da “Il misuratore delle ombre uscì dalla Cadillac nera”. La Nuova Poesia.0 nell’epoca della Intelligenza Artificiale Generativa

la disperazione è la catastrofe dell’ordine simbolico che è imploso. La privatizzazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico

GIORGIO LINGUAGLOSSA    

II
Qualcuno mi chiama al citofono.
È arrivato finalmente il misuratore delle ombre.

«No Campari, no Tik Tok», disse il mago Woland varcando la soglia d’ingresso del Pentagono.
A quei tempi il Linguaglossa millantava credito, trattava con il bastone e la carota, ma fu il bastone che ebbe la meglio.
«This is a very reversal!», pronunciò un omino con gli occhiali di tartaruga in fondo alla sala.
Ci fu un battimano.
Qualcuno del pubblico disse:
«Se a un semaforo in Corso Francia incontrate una giraffa, niente paura, si tratta del filosofo Agamben che si sta pulendo gli occhiali»
Subito dopo, al Teatro Tenda di Mosca il soprano gorgheggiò un’aria di Mozart.

Era entrato nella stanza con un metro pieghevole
Il letto era appoggiato contro la parete
Ha preso le misure del letto, del lampadario, dei comodini, dell’appendiabiti con le giacche appese del Signor Linguaglossa.
Il Figuro rivolse la torcia elettrica nell’angolo dietro l’armadio.
I bagagli erano tutti aperti. C’era della biancheria, delle scatole di medicinali, tubetti di dentifricio e un revolver a tamburo con il manico di madreperla.
Il Signor K. si è accomodato sulla sedia a dondolo dipinta in rosso
proprio di fronte al letto.
Si dondolò leggermente con un sorriso a trentadue denti.
«Una overdose di Remdesivir la si può prendere ad Abukir», disse.

«Composizione per pantofole e violino», disse un inquilino.
«O meglio, quartetto per violini ed elicotteri», commentò un terzo inquilino.
Prese la parola il mago Woland.
«Infilate le pallottole nel pallottoliere o, se volete, infilate il pallottoliere nelle pallottole»
«Spruzzate del borotalco»
«B. è un venditore di pentole»
«C. fabbrica marmellate al polonio»

C’era un odore maleodorante disinfettato con del deodorante
«Sa, Linguaglossa, se in un romanzo compare una pistola, occorre che spari».
K. pronunciò queste frasi senza senso una dopo l’altra
« Sì, lo so, è incredibile: il Signor Putoler e il Signor Salvini una volta erano dei bambini»,
replicò il critico senza convinzione.

prima di apporre il cartello “Closed” in vetrina

Il sogno in primo piano è un universo in espansione.
Però la porta principale era bloccata.
Allora, con Betty ritornammo al passato per il tramite
di uno specchio retrovisore
recuperando i fotogrammi in bianco e nero della nostra esistenza
prima di apporre il cartello “Closed” alla vetrina.

Una giacca a quadretti adesso è al n. 19 di via Grazhdanskaja,
all’angolo col vicolo Stoljarnyj, tra poco
arriverà al ponte Kokushkin
fino al numero 104 del canale Griboedov.
In tutto 730 passi.

Ci vennero incontro Prufrock ed Eliot, due girondini della rivoluzione francese
e Miss Horkheimer con il revolver nascosto nella borsetta.

«Lei, Signorina, ha buon gusto
senza di noi non esisterebbe neanche il nulla»,
disse il Signor Rossi dopo aver apposto il cartello “Closed” in vetrina.
Ci fu chi domandò: «Chi c’è di là nel metaverso?»
ma la fuliggine salì fino al quinto piano dove abitava il Linguaglossa.

«Fai presto col whatsapp – replicò la mamma –
oggi c’è il torneo di Wimbledon alla TV, non ti scordare di prendere il latte!!… È vero che Emily si è fidanzata con quel bellimbusto con il ciuffo alla Bobby Solo che abita sulla Siegfriedstraße?»
«No, non è vero mummy, chi te l’ha detto?»

