Il più disperato di tutti i mondi: "La strada" di Cormac #McCarthy
https://www.youtube.com/watch?v=piI_L4r3-34
#libri #letteratura #viggomortensen #lastrada #distopia #apocalisse #speranza #disperazione #baricco
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Addio al Novecento
di Alessandro Baricco 9 ottobre 2025
(Questo testo è stato pubblicato dall'autore su Substack. E' di libera circolazione e appartiene a tutti)
Adesso è difficile individuarlo, ma c’è stato un giorno, recente, in cui Gaza ha smesso di essere il nome di una terra per diventare la definizione di un limite: la linea rossa che molti di noi hanno scelto come confine invalicabile. Da quel giorno, lottare al fianco di Gaza non è più stata una scelta politica, da legittimare o da porre in discussione.
È diventata una mossa mentale in cui una certa umanità ha preso distanza da un’altra, rivendicando una propria idea della Storia e richiedendo indietro il mondo a chi glielo stava scippando.
Non è contato più niente quel che eventualmente si pensava del conflitto tra Hamas e Israele, e neppure i pregiudizi che si potevano avere sugli ebrei o sul terrorismo: si è tutto spento come una candela in una casa che brucia, da quando Gaza è divenuta molto di più che una situazione geopolitica su cui prendere posizione: oggi è il nome di un certo modo di stare al mondo.
Ma in questi ultimi mesi siamo stati costretti a ricordare una verità scomoda, che forse avevamo rimosso: non c’è niente di più pericoloso di un animale morente. Entrato in agonia, il Novecento ha iniziato ad abbandonare la composta resistenza che aveva declinato con fermezza e, fiutata la fine, ha iniziato a menare colpi violenti, diventando estremamente aggressivo. Lo ha fatto resuscitando uno dei suoi tratti identitari più forti: credere che la guerra sia una soluzione, e la sofferenza dei civili un prezzo accettabile con cui finanziare lo scontro tra le élites.
Sia l’aggressione russa all’Ucraina sia la guerra tra Hamas e Israele affondano le loro origini in pieno Novecento. Ancora vi si percepisce l’onda d’urto di fenomeni come l’Imperialismo e il Colonialismo che sono stati marchi di fabbrica del pensare Otto-Novecentesco. Vi si riconoscono facilmente conti rimasti aperti dalla Seconda Guerra Mondiale o dalla Guerra Fredda. E vi risulta spalancato il catalogo di prodotti con cui il Novecento ha venduto se stesso per lungo tempo: il culto dei confini, la centralità delle armi e degli eserciti, la religione del nazionalismo. È tutto un unico pacchetto: è il colpo di coda dell’animale morente. L’onda lunga di un disastro.
Della cosiddetta rivoluzione digitale si può pensare quello che si vuole ma sarebbe sciocco non ammettere che, consapevolmente o meno, ha fatto saltare i bunker strutturali e culturali su cui il Novecento aveva potuto edificare il proprio disastro: attraverso il digitale abbiamo scelto un mondo immensamente più liquido, più trasparente, in cui muri e confini perdono di consistenza; abbiamo accettato il rischio di liberare tutte le informazioni e le opinioni mettendole in circolo quasi senza cautele; abbiamo accelerato tutti i tempi generando di fatto un tavolo da gioco che si modifica in continuazione impedendo alle idee di sclerotizzarsi o di assurgere a miti; abbiamo reso estremamente difficile creare sacche protette dove far accadere la Storia al riparo da sguardi indiscreti; e abbiamo reso più impervio l’esercizio del dominio da parte di qualsiasi élite. Nessuna di queste mosse è esente dal rischio di drammatici effetti collaterali: ma se le abbiamo fatte è per una ragione che non dobbiamo mai perdere di vista: ci è sembrato urgente provare a vivere in modo diverso, per non morire nello stesso modo dei padri.
