Intervista del Signor K. al Signor Cogito, egregio Cogito, nel Butan misurano la felicità. È un esame semplice: una provetta con del Liquido Reagente

GIORGIO LINGUAGLOSSA da commenti del 2019

Intervista del Signor K. al Signor Cogito

Domanda:

egregio Signor Cogito,

nel Butan misurano la felicità.
È un esame semplice: una provetta con del Liquido Reagente.

Lo hanno chiamato PIF, Indice Interno della Felicità, che misura il prodotto interno lordo della blissness.

Veda, Cogito, là gli uomini e le donne sono felici perché non conoscono l’onda d’urto dell’oscurità.

Lasci perdere le idee, Cogito, si prenda una Perpetua, una sguattera, una milf come amante

e vedrà che vivrà meglio.
Purtroppo, Lei ha avuto in dote il pensiero, una autentica misfortuna, mi creda, dagli effetti dirompenti…

Risposta:

egregio Signor K.

Le proporrei un nuovo campione di indagine: il PIA e il PII, ovvero, il Prodotto Interno Anteriore, la Memoria, e il Prodotto Interno Interiore, l’Anima, che sarebbe preferibile identificare con l’autocoscienza.

La capienza dell’involucro interno contiene i pensieri, le emozioni, la dignità, la decenza, l’eros… il tutto stipato e costipato in una valigia che ci trasciniamo dietro da una stazione all’altra, da una città all’altra.

Ci rientra tutto ciò che sfugge alla amministrazione calcolistica del nostro tempo. Il problema è che non è una cosa agevole da misurare, non basta una provetta con del “Liquido Reagente” e un calendario…

Qui, c’è il battito cardiaco, il mio cuore.
Qui, la mia mente, l’immondezzaio.

Il poeta si ciba delle immondizie perché è vicino alla verità.
Le sue nuvole sono il secchio dell’immondizia.

Gli immondezzai sono pieni di vita, lo sa?, brulicano di vita

Corvi, cormorani e gabbiani li frequentano stabilmente.
Cogito si sedette sulla sponda del letto. E così concluse:

Un’epoca sta per concludersi.
Inizia una nuova epoca, con squilli di trombette e nani in redingote.

Sa, a volte gli artisti si sentono in dovere di creare un’opera degna del nostro tempo, e quale materia più degna della immondizia?

Come aveva già stabilito Adorno, la critica della cultura è spazzatura non meno della cultura di cui si tratta. Non c’è soluzione, non c’è una via di fuga dalla spazzatura all’empireo. La critica che si fa oggi alle opere d’arte è accompagnamento musicale sulla via dell’immondezzaio. Nient’altro.

Però il discorso poetico non è soltanto un positivo significare ma anche e soprattutto un negativo significare, un mettere tra parentesi, un prendere le distanze, un prendere congedo, un allontanarsi dall’io e dal noi e dal voi e dal loro… Operazione che si sottrae al rapporto debitorio-creditorio cui soggiacciono tutte le espressioni linguistiche dei giorni nostri, figlie docili dell’economia monetaria del lessico e dello stile.

Lettera del Signor Cogito a Gino Rago

gentile Gino Rago,

non ho avuto contezza del decesso della Signora Ewa Lipska, la cosa mi addolora alquanto. Peccato, mediante la sua assenza, si era dimostrata una fedele interlocutrice della nostra rivista. Però, per tornare al Fatto, mi spiace deluderla, nessuno qui da noi si è mai occupato della questione del PIF (Prodotto Interno della Felicità) e più che mai del PII e del PIA (Prodotto Interno Interiore e del Prodotto Interno Anteriore), le quali cose costituiscono Fatti non declamabili sul 740 e quindi non calcolabili. Però, qui in Occidente abbiamo contezza del “Liquido Reagente”, quello che si immette nelle provette e che permette la lettura degli eventi. Il che non è affatto da sottostimare. Non crede?

Lettera alla Signora Anna Ventura

gentile Signora Anna Ventura,

veda, la sua poesia così metricamente composta, così sobria, elegantemente disillusa e serenamente appassionata ci conforta. Noi della nuova ontologia estetica abbiamo preso atto da tempo che «dietro di me, di te, di noi, e davanti, oltre, e più oltre ancora, non c’è niente». Un bel guaio! E che cercare a tentoni in quella direzione ci condurrebbe in nessun-luogo, quello nel quale attualmente ci troviamo. E ne abbiamo tratto le conseguenze.

