Poesie di Valentino Campo. La poesia nelle nuove condizioni del Dopo il Moderno, da “Come velame che cade” (2023), con un’opera digitale di Claudia Marini –
(opera digitale di Claudia Marini, 2006)
La poesia di Valentino Campo nelle nuove condizioni del Dopo il Moderno
Nella poesia di Valentino Campo, fin dall’opera di esordio, L’arte di scavare pozzi (2010), era all’opera un lavoro di depsicologizzazione del linguaggio poetico, era all’opera un diverso modo di intendere la trasduzione delle esperienze “interne” in “esterne” attraverso un personalissimo modo di concepire il correlativo oggettivo di Eliot. Centrale, in particolare quest’ultimo tratto del suo percorso poetico, da Statif in poi, è in Campo centrale la metodologia di impiego dell’ “atmosfera” (che rimanda alla wittgensteiniana Atmosphäre), un modo di scrivere che si basa sulla via della connotazione. Mediante una elaborazione poetica di tale concetto, il poeta molisano adotta una strategia per esternalizzare i processi psicologici mediante la esternalizzazione linguistica di una esperienza mentale “privata” in una “pubblica”. Contro l’idea comune che il significato accompagni la parola come una sorta di alone di senso, un sentimento o una tonalità emotiva, che Wittgenstein denomina Stimmung e che Valentino Campo riprende, viene valorizzato l’aspetto comunitario e già da sempre condiviso dell’accordo (Übereinstimmung) tra i parlanti di una comunità e tra un autore e il lettore. Il richiamo al modello musicale della tradizione lirica italiana dell’accordo armonico tra le parole consente a Campo di recuperare la originaria dimensione atmosferica dell’esperienza linguistica, in cui si assiste a una “sintonizzazione” tra i parlanti e tra l’autore e il lettore coinvolti in un comune sentire esteticamente connotato. Le atmosfere linguistiche non sono soltanto un prodotto delle parole impiegate in un testo complesso come può essere una poesia o un romanzo, non sono né stati d’animo del soggetto né qualità dell’oggetto, però possono essere considerate delle “quasi-cose”. Benché non siano mere qualità degli oggetti, vengono palesemente generate grazie alle proprietà delle parole che rievocano degli oggetti e al loro gioco linguistico. Le atmosfere sono un qualcosa che si situa tra il soggetto e l’oggetto di un abito linguistico. Non qualcosa di relazionale, bensì è la relazione stessa tra le parole a generare una determinata atmosfera come appare chiaro nei testi di Valentino Campo. Ad esempio, nella poesia che segue è il concerto semasiologico che si instaura tra alcune parole-chiave quello che decide la speciale atmosfera del testo (luna, stelle, eclissi, sigillo, esule, anitre, upupa, dei fuggiti, ninfe). La poesia è costruita a far luogo da alcune parole chiave che rimandano alle altre attraverso un concerto semasiologico. E voilà, il testo si è compiuto. Il testo è l’evento che apre una gamma di significati semasiologicamente produttori di tensioni semantiche, di concertazioni semasiologiche. Il testo è un «sigillo», sigillo che offre al testo poetico la propria riconoscibilità. L’io è scomparso, inabissato e derubricato vittima equestre della acentricità dell’io nelle nuove condizioni del Dopo il Modeno, ovvero, dopo l’esaurimento del modernismo, ovvero, nella «radura» della nuova ontologia linguistica.
I
Statif, nel tempo stabilito,
quando luna e stelle annunciano una nuova eclissi
andremo a nord dove le anitre rigano il cielo
e nella crosta del sale ristagna il sigillo.
Germoglia la pietra, terra deserta ti ha abitato,
tu accarezzi le teste delle ninfe mentre dormono
e sognano il nostro cammino, siano assetate al risveglio
nell’ora della blasfemia, con mani d’esule daremo loro
le nostre bende e l’upupa striata ci dirà la durata del fremito,
se tutti gli dei fuggiti nei campi in fiamme hanno fatto ritorno
negli antri e le nostre offerte sono gradite.
