Abbondanza di cibo, un’ipocrisia che sta finendo - Radio Città Fujiko

Al Terra di Tutti Film Festival la presentazione del libro di Fabio Ciconte "L'ipocrisia dell'abbondanza - perché non compreremo più cibo a basso costo".

Radio Città Fujiko
Siamo marxisti, oltre il produttivismo c’è di più

di Fabio Ciabatti Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, [...]

Carmilla on line
Poco, ma si deve festeggiare… tirare fuori tutto quanto di #bello e #buono ci si può permettere!
Si vuole #abbondanza, che sia manifesta perché abbondanza chiama abbondanza! Specie ora che il #seme dello #Yule verrà vivificato dal #Sole!
https://rizomatica.noblogs.org/2020/10/parretti-necessita-della-diminuzione-dellorario-di-lavoro/

Necessità della diminuzione dell’orario di lavoro
Le società più sviluppate si trovano di fronte le conseguenze di due dinamiche distinte:

lo sviluppo economico capitalista e
lo sviluppo dei bisogni umani.
Osserviamo le due dinamiche:

Esiste un processo per cui parte delle merci prodotte vanno ad aumentare il capitale esistente e questo permette, a sua volta, di produrre una maggiore quantità di merci.
Inoltre parte del lavoro sociale è dedicato a sviluppare conoscenze e tecniche che determinano una continua crescita della produttività e quindi la società è capace di produrre con la stessa quantità di capitale una maggiore quantità di merci.
Tale crescita della produttività dipende dalle risorse, ad essa dedicate, ma soprattutto dal livello di istruzione dei lavoratori stessi.
Quando questo aumento della produttività induce, a sua volta, una crescita dell’istruzione, il suo ritmo di crescita diventa esponenziale(1).
Allora, se questa capacità di produrre, a parità di capitale e lavoro, un valore sempre maggiore, non è accompagnata dalla crescita, nella stessa percentuale, di reddito speso per la soddisfazione dei bisogni, la crescita del capitale diventa impossibile perché il capitale esistente già sarebbe sufficiente a produrre più di quanto richiesto ed il capitale aggiuntivo diventerebbe inutile.
Da questo deriverebbe l’impossibilità di accumulazione del capitale e dei profitti e quindi la crisi del capitalismo.
Allora, la crescita del reddito, proporzioneale alla crescita della produttività, della maggioranza dei membri della società, cioè dei lavoratori, diventa la condizione necessaria al funzionamento stesso del sistema economico.
Esiste un’altra dinamica sociale, simultanea ed indipendente da quella appena descritta, per cui, man mano che le persone riescono a soddisfare i loro bisogni, cioè ad avere un reddito che permetta loro di acquistare i beni ed i servizi necessari a soddisfarli, maturano nuovi bisogni, la cui soddisfazione richiede un reddito sempre maggiore. Quindi una crescita del reddito determina una crescita dei bisogni, la cui soddisfazione implica, a sua volta, la necessità della crescita del reddito da spendere per la loro soddisfazione.
Ma quando le persone sono riuscite a soddisfare i loro bisogni primari, cioè quelli definiti dall’apparato sensoriale e pulsionale umano, geneticamente determinato, maturano nuovi bisogni in modo più lento per due ragioni:
1) una di natura economica: prima di spendere totalmente un maggiore reddito disponibile, le persone tendono a mantenerne una parte in forma precauzionale, come assicurazione contro possibili eventi negativi, che possano rendere insicura la soddisfazione futura dei bisogni primari. Ciò implica che la crescita di nuovi bisogni e la loro soddisfazione tende ad essere minore della crescita del loro reddito e quindi una parte sempre maggiore del reddito aggiuntivo viene risparmiata e la propensione marginale al consumo diminuisce al crescere del ritmo di crescita del reddito.
2) un’altra di natura psicologica: le persone devono prima osservare e sperimentare che esiste un modo più conveniente per soddisfare i bisogni preesistenti o un modo di soddisfare dei bisogni, prima non soddisfatti, e solo allora riescono a cambiare i propri comportamenti.
In altri termini, i nuovi bisogni emergono quando le persone intravedono la possibilità di soddisfarli e nuove forme di soddisfazione di bisogni già esistenti vengono adottate solo quando intravedono la convenienza di adottare i nuovi comportamenti, che le nuove forme di soddisfazione comportano.
Questo implica che, per far emergere nuovi bisogni ed introdurre nuovi soddisfattori, è necessaria un’attività di promozione degli stessi, altrimenti il processo di sviluppo e soddisfazione dei bisogni diventa estremamente lento.
Queste due dinamiche determinano un fenomeno paradossale, un aumento dei bisogni minore dell’aumento della capacità di soddisfarli(2)....    (continua)

#lavoraremeno #redistribuzione #crisi #abbondanza  #disoccupazione #consumi
Necessità, condizioni e conseguenze della diminuzione dell’orario di lavoro. | Rizomatica

Rizomatica
https://anatradivaucanson.it/stanze/critica-delleconomia

Un punto di vista questo di Robert Kurz che andrebbe preso maggiormente sul serio e che invece viene sommerso dalla retorica moralista...