E ci era chiaro che il cuore della faccenda era proprio lì dove guerra, violenza e armi formavano un gorgo primitivo di cui volevamo cancellare ogni traccia. Se c’era un modo traumatico ma definitivo di ricordarci tutto questo, Gaza è quel modo. Ha ricordato a molti di noi che stiamo già vivendo in un mondo diverso - con le nostre menti, coi nostri gesti quotidiani – un mondo diverso dove Gaza non è possibile. Di più: non siamo disposti ad accettare che l’animale morente riprenda il centro della scacchiera, e ci riporti indietro, e tenga in ostaggio le nostre visioni. Al di là dell’istintiva e dolorosa pietas che Gaza ispira, l’insulto vero è sentirsi scippare - con violenza, arroganza e ferocia - di una cosa troppo preziosa: il futuro che vogliamo. Chi poteva capirlo meglio che dei ragazzini?
Se provo a spiegarla, mi viene in mente questo: c’è un enorme parte del tessuto economico, politico, intellettuale e sociale che sapeva giocare il gioco del Novecento ma non sa ancora giocare quello della nuova civiltà. Quindi si acquatta tra le pieghe dell’animale morente. Faccio un caso molto concreto: c’è molta gente che sa fare i soldi nell’habitat del Novecento e che non sa ancora come farli nella civiltà digitale.
Un esempio facile: i media. I grandi, tradizionali media del passato, intendo. I giornali cartacei, per dire, altri animali morenti (e lo dico con tristezza). La leggerezza con cui spesso soffiano sui venti di guerra tradisce l’istinto ad andarsi a rifugiare nei toni, e nelle idee, che a lungo hanno assicurato loro una qualche centralità, e dunque dei solidi profitti. Comprensibile, ma pericolosissimo. Non meno trasparente è la voluttà con cui intere élites intellettuali – per le quali la lucidità dovrebbe essere un dovere – vengono sedotte e ipnotizzate dall’animale morente e lo ricollocano al centro del gioco.
Non sembra essere alla loro portata articolare visioni, o anche solo analisi, applicabili alla mappa del mondo nuovo: continuano ad articolare partite raffinate su una scacchiera che dovrebbero essere i primi a distruggere. Lo fanno con una voluttuosa propensione all’autodistruzione. È un fenomeno doloroso. Di fatto, gli scontri di civiltà si decidono in buona parte sulla capacità di narrazione, cioè sull’efficacia con cui alcuni riescono a convertire una nebulosa di fatti in una storia convincente, e dunque in realtà. Che così tanti narratori di talento lavorino in queste ore per portare ossigeno a una narrazione esausta come quella del Novecento – lei e la sua desolante epica guerriera – e cosa che inclina a reazioni durissime.
Vorrei essere chiaro: non significa consegnarsi ciecamente alla civiltà digitale, significa usarla per sfilarsi via per sempre dai nostri errori. Ma non è quello che stiamo facendo. Sentire la parola riarmo filtrare dalle più rappresentative menti del continente è una vergogna, e a livello intellettuale un fenomeno incomprensibile. Essere costretti ad ascoltare i toni virili con cui si promette di difendere ogni singolo metro della nostra amata terra europea è inaccettabile. Piuttosto, ci sarebbe da dire con tutt’altra mitezza che difenderemo ogni singolo metro della civiltà che stiamo immaginando, e non lo faremo con le armi, ma con l’ottusa pazienza con cui l’animale cerca l’acqua e i fiumi il mare.
Lì dentro c’è un incrocio di correnti che è difficile da analizzare. Sicuramente c’è un’istintiva regressione a schemi di pensiero novecenteschi, tanto rudimentali quanto utili nei momenti di confusione. Il ritorno al culto dei muri e dei confini ne è un chiaro esempio. Ma questa regressione non si dà in purezza, come avrebbe fatto nel Novecento, e piuttosto viaggia costantemente diluita in sostanze che sembrano piuttosto arrivare da certa chimica tipica della nuova civiltà: il sospetto per le élites, l’individualismo di massa, perfino una certa inclinazione a interpretare la realtà con gli schemi formali del gioco, spostando su una superficie vagamente ludica il baricentro delle cose e diffidando della profondità come codice di lettura del reale.