Noi solleviamo parole accecate di lavanda
e raschiamo le querce per sottrarre le tue iniziali.
Dopo la fine del Modernismo
Dopo la fine del modernismo, che può essere datata nel 1997, anno di morte del poeta polacco Zbigniew Herbert, la poesia europea e occidentale si troverà di fronte ad un bivio: come e dove orientare la ricerca del nuovo linguaggio poetico?.
In Dopo la fine dell’arte (1997)1 il critico americano Arthur Danto compie una rivoluzionaria operazione culturale, pone il problema seguente: Cosa pensare dell’arte dopo la caduta dell’idea di un progresso storico dell’arte? In un primo momento, all’epoca delle avanguardie europee dei primi anni del novecento, l’arte diventa improvvisamente autocosciente, riflette su se stessa e sul proprio destino, diventa, insomma, auto-riflessiva, auto critica, cessa di operare una rappresentazione del mondo per concentrarsi esclusivamente su alcuni aspetti (o immagini) del Reale. «L’Età dei Manifesti», peculiarità dell’epoca “moderna” (poco meno di un secolo dall’Impressionismo al Brillo box di Warhol del 1964), si caratterizza per la raggiunta caducazione del concetto di «mondo»: l’arte è arte ogni volta che prende se stessa a parametro di riferimento di se stessa, quello che conta è se stessa come verità del proprio concetto. L’arte viene prima del concetto di se stessa. L’arte è ciò che l’autore o le istituzioni che contano dicono di essa. In questa scorciatoia speculativa che è, tra l’altro, una tautologia, un vicolo cieco concettuale, l’arte afferma se stessa in quanto non è nulla di nulla, non conta più nulla ed è fatta di nulla. L’arte del periodo post-storico è quella in cui «tutto è possibile» (l’everything goes di Danto). Di conseguenza ogni ermeneutica che la tratta si dovrà necessariamente schiantare sulla superficie del nulla di cui è fatta l’arte moderna dopo Brillo box di Warhol. Per Danto1 si deve porre la domanda seguente: Perché la critica dell’arte dopo la fine dell’arte?
La risposta che al momento possiamo dare è che oggi, nel 2025, non si può porre mano ad alcuna ermeneutica dell’arte a seguito della Fine della poiesis, di quella che un tempo si chiamava «arte» nel tempo della storia progressiva; oggi, nel tempo della storialità (cioè della storia non-progressiva), la fine dell’«arte» trascina con sé anche la fine della critica d’arte. E qui il discorso si chiude. La poiesis distopica e la poiesis kitchen di oggi sono le espressioni artistiche più consapevoli alla domanda: Qual è la posizione dell’«arte» in un mondo «storiale»? La risposta è ovvia: in un mondo «storiale» ci può essere soltanto una poiesis «storiale», cioè non-storica, che non abita più alcun orizzonte storico. La nuova fenomenologia del poetico è la fenomenologia di una poiesis storializzata che si presenta incubata e intubata in una duplice «cornice», se così possiamo dire, una «cornice esterna» al quadro e una «cornice interna» ad esso. La poiesis possibile sarà una poiesis de psicologizzata e semasiologicamente neutralizzata, sarà soltanto questa che si situa all’interno tra le due «cornici», in una piega interna/esterna tra le due «cornici», in uno Zwischen tra una «cornice interna» e una «cornice esterna», dove, tra i due «frammezzi» si apre uno spazio vuoto, vuoto di significazione. Si tratta ormai di una poiesis che è rimasta vedova della ontologia linguistica del vecchio novecento, priva di legame con la tradizione, e quindi deiettata fuori dal “canone” della poesia novecentesca.
