L’articolo di #AmosGoldberg, storico israeliano professore presso l'Università Ebraica di Gerusalemme e che molto ha scritto sulla #Shoah, parte da un episodio molto concreto: il processo per diffamazione intentato dal colono #UriKirschenbaum contro il giurista #AlonHarel.

Quest’ultimo aveva definito #Kirschenbaum “uno studente di #AlfredRosenberg” ( considerato da Hitler l'ideologo del nazismo), dopo che Kirschenbaum aveva pubblicato un articolo in cui giustificava un #pogrom dei coloni nel villaggio palestinese di #Jit e proponeva una dottrina di “deterrenza” basata sul colpire deliberatamente civili palestinesi. #Goldberg, chiamato come esperto, spiega che l’analogia non era un insulto gratuito, ma un confronto fondato su elementi strutturali. ⬇️2

Per mostrare perché, l’autore riporta passaggi testuali dell’articolo di Kirschenbaum.

In essi, il colono sostiene che non esista alcuna differenza tra palestinesi di #Gaza e #Cisgiordania, tra civili e combattenti, tra moderati e jihadisti: “tutti vogliono massacrarci con le nostre mogli e i nostri figli”.

Da questa premessa, deduce che l’unica strategia efficace sia “distruggere, uccidere e annientare masse di gazawi, loro, le loro mogli e i loro figli e figlie”.
Non come “danno collaterale”, ma come obiettivo diretto.

Kirschenbaum afferma inoltre che ciò che le #IDF fanno a Gaza dovrebbe essere replicato a #Jenin, #Tulkarem, #Hebron e #Nablus, e legittima apertamente i pogrom dei coloni, criticando chi li condanna. ⬇️3

Goldberg mostra come questa visione - che cancella la distinzione tra civili e combattenti, attribuisce colpa collettiva a un intero popolo e considera la violenza contro i civili un mezzo necessario . sia strutturalmente simile alla dottrina di sicurezza nazista durante la II guerra mondiale.

Per sostenerlo, cita documenti storici: l’Ordine dei Commissari del 1941, in cui Hitler e Keitel autorizzarono l’uso illimitato della violenza contro civili sovietici; gli ordini che permettevano di colpire “senza restrizioni, anche donne e bambini”; la distruzione del villaggio di #Lidice come punizione collettiva; e le parole di comandanti come #OttoOhlendorf, che giustificavano l’uccisione di bambini in nome della “sicurezza permanente”. ⬇️4

L’autore non sostiene che #Israele sia la Germania nazista, né che Kirschenbaum invochi una “soluzione finale”.

Ma sostiene che le logiche - disumanizzazione, punizione collettiva, identificazione del nemico come totalità indistinta, legittimazione della violenza extralegale - sono comparabili, e che proprio questo tipo di analogie siano ciò che la memoria della Shoah dovrebbe aiutarci a riconoscere.

Goldberg porta anche esempi storici interni alla politica israeliana: #Ben-Gurion che definì #Begin “un tipo hitleriano”, Begin che paragonò #Arafat a Hitler, Amos Oz che rispose ricordando che Hitler era morto e non si trovava a Beirut. ⬇️5

Questi esempi servono a mostrare come l’uso di analogie forti non è mai stato un tabù assoluto nella società israeliana; il tabù emerge solo quando l’analogia riguarda il potere ebraico-israeliano, non i suoi nemici.

Infine, l’autore cita il caso di #AlexandriaOcasioCortez, che definì “campi di concentramento” i centri di detenzione per migranti negli #USA.
Il Museo dell’Olocausto di Washington condannò l’analogia, ma 600 studiosi dell’Olocausto, tra cui Goldberg stesso, firmarono una lettera sostenendo che le analogie non solo sono legittime, ma necessarie per riconoscere segnali di pericolo.

#TimothySnyder, uno dei massimi storici dell’Olocausto, scrisse che vietare le analogie svuota di senso il “mai più”. ⬇️6

L’articolo si chiude con un punto netto: la memoria della Shoah non è un santuario da proteggere, ma uno strumento critico.
Se ogni analogia viene impedita, fa si che la memoria diventi un mito paralizzante.

Se invece vengono usate con rigore, possono aiutare a riconoscere quando logiche di disumanizzazione e violenza di massa riemergono, anche quando a metterle in atto è il loro stesso Stato, cioè Israele.
🔚 7

Il ragionamento di #AmosGoldberg è ampiamente condivisibile.
Personalmente non amo usare questo tipo di analogie proprio perchè non ho le competenze per maneggiarle.

Detto questo, ben vengano, anzi sono doverose, le opinioni di chi può farlo.

@Mau_or_
Interessante, tutto il filo.
@Mau_or_ Molto interessante, ma a mio parere il discorso su Israele non può prescindere dalle premesse religiose.
A tale proposito ritengo indispensabile ascoltare questo podcast, che ripropone un'intervista di anni fa, quando ancora non si sospettava che si potesse arrivare qui.
Dobbiamo conoscere il clima sociale israeliano per potere davvero capire ciò che sta accadendo o che può accadere.
storielibere.fm | Ep. 30 | La Terra Promessa