BASTA DIRE MOSSAD
Alfredo Facchini

C’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.

L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.

L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.

Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.

L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.

Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.

E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.

Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.

E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.

L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.

Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.

Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.

#AlfredoFacchini
#Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
#PalestinaOccupata
#30dicembre2025

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LESSICO COLONIALE DEL DOLORE
di Alfredo Facchini

Ogni giorno, dalla Palestina occupata arrivano numeri che scorrono rapidi, lisci, senza attrito. “Dozzine di morti”. Una formula mobile, impersonale, che non trattiene nulla.

Poi accade un fatto altrove. A Bondi Beach. Australia. Quindici morti. Il numero viene inciso, pronunciato con lentezza, ripetuto. Quindici volti, quindici storie. Quindici è un numero che si può contare con le dita. Dozzine no. Dozzine è già oblio. Normalità.

Non è una sfumatura linguistica. È una bilancia truccata che pesa il dolore a seconda del passaporto, del colore della pelle, della latitudine. Quando i morti palestinesi diventano “dozzine”, smettono di essere persone. Non interrompono i palinsesti. Non pretendono lutto.

Il linguaggio non descrive soltanto la realtà: la disciplina. Decide chi merita un nome e chi può restare cifra indistinta. Decide quali vite sono raccontabili e quali sono scarti statistici. Non serve mentire. Basta arrotondare. Basta spingere i corpi dentro parole molli.

Quindici morti a Bondi Beach sono una ferita. Dozzine di morti a Gaza sono una routine. E la routine, si sa, non indigna. Si registra. Si archivia. Si passa oltre.

Questo doppio livello del racconto è il cuore della complicità. È la forma lucida della disumanizzazione. Nessuno dice che quei morti valgono meno. Lo si fa capire. Lo si insegna ogni giorno, titolo dopo titolo, lancio dopo lancio.

Chi controlla le parole controlla il perimetro dell’empatia. E quando l’empatia viene dosata, il massacro diventa sostenibile.

Finché accetteremo che “dozzine” basti a raccontare una strage, continueremo a vivere dentro una grammatica coloniale del dolore. E quella grammatica uccide due volte: la prima con le armi, la seconda con il silenzio ordinato delle redazioni.

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Buongiorno Palestina 14 | Wombat

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