Quando una prigione israeliana diventa una condanna a morte.
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"Forse la strategia di #Israele è quella di lasciarli morire uno dopo l’altro in carcere, in preda alle sofferenze e senza alcun processo."

#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide‌ #Gaza #WestBank #Israel #Peace #19giugno

https://www.haaretz.com/opinion/editorial/2026-06-19/ty-article-opinion/when-an-israeli-prison-becomes-a-death-sentence/0000019e-dc46-db7a-a9bf-ddd6134a0000?fromLogin=success

⟦ Domenica, #ImadSarhan – un detenuto per motivi di sicurezza, arabo israeliano e residente a #Haifa – è deceduto nella sua cella nel carcere di #Gilboa.
Sarhan è il 104° detenuto per motivi di sicurezza a morire in un carcere israeliano dall’ottobre 2023.

Secondo la sua cartella clinica, ottenuta da "Physicians for Human Rights-Israel", Sarhan, nonostante soffrisse di numerose patologie, non ha ricevuto cure mediche negli ultimi due anni e mezzo.

La morte di Sarhan è l’ennesima prova delle condizioni spaventose che regnano nelle carceri di sicurezza israeliane.

Sotto la guida del ministro della Sicurezza nazionale #ItamarBen-Gvir, del capo del Servizio penitenziario israeliano Kobi Yaakobi, dei direttori di carcere e degli agenti penitenziari, il sistema carcerario si è trasformato in un luogo di tortura.

Decine di rapporti, testimonianze e indagini hanno documentato casi di inedia, violenza arbitraria, assistenza medica inadeguata, condizioni di vita disumane e altre forme di abuso.

Martedì, due giorni dopo la morte di Sarhan, la giudice della Corte Suprema Gila Canfy Steinitz ha respinto un ricorso che chiedeva il rilascio del dottor #HussamAbuSafiya dalla detenzione.

#AbuSafiya, direttore dell’ospedale #KamalAdwan nel nord di #Gaza, è diventato un simbolo della sofferenza e della determinazione dei medici della Striscia.

Suo figlio è stato ucciso dal fuoco delle Forze di Difesa Israeliane ( #IDF), lui stesso è rimasto ferito, gran parte dell’ospedale è stata distrutta e anche alcuni dei suoi colleghi sono stati uccisi.

Ciononostante, Abu Safiya si è rifiutato di abbandonare i suoi pazienti ed è rimasto al loro fianco fino a quando non è stato arrestato dall’esercito israeliano nel dicembre 2024.

Da allora è in carcere, insieme a circa 1.300 altri abitanti di Gaza, tra cui 13 medici, con la qualifica di “combattente illegale”, una classificazione giuridica di dubbia validità secondo il diritto internazionale, che consente allo Stato, da un lato, di evitare di presentare prove e di sottoporsi a un vero e proprio controllo giudiziario e, dall’altro, di negare ai detenuti i diritti riconosciuti ai prigionieri di guerra.

Forse la strategia di #Israele è quella di lasciarli morire uno dopo l’altro in carcere, in preda alle sofferenze e senza alcun processo.

In due recenti sentenze, sembra che i giudici della Corte Suprema stiano finalmente cominciando a rendersi conto che la macchia oscura rappresentata dai centri di detenzione non può più essere ignorata.

Due settimane fa, i giudici hanno ordinato allo Stato di consentire le visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi per motivi di sicurezza, dopo che l’accesso era stato bloccato per più di due anni e mezzo.

Mercoledì scorso, i giudici hanno emesso un’ordinanza provvisoria con cui si impone allo Stato di spiegare perché le disposizioni della Legge sui combattenti illegali non debbano essere dichiarate incostituzionali, in quanto consentono una detenzione prolungata senza controllo giudiziario.

Il sudafricano #NelsonMandela, che fu egli stesso un detenuto per motivi di sicurezza per 27 anni, scrisse che «nessuno conosce veramente una nazione finché non è stato all’interno delle sue carceri».

Uno sguardo nell’oscurità delle prigioni israeliane rivela una terribile verità sulla società israeliana sotto #BenjaminNetanyahu e i suoi ministri kahanisti, che sostengono politiche di espulsione e di fame.

Spetta ai giudici della Corte Suprema e ai giudici di tutti i tribunali porre fine alla fame, agli abusi e alla detenzione in corso.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di #Haaretz, pubblicato nelle edizioni in ebraico e in inglese del quotidiano in Israele.⟧
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