Un paese rurale del Veneto durante la guerra

Meolo (VE). Foto: Luca Fascia. Fonte: Wikipedia

La Pato di Meolo, invece, costruiva baracche per l’esercito, i falegnami che vi lavoravano erano pochi e anziani perché i giovani erano tutti militari o sbandati <146, di conseguenza vennero assunte molte donne della zona. Vennero creati gli orti di guerra in cui si coltivavano principalmente fagioli e patate. <147
[…] Il giorno dopo l’armistizio, i tedeschi da amici e alleati diventarono nemici e invasori ed iniziarono le deportazioni. La guerra fratricida segna Meolo, sebbene fosse sempre stato tradizionalmente un paese di moderati. Gli uomini abili al servizio militare ricevono la cartolina del precetto per andare a combattere per la Repubblica di Salò e chi si rifiutava doveva nascondersi, diventando sbandato. Nell’ottobre 1943, dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, nella piazza di Meolo cominciarono le scorribande delle Brigate Nere, considerate dagli abitanti del paese come peggiori dei tedeschi stessi. Si iniziò a parlare di Resistenza, di irredentisti e di renitenti alla leva, di collaborazione, di ribelli e di partigiani.
L’anno seguente i nazifasciti iniziarono i rastrellamenti, le deportazioni e le fucilazioni. <150 Nell’estate 1944 a Meolo la situazione iniziò a tranquillizzarsi, le persone erano libere di spostarsi e la guerra fratricida sembrava momentaneamente conclusa. Ripresero i lavori sul Piave e nei campi. Continuò ad esistere l’ammasso obbligatorio nelle regioni controllate dai nazifascisti [foto 14]. <151 Per trebbiare il grano era necessario presentarsi in comune per denunciare l’ora in cui si desiderava trebbiare, l’identità del trebbiatore, che tipo di macchina si voleva usare per ricevere il combustibile adeguato e, nonostante ciò, vi era un controllore che si assicurasse che le norme venissero rispettate. Quello che era di spettanza per il diritto di macinazione veniva lasciato, se si produceva più del quantitativo stabilito doveva essere consegnato all’ammasso obbligatorio. Lo stesso valeva per il bestiame e la sua macellazione.
A proposito delle tessere e dell’ammasso obbligatorio è interessante la ricerca sviluppata dal Centro di Documentazione Giuseppe Pavanello di Meolo, in collaborazione con il Comune, in cui si raccontano le memorie del tempo di guerra. Il documento prodotto è interessante ed emozionante, di una bellezza dolorosa. Una di queste testimonianze racconta della macinazione del frumento durante il fascismo e ricorda della paura di utilizzare il frumento donato dai partigiani. La macinazione avveniva naturalmente secondo il quantitativo indicato dalle tessere, di conseguenza se veniva prodotta più farina di quanto indicata, quella in più veniva consegnata al regime. Di conseguenza, i meolesi evitavano di andare al mulino da Cogo (a Meolo), presso cui si seguivano le regole fasciste, ma si dirigevano a Fossalta o a Vallio. Si partiva alle quattro della mattina per evitare di essere visti e si procedeva velocemente, di corsa e senza parlare. Si entrava nel mulino e il mugnaio aveva già pronta la farina per loro, in modo da velocizzare la pratica ed evitare il rumore della lavorazione. <152
La Resistenza nelle campagne non va sottovalutata. Si diffusero soprattutto atteggiamenti di solidarietà verso i prigionieri in fuga, dei giovani che si davano alla macchia per evitare la deportazione o di essere arruolati, che venivano chiamati sbandati; ma anche nei confronti della povera gente, rimasta sola a soffrire la fame. Nelle campagne locali, i contadini piccoli proprietari o conduttori cercavano semplicemente di sopravvivere. Le loro forme di organizzazione e solidarietà erano principalmente apolitiche, anche se orientate il più delle volte all’antifascismo <153. Per sopravvivere, si cercava di essere indifferenti, di non protestare troppo nei confronti dei fascisti per non avere problemi e non arrecare danno alla famiglia.
Nella primavera del 1945 inizia l’insurrezione e nel mese di marzo un drappello di Gamba Dura (un gruppo di destra di Roncade), sotto i portici, spara al maestro Luigino Benvenuti che muore dissanguato. Nell’aprile dello stesso anno gli Alleati sfondano la linea gotica e Radio Londra trasmette il segnale per avviare la ribellione. Nella piazza di Meolo i partigiani iniziarono a girare armati e i militari, costretti ad arruolarsi nella Repubblica di Salò che non vollero diventare sbandati, si tolsero la divisa e, legato un nastrino rosso alla propria arma, si unirono alla Resistenza.
[NOTE]
146 C. Baldoli, I bombardamenti sull’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, cit., p. 47.
147 Ivi, pp. 8-9.
150 Intervista di Laura Rizzetto a Pietro Favero, Meolo, 15/03/2023.
151 Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi, Marsilio Editori, Venezia, 2002, p. 181.
152 Centro di Documentazione Giuseppe Pavanello, Memorie del tempo di guerra: 1940-45 e le guerre del Novecento. La guerra vissuta in paese. Racconti di soldati, Meolo, pp. 41-42.
153 S. Musso, Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi, cit., p. 182.
Laura Rizzetto, Ierimo tuti contadini. Storie di famiglie rurali nella “grande trasformazione”, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2022-2023

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