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Si tratta, dunque, di avere il coraggio di affrontare il problema alla radice, prendere il toro per le corna e puntare il dito contro i capisaldi del sistema, cioè il lavoro astratto, il denaro, lo Stato e il mercato, in una parola contro l’impero del “valore” ed i suoi epifenomeni. Queste affermazioni, che possono sembrare solo dichiarazioni d’intento, indicano invece il centro del problema, e alludono verso la necessità di cominciare ad operare in quella direzione.

Detto per inciso, schierarsi conto il lavoro astratto non significa vagheggiare una società di “nullafacenti” dove, per esempio, le macchine dovrebbero lavorare al posto delle persone; tantomeno promuovere l’abolizione del denaro o del mercato significa che non siano più possibili scambi e circolazione, anche molto articolati, di beni e conoscenze; ugualmente, lottare contro lo Stato rinunciare a qualsiasi organizzazione complessa della società. Esattamente al contrario, pronunciarsi contro tutto questo significa aprire spazi per un lavoro sensato che produca, contrariamente a quanto avviene oggi, per fini sensati con metodi sensati; per una organizzazione sociale consapevole e non anonima e aliena; per uno scambio condiviso e solidale non diretto da un astratto mercato indifferente ai bisogni e alle reali esigenze degli esseri umani.

Negare che tutto questo sia possibile, significa rinunciare a-priori alla possibilità di un auto-governo solidale e conviviale da parte degli esseri umani, e quindi condannare il genere umano ad una eterna “minorità” e alla necessità di una guida forte e autoritaria – che però, si sa per esperienza, non funziona mai né bene né a lungo, almeno se la storia può ancora insegnarci qualcosa. Significa anche arrenderci di fronte al ritornello per il quale quello attuale sarebbe l’unico mondo possibile, che si dovrebbe poter solo riformare, non trasformare. E questa sarebbe forse una delle vittorie più importanti del potere: averci tolto la capacità di immaginare e progettare un mondo radicalmente diverso da quello organizzato secondo le direttive del capitale, il quale si autoelegge come unica alternativa, per quanto bruttina possa essere, ad un presunto “caos”. Ritrovare tale capacità diventa essenziale per riaprire un ciclo di lotte che vadano veramente a fondo nel rovesciamento del sistema.

Dopo tutto, per riprendere una elegante e acuta provocazione proprio dal testo che presentiamo, “il mondo è troppo ricco per il capitalismo”. Ma non solo, e forse neanche soprattutto, in senso materiale e per la sua capacità produttiva. Più nel senso, per riprendere un’altra provocazione, dell’“abbondanza frugale” di cui parla Serge Latouche – un autore spesso bistrattato oltre i suoi demeriti, e non riconosciuto nei suoi meriti, ma con intuizioni di cui credo dovremmo tener conto per un progetto di uscita dal capitalismo: “abbondanza” di beni necessari alla vita, sia essa in comune o meno, beni che vanno intesi sia in senso materiale che “spirituale” (e “spirituale” qui va inteso anche come sinonimo di “sensuale”) – il “pane e le rose”, per usare uno slogan conosciuto -; “frugalità” rispetto all’assurdo e insano consumo, spesso se non quasi sempre indotto, proprio della società del capitale, i cui bisogni provocati ad hoc da un abile arte del management poco hanno a che fare con una vita felice e veramente ricca.7 Questa “uscita”, comunque, non si darà da sola, se non nei termini di una catastrofe planetaria, di cui già ora stiamo verificando la consistenza. Si darà, nel senso che proponiamo e auspichiamo, solo se si aprirà una battaglia, a livello internazionale, che però investa concretamente anche l’ambito locale e il quotidiano di ognuno, per un rovesciamento consapevole e determinato che scardini il sistema del capitale nei suoi principi fondanti. Un passaggio di estrema difficoltà, ma non più rimandabile. Se, come e quando si darà, non siamo in grado di dirlo adesso. Una cosa possiamo però dire con certezza: non sarà un pranzo di gala.8 Ma, aggiungiamo: potrebbe anche essere molto divertente.


Note
1.
La traduzione italiana avvenne poco dopo l’uscita dell’originale tedesco e fu pubblicata sul sito del gruppo Krisis a questa pagina: http://www.krisis.org/2008/crashkurs-appunti-sulla-crisi-finanziaria/ . Quella che ripubblichiamo adesso è leggermente ritoccata.

#economia #crisi #marxismo #valore #kurz #krisis #abbondanza #lavoro
Anatra Di Vaucanson

Rivista di critica sociale