Certo, l’assemblaggio è duro da digerire per la sua tendenza a virare sul volgare, il protervo, l’adolescenziale e il semplicemente imbecille. Ma le rivoluzioni, è inevitabile, producono spettacolari contromovimenti di cui non sempre si può controllare il design. Quella francese del 1789, per dire – una rivoluzione che ha cambiato mezzo mondo – rimbalzò in una turgida acrobazia il cui kitsch è splendidamente riassunto nel quadro di Ingres dedicato a Napoleone imperatore. Vale la pena dargli un’occhiata.
Tra la presa della Bastiglia e quel quadro passarono 17 anni. Gli stessi che sono passati dalla presentazione del primo iPhone alla vittoria di Trump alle presidenziali del 2024. (Sì, mi rendo conto che il paragone delizierebbe il vecchio Donald. Mi scuso. Ma rendeva l’idea).
(Se questo testo vi piace, diffondetelo. Se vi piace molto, traducetelo, prima che lo faccia l’IA, e fatelo girare. Grazie. Alessandro Baricco)
«L'addio al novecento dei ragazzi nelle piazze». Un bel pezzo di Baricco sui tempi moderni e su come Gaza segni il passaggio ad una nuova civiltà. Pubblicato su substack e liberamente distribuibile. Ripubblicato da Repubblica qui: https://www.repubblica.it/cultura/2025/10/09/news/alessandro_baricco_l_addio_al_novecento_dei_ragazzi_nelle_piazze-424900624/
Corriere.it - Homepage by di Valerio Cappelli
Baricco e Jolie: «Solitudine e dolore ci insegnano tanto. A Los Angeles mi cucinò gli spaghetti»
Translated:
Baricco and Jolie: "Loneliness and pain teach us so much. In Los Angeles he cooked me spaghetti."
#Jolie #LosAngeles #Baricco
https://www.corriere.it/spettacoli/cinema-serie-tv/24_novembre_24/angelina-jolie-e-alessandro-baricco-solitudine-e-dolore-ci-insegnano-tanto-ccd5547d-95b4-4184-ac48-02b198974xlk.shtml
La star di Hollywood e lo scrittore italiano di culto al Festival di Torino col film Senza sangue: «Storia violenta senza buoni o cattivi. È uno studio sull’umanità»
RaiNews by undefined
Buchmesse: l'Italia protagonista. "Italiani nel mondo fieri di questa presenza"
La Fiera del libro di Francoforte, da ieri aperta al pubblico, si appresta a vivere due giorni all’insegna dell’Italia, quest’anno Ospite d’Onore. Baricco: "La letteratura non si tocca"
Translated:
Book Fair: Italy takes center stage. " Italians around the world proud of this presence."
The Frankfurt Book Fair, open to the public since yesterday, is about to live two days dedicated to Italy, this year's Guest of Honor. Baricco: "Literature cannot be touched".
#Italy #GuestofHonor #Baricco #Italians
https://www.rainews.it/articoli/2024/10/buchmesse-litalia-protagonista-italiani-nel-mondo-fieri-di-questa-presenza-42c2493b-bd17-4c0f-8df4-3a0a4444a41a.html
Corriere.it - Homepage by di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi
Baricco: «Novecento mi soddisfa ancora, l'ho scritto in tre settimane e sono 30 anni che mi porta ricchezza e soddisfazioni»
Translated:
Baricco: “Novecento still satisfies me; I wrote it in three weeks and for 30 years it has brought me wealth and satisfaction.”
#Novecento #Baricco
http://torino.corriere.it/notizie/cultura/24_ottobre_11/alessandro-baricco-novecento-mi-soddisfa-ancora-l-ho-scritto-in-tre-settimane-e-sono-30-anni-che-mi-porta-ricchezza-e-soddisfazioni-6692729d-c652-428c-926d-aa3e02d7bxlk.shtml
A lui il Premio Speciale 2024 del Lattes Grinzane: «Nella mia carriera ho fatto qualche puttanata, ma mi è stata perdonata». Il 12 ottobre alle 17 la lectio nel Teatro Sociale di Alba
Quando non sai cos'è, è jazz!
Oppure le polpette della mensa.