmente inondati da offerte di prestito da parte di stranieri”(M. Winkler 1933, p. 86). Nel 1931, il debito estero tedesco ammontava a 21,514 miliardi di marchi; le principali fonti di aiuto erano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, i Paesi Bassi e la Svizzera”. In questo consisteva in sostanza il Piano Dawes di ricostruzione della Germania. La crisi americana del 1929 si era aggravata anche per i 17 miliardi di Dollari di crediti esteri in parziale o totale default già nel 1931.
Sappiamo bene come andò a finire. Solo due anni dopo Hitler divenne Cancelliere e riuscì, con diverse forzature, ma attraverso elezioni democratiche, a ottenere una solida maggioranza parlamentare con il suo programma che prevedeva, tra l’altro, l’autodeterminazione dei territori tedeschi (pt.1), di abolire i trattati di Versailles (pt. 2) e di non ripagare i debiti (pt. 11).
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la principale potenza vincitrice di quello scontro, l’unica che avesse mantenuto integri il suo territorio e le sua potenza produttiva, ovvero gli Stati Uniti d’America, inaugurarono con il Piano Marshall una nuova stagione di prosperità concedendo finanziamenti a fondo perduto per la ricostruzione e lo sviluppo economico, sia ai paesi vincitori che a quelli vinti. La Storica dell’economia Marina Comei, in un raffronto con il Fondo per la Ripresa dell’UE, sostiene che “nel 1947 il Piano serviva a creare un’area antisovietica economicamente unitaria e si inseriva in un progetto di nuovo ordine europeo e internazionale”, da cui infatti nacque la NATO.
Durante il periodo dei “30 gloriosi” l’effetto stabilizzante degli accordi di Bretton Woods limitò la speculazione finanziaria, mantenendo basso il debito pubblico degli Stati europei, grazie all’intervento delle banche centrali. Caduti gli accordi nel 1971, e iniziata la spirale di crisi delle politiche di welfare, l’avvento del neoliberismo degli anni ’80 ha scatenato le potenze oscure della finanza a caccia di paesi da indebitare irrimediabilmente, per ottenere tassi di interesse sempre più alti. È il caso della speculazione a danno dell’Italia e della banca d’Inghilterra da parte di George Soros del 1992. L’enorme debito pubblico accumulato dall’Italia con i suoi cittadini più ricchi e le banche italiane e straniere, attualmente ci porta a pagare fino a 100 miliardi di interessi ogni anno. Questa situazione debitoria ha giustificato da allora le politiche di privatizzazioni, taglio alla spesa sociale e una maggiore tassazione. Il drenaggio di risorse dai cittadini lavoratori e più bisognosi a favore dei proprietari di investimenti finanziari è ancora maggiore nei paesi a minore reddito, in cui l’esposizione del debito è principalmente verso paesi stranieri, come accaduto in Grecia. Questo processo estrattivo opera anche nei paesi africani e asiatici in via di sviluppo che si sono fortemente indebitati verso la Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale o altre istituzioni finanziarie, per costruire infrastrutture come strade, dighe, reti elettriche, ospedali e aree urbane, senza poi essere in grado di restituire i fondi e gli interessi accumulati. Con la complicità delle élite al governo talvolta corruttibili, non è stata valutata la sostenibilità economica dei debiti contratti con le banche di investimento straniere, che celavano interessi a mantenere un controllo duraturo sulle risorse naturali usate “a garanzia” dei prestiti.
Oltre agli Stati Uniti, che in questo genere di “aiuti” allo sviluppo hanno fatto scuola, come racconta nel suo libro, Confessioni di un sicario dell’economia, l’economista John Perkins, attualmente molte altre istituzioni, non solo occidentali, contribuiscono a far indebitare i paesi che mostrano prospettive di sviluppo o posseggono minerali strategici.
A volte accade che in teatri particolarmente instabili, come quello centrafricano, nordafricano o mediorientale che nuovi attori, differenti da quelli passati alla storia per queste operazioni, sostengano guerriglie antigovernative, colpi di Stato e cambi di partner militari sul terreno. Questo è certamente il caso dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia, della Siria, del Niger e del Burkina Faso assieme a molti altri, in cui l’influenza di paesi emergenti quali la Cina, la Turchia, l’Arabia Saudita, la Russia, l’India e il Pakistan hanno scalzato la precedente influenza statunitense, inglese e francese. Il politologo accademico e consigliere dell’esercito USA in Iraq e Afghanistan nel 2007, Parag Khanna ha esposto in alcuni suoi ben noti libri la teoria secondo cui le tre maggiori potenze che possono aspirare al ruolo di imperi, gli Stati Uniti primariamente, ma anche l’Unione Europea e la Cina, siano attualmente in competizione e quindi anche in conflitto, per la determinazione degli assetti geopolitici futuri. La critica che viene mossa a Khanna dall’esperto di geopolitica Emanuele Parsi, nella sua introduzione al libro I tre imperi, è proprio quella della “sopravvalutazione della capacità e della volontà europea di svolgere un ruolo decisivo nel nuovo ordine mondiale, in cui il multipolarismo in termini politici sembra innanzitutto dettato dalla multipolarità già assunta dal sistema economico globale”(Khanna 2009, p.7). Sostanzialmente il Prof. Parsi rileva che non basta una sovraccumulazione di capitali per attuare una politica neo-coloniale, serve anche la potenza militare, ed è quella di cui si sta dotando la UE con il recente ReArm Europe, il piano di 800 miliardi in armamenti che dovrebbe permettere all’Europa di esprimere appieno le sue aspirazioni imperiali, senza dover dipendere totalmente dalle infrastrutture e dalle armi statunitensi, dislocate sul suo territorio durante la Guerra Fredda.
Penso che tutti noi non riteniamo né attuabile e né auspicabile questo piano di armamenti. Tanto più che ci viene presentato in assenza di una effettiva unità politica e decisionale europea e nel perdurante frazionamento delle forze armate nazionali dei paesi membri. Purtroppo non siamo noi a decidere se approvarlo e forse neppure i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo.
Visto che i 27 paesi dell’UE non sono affatto concordi su questi indirizzi politici e sul promesso aumento delle spese militari al 5% del PIL, il sospetto, che è quasi una certezza, è che il ReArm Europe sia di fatto un tributo estorto alle “colonie” europee, costrette a comprare tecnologia dismessa o comunque obsolescente dal complesso militare-industriale statunitense, per rilanciare l’economia in grave crisi debitoria di quel paese in declino.
Il debito è un mostro vorace che non perdona neppure chi lo gestisce, in quanto ritarda soltanto la crisi da sovrapproduzione, fino alla prossima guerra.
Bibliografia
G. Ansalone, I Nuovi Imperi. La mappa geopolitica del XXI secolo, Marsilio, 2008.
P. Ferrero, La truffa del debito pubblico, DeriveApprodi, 2014.
P. Khanna, I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo, Fazi, 2009.
J. Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia, MinumumFax, 2010.
Y. Varoufakis, Il Minotauro globale, Asterios, 2012.
M. Winkler, Foreign Bonds: An Autopsy, Roland Swain Company, 1933.
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