Valentino Campo
Valentino Campo è nato e vive a Campobasso. Ha diretto insieme a Luigi Fabio Mastropietro, il “Quaderno internazionale di segni contemporanei AltroVerso”. Ha pubblicato per le edizioni Lietocolle la silloge L’arte di scavare pozzi (2010). Per i tipi della Volturnia Edizioni, nel Dicembre del 2023, ha pubblicato Come velame che cade – Viaggio lirico nelle terre di Molise, fotografie di Pino Bertelli e testi di Valentino Campo, pubblicazione che raccoglie i poemetti La quarta guerra sannitica (2010); Chronicon (2013-2018), Statif (2021-2022) e Transeunt (2021-2022). È presente in nei saggi critici: Dalla lirica al discorso poetico – Storia della poesia italiana (1945-2010), sempre a cura di G. Linguaglossa, Edilet, 2011, e Dopo il Novecento, a cura di Linguaglossa, Società Editrice Fiorentina, 2013; Tardomoderni, a cura di Ivan Pozzoni, Limina Mentis, 2015, e Il rumore delle parole – 28 poeti del Sud, a cura di G. Linguaglossa, Edilet, 2015. Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi su riviste e siti web di letteratura. Ha ideato ed è Curatore Artistico dell’ “Art Festival Poietika” di Campobasso.
dalla sezione, Statif – Nel tempo stabilito
II
Nel tempo stabilito
quando intorno al petto la condensa della notte si scioglie
è il momento di cavare linfa dall’albero rimasto solo
dentro la sua armatura, con il sestante dosiamo la distanza
tra cielo e termitaio e ci prendiamo cura delle larve
che beccheggiano in fondo agli occhi delle pernici,
da te giunge fino a noi una voce che rotea come disco
e sibila nel ventre della pietra, noi esuli ti chiamiamo se l’arsura
si posa sulla coda del torrente e la stella che ci guida ci fa preda
della nostra ombra, liberaci dalla rena che non tiene le orme
mentre affondiamo lentamente nella parabola del sonno.
III
Nel tempo stabilito
rendici lieti nell’indifferenza del giorno, risparmia le crepe dal saccheggio della luce
prima che l’edera prenda la misura delle vene, noi spalanchiamo usci senza battenti
e le nostre parole s’alzano dall’assito precipitato della notte.
Lo straniero si reca dov’era la tua vigna – cosa cerca? – disfa gli acini stremati,
raduna il fogliame che trema e già vira al bianco la zolla.
La terra prodiga salda il suo pegno con il tempo in agguato con la spada sotto l’ala,
affilato è il selciato che ci separa dal principio.
Noi risaliamo le tue notti come uccelli fino all’estuario e il volo ci sprona al miraggio.
Ci siamo o già eravamo in questa landa?
IV
Nel tempo stabilito
la tua voce è lingua d’acqua che leviga il bianco
delle ossa e s’assottiglia ad ogni nuovo giro d’astri,
fremito di lampi che rompono il greto,
noi li vediamo nella pozza di selce e udiamo
il pianto del nostro doppio che procede sulla riva
con la testa china in un cappio,
la terra a larghe tese canta con il suo labbro di creta,
lo straniero getta ciottoli nell’acqua
sbocciano cerchi che si allargano
gemmano ombre che lui non vede.
XXIV
Nel tempo stabilito
non abiteremo l’esilio,
l’ombra s’incrina sui muri
della stanza dove ripara un dio disumano.
È lì la storia, giace nelle fughe del suolo,
fiata polvere d’ossa la belva
che dorme un sonno inquieto,
supplica prima di mordere la gola della preda,
la giugulare avvampa dentro il mondo in fiamme.
Vieni in fretta, volto di sfinge che si sgrana
nell’aria d’autunno, giungi al capezzale
e muovi la tua lingua sulla soglia,
ricuci la distanza che ti separa dal nostro
corpo pronto nel tepore dell’alcova.
Veglia l’assenza, non sfaldarti prima dell’alba.