Lei scrive: «Potremmo, tuttavia, andare verso un discorso poetico autentico», proposito che condivido ma, appunto, non saprei proprio come fare per raggiungere quell’obiettivo. Sa, quando vedo le gambe della Signora Minetti mi compiaccio con il fatturato di madre natura; e così anche quando leggo gli endecasillabi forbiti ed educati dei nostri poeti laureati… ma, la cognizione del nulla che ci sovrasta, come dire, mi sgomenta e mi paralizza.

Non saprei veramente come riprodurre tutto ciò in poesia.

Che la poesia sia uno strumento non più adeguato ai tempi?

Non so, può darsi…

Lettera al Signor Lucio (Mayoor) Tosi

gentile Signor Lucio (Mayoor) Tosi,

ho saputo, dal giornale di trenta e più anni fa, che è venuto a mancare il poeta Zbigniew Herbert nel 1997. È incredibile come passa il tempo! Le questioni letterarie nel frattempo sono diventate evanescenti, non abbiamo più a disposizione le disquisizioni del Signor Cogito e i suoi pensieri. Dovremo farcene una ragione.

Però, mi creda, anche il Signor Filippo, mio padre, è venuto a mancare tanto tempo fa; sa, lui batteva sulle suole il martello da calzolaio, modellava le tomaie sulla forma del piede e, come lei ben sa, ogni piede è diverso dall’altro.

Un bel martello con la testa tonda e tanti chiodi. Tuttavia, del minimalismo non me ne ha mai parlato, forse perché ai suoi tempi non esisteva? No, caro Signor Lucio, perché ai suoi tempi non era ben visibile. Era ancora in nuce…

Ma adesso le questioni sono sul tappeto, non crede?

(Giorgio Linguaglossa)

#annaVentura #GinoRago #giorgioLinguaglossa #Herbert #LucioMayoorTosi #nuovaOntologiaEstetica

Giorgio linguaglossa | Substack

Scrittore di cose poco utili: poesia e ermeneutica di poesia

Ritorno al problema centrale (scritto del 2019)

Il problema ineludibile della «nuova poesia», il problema dei problemi, dell’irriconoscibile nel linguaggio e, quindi, nella poesia. La questione non è affatto di poco conto.

Nelle poesie referenziali e referendarie che vanno di moda oggi, il lettore trae piacere nello scoprire che il «detto», l’«onoma», corrisponde perfettamente alla «res». Le poesie referenziali e referendarie riescono piacevoli ma non ci sorprendono in quanto interamente significate, esplicitate, ma, proprio per questo, si fermano al «detto» delle «cose», a quello che sappiamo già intorno ad esse. Lì le «cose» sono compiutamente indicate. Questi linguaggi si fermano al «dicibile», al già detto, tutto ciò che viene detto riesce comprensibile; il messaggio, una volta giunto a destinazione, viene automaticamente archiviato nella comprensione.

Se prendiamo, ad esempio, una poesia della nuova ontologia estetica, ci troviamo davanti al tentativo di forzare al massimo grado le porte del «dicibile» per sondare la dimensione dell’«indicibile», dell’irriconoscibile. Se avete l’intelligenza di leggere  una poesia distopica, già dalle prime righe siamo proiettati in una situazione ultronea, irriconoscibile (dal punto di lettura dei linguaggi della tradizione). La chiave di violino che apre la nuova partitura linguistica apre anche una dimensione ultronea nella quale il lettore abita una «nuova questità di cose» irriconoscibili, ma non impossibili. Accade allora che questa «questità» per essere nominata richieda un nuovo linguaggio poetico. I continui salti spazio-temporali, l’apparizione di personaggi storici o inventati, alla stregua dei situazionisti francesi, amici, familari, compagni di strada; le voci esterne e le voci interne che confliggono, insomma, tutta l’architettura complessiva delle «voci» e delle parole che intervengono nel testo, tutte queste «cose» formano una «nuova questità di parole», ci dicono che siamo in presenza di una situazione indicibile, irriconoscibile, irriconoscibile perché richiede un nuovo linguaggio. Il primo pensiero è pensare una poesia che ponga una «nuova situazione delle cose» in rapporto con una nuova situazione