«Ma sì, mummy – interloquì Miss Horkheimer –
Emily è andata a vivere con Dorian a Londra, nel quartiere di Bloomsbury…
gira sempre con le scarpe da ginnastica!
Si attacca al passato come il silicone alle finestre,
ma a giudicare le cose da come sono andate
forse è stato meglio così…
yoga a parte Emily ha preso un granchio, tutto qui.
Sarebbe preferibile che la luna se ne stesse in disparte per un po’,
non credi?
Dorian viaggia sempre sugli ologrammi dei ghostbusters!
Tommy invece ha inaugurato l’anno cinese delle candele con la laurea in modalità telematica, poi… nulla più, è scomparso dai radar…»

All’improvviso, si presentificò un gattopardo maculato che rovistava nel cassonetto dei rifiuti di via Pietro Giordani dove abitava il critico Linguaglossa.
«Egregio Linguaglossa, lei è un inguaribile sognatore», disse.


La Nuova Poesia.0 Il 4 dicembre 2024 L’Ombra delle Parole e l’Editore Progetto Cultura di Roma hanno organizzato presso la Fiera del LIbro di Roma Eur un Focus sul tema La nuova poesia nell’epoca della sua riproducibilità digitale. Io proporrei un altro Focus, e precisamente: La Nuova Poesia.0 nell’epoca della Intelligenza Artificiale Generativa. Come è cambiata la nostra Memoria? Come è cambiata la nostra scrittura? Come è cambiata la nostra proiezione verso il futuro? Come è cambiata la percezione della nostra identità?

Nell’epoca del post-moderno la struttura ideologica delle moderne democrazie liberali (o quel che ne resta) tendono a riprodurre le narrazioni privatistiche e tribali (Maurizio Ferraris). Le poesie e i romanzi che si pubblicano oggi sono scritture che la Intelligenza Artificiale Generativa potrebbe riprodurre in miliardi di esemplari, migliorandole, al pari delle medesime narrazioni gestite dall’io privatistico. La privatizzazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico.

Piuttosto, la disperazione è la catastrofe dell’ordine simbolico che è imploso. La privatizzazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico. In tale situazione l’io non è più capace di avvertire una reale disperazione, avverte qualcosa sì, ma che non è più disperazione ma una situazione di vuoto derivante dalla implosione di ogni ordine simbolico e di ogni ordine semiotico. «Il principio di realtà – scrive il Baudrillard ne Lo scambio simbolico e la morte – ha coinciso con uno stadio determinato della legge del valore. Al giorno d’oggi, tutto il sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà è assorbita dall’iperrealtà del codice e della simulazione, è un principio di simulazione quello che ormai ci governa al posto dell’antico principio di realtà. Le finalità sono scomparse: sono i modelli che ci generano. Non c’è più ideologia, ci sono soltanto dei simulacri».1 

1 Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181, trad. it. di E. Schirò.

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Giorgio linguaglossa | Substack

Scrittore di cose poco utili: poesia e ermeneutica di poesia

L’ideologia trumpiana Make America Great Again da anomalia è diventata la norma, merce da esportazione traducibile in tutti i paesi che adottano l’ideologia trumpiana-muskiana, da noi tradotto da Salvini in Prima gli italiani. Motto d’accatto salviniano, traducibile con frase da operetta in: Make Italia Great Again. Motto maccheronico di valvassini che inneggiano laudi al loro Padrone.

La nuova poesia nell’epoca del Capitale cognitivo è un ircocervo con frittura di pesce. I Capitale è una entità cognitiva, pensa, sa, ma l’arte ne è consapevole? Se sì, allora dismetta gli abiti di scena, adotti la strategia del camaleonte, si mimetizzi tra gli oggetti, tra le orme, tra le tracce, diventi magma, macchia, struttura dissipata e/o dissipativa,

Nella post-poesia interventistica di Ivan Pozzoni non c’è un metodo, non c’è un copione, non c’è un concetto di tradizione, c’è piuttosto una strategia di accerchiamento dell’avversario, della poesia elegiaca. In un markettificio universale in cui si assiste al caos del mondo delle compravendite immobiliari applicato alle relazioni estere (leggi Trump), perché mai non trattare la forma-poesia alla stregua delle compravendite immobiliari?. Pozzoni si è adeguato in modo dialettico alla questione della poiesis del nostro tempo, non osserva le esigenze di politica interna, gli opportunismi, i ratings, i titoli di borsa dei cortigiani, ma segue il proprio umore suscettibile e rivoltoso, va per rivoltellate e per sillogismi, per invettive e retropensieri detti a voce alta. “This is going to be great television”, ha detto Trump con un sorriso a 32 denti. Sicuro, la poiesis la si può scrivere come un episodio mal recitato di Donad Trump. Ormai è Donald il vero direttore d’orchestra della «nuova poiesis». Altro che!, roba da fare impallidire il mago Woland!

Ha scritto Dino Buzzati nel 1963 :

«Per giudicare le poesie c’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta. Perché la grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa. Naturalmente, per una totale comprensione, occorrerà in seguito starci su, leggerla e rileggerla. Ma una sommaria identificazione è facilissima. Come succede per i violinisti, che bastano quattro note per capire se sono grandi o no (mentre i pianisti sono un po’ come i prosatori, prima di esprimere un giudizio, bisogna starli ad ascoltare lungamente e poi pensarci su tre volte).»
(da In quel preciso momento, Mondadori, 1963)

Il pensiero di Buzzati è intuitivo ma semplicistico, cioè semplifica eccessivamente il problema, anzi, addirittura si potrebbe sostenere il risultato esattamente contrario: se leggiamo una poesia senza il minimo sforzo, a mio avviso vuol dire che è una mediocre poesia, perché rientra nelle mie aspettative circa il che cos’è una poesia; la leggiamo, ci beiamo della sua “carica di vita” e subito dopo passiamo oltre, e la possiamo dimenticare. Al contrario, io ritengo che è poesia quando non riusciamo a capirla, quando qualcosa ostacola la nostra comprensione nonostante tutti i nostri sforzi. Quando mantiene il suo segreto.
Ecco un mio componimento del 2021, ben prima che approdassi alla poetry kitchen, ma che contiene già molti elementi kitchen. Proviamo a leggerla senza chiederci cosa significhi, distrattamente, senza chiederci alcun perché.
(Giorgio Linguaglossa)

Il corvo del malaugurio

Un cavallo di legno sortisce dal ballatoio di via Pietro Giordani 18, dove abito, entra nel bagagliaio di una peugeout pargheggiata davanti all’edificio
E dice: «I am tired and stop worrying.»

«È una questione di volumetrie, di interruttori della luce, di abduzioni, e di abluzioni», pronuncia il Signor Faust.

Io e mio fratello siamo tornati bambini, ci svegliamo all’improvviso nell’ambulanza che ci sta conducendo all’obitorio.
Mia madre viene a prenderci appena usciti dalla scuola elementare. Sorride.
Mio padre è tornato dalla guerra. È ferito alla testa. Ha un buco che lui nasconde dietro un ciuffo di capelli. È strano, non ci parla mai di guerra. Ci ha portato una mitragliatrice in regalo per la Befana, spara proiettili di cartone, noi bambini la mettiamo sul treppiedi, giochiamo alla guerra, spariamo con le pistole giocattolo, gridiamo: bum bum!

«Il corvo del malaugurio è sempre in agguato sul trespolo. Gongola e gorgheggia come un soprano del Falstaff», dice mio padre.

Mio padre mangia margherite, finocchi e polpette al cianuro. Dice: «Bambini, il piatto è servito».