XXV
Nel tempo stabilito
dicemmo: questa è la ferita che ci indicherà il cammino;
la cima del cardo cura le sue spine e in ogni goccia
di sangue rappreso matura la tempesta,
affonda fino alla caviglia la schiera dei pellegrini
che sente l’odore del sale nel bianco della zolla,
alta la vela ritta nell’arco siderale, dalla lingua
la parola cade con un tonfo d’ali che morde
le dita dell’artefice dell’alpha e dell’omèga,
l’iridescenza cede alla cenere che sfrangia i segni
del transito e tutto il silenzio splende nell’addio.
Andiamo per lande corrose
portandoci dietro quello che lasciamo,
la muta della serpe, la moneta sonante
nella schiuma della bocca sazia di terra.
XXVII
Nel tempo stabilito
saccheggio del canneto linfatico, garrula voce di insetti senz’ali, sangue vivo
sui pennacchi, salme rigide in un sudario.
Così a volte raccogliamo steli per un giaciglio nell’acquitrino, naufragio di ossa
nei cunicoli senza via di scampo, il rantolo del vento leviga il midollo del giunco
guasto dalla salsedine, da questa parte del mondo ignara della misura lo straniero
si ciba della sua lebbra, un rodìo di denti scarnifica il volto di Cristo sceso dalla Croce.
Grandi migrazioni di uomini, delimitazioni e confini,
tributi riscossi, carta da macero nella tana della morte.
A sera la pioggia che sgronda dalle mammelle del cielo rende giustizia alle
nostre menzogne, la notte scintilla di braci e il canneto risplende nella sua agonia,
il cuore soffocato s’inonda dei volti di coloro che lo traversarono simili a faine
prima dell’alba, brandelli di amplessi, grani di rosario, residui di riti di passaggio,
finché una luce pallida ci accoglie come carcasse di bestie al supplizio.
XXVIII
Nel tempo stabilito
saremo pronti a destarci sul greto dove ci siamo assopiti
e abbiamo sognato l’eterno, nebulose di stelle sotto la volta dell’inverno
ci ripagano con la stessa moneta dei pesci che annaspano nelle pozze,
riempiamo tazze e giare ma nessuno si avvicina con il capo chino,
solo le rane hanno sciolto il canto e ci dicono che sul fondale
il futuro giunge più rapido del presente,
più rapido è lo sguardo di un dio quando attraversa l’ombra.
Com’è scura la notte senza riverbero sull’acqua, abbiamo sognato
la fiamma della luna e la risacca portare via code di ramarri
e pezzi di sambuco, l’onda saliva dalle labbra degli assetati
e a mezzogiorno la terra intorno era una distesa di ostie.
XXIX
Nel tempo stabilito
l’amore sale alla sorgente con il piede alato,
ad ogni passo si fa giovane la selva e
la bocca vuole congiungersi con l’increato.
Quando l’amore ha sete beve dal turgido capezzolo,
ora ci attende sciogliere l’esilio
dalla cenere del corpo,
l’ombra dell’effimero lambisce l’erta,
– oltre non può spingersi –
vi è il nulla dove la boscaglia
ama se stessa.
Violenza dell’amore,
arrembaggio di baci limacciosi
nel fioco vapore dei lecci – o meraviglia –
non fare prigionieri,
lasciaci carponi con le mani ad uncino
penetrare le nostre viscere calde.
Questo è il sangue versato,
o meraviglia –
furia d’amore sui prati dell’abisso,
non disperare, sbandiera i tuoi vessilli,
ora il nulla amato deve farsi grumo
prima di svanire.
XXX
Statif
nel tempo stabilito legioni di falene
penetrano la trasparenza
e ci guidano agli alveari della memoria,
falde interdette all’acqua piovuta dal cielo
la sete delle erinni artiglia i nembi.
Dov’è il principio ci sarà l’approdo,
giungeremo sulla schiena di un cavallo
delle steppe sepolto nei suoi finimenti d’oro,
con il passo del puledro che morde il freno
ma ignora il travaglio dell’erba,
la scissione della roccia nella litosfera.
Ecco un firmamento di vetro
ecco il maglio del cielo
eccoci sulle strade dell’esodo
e non esiste altro tempo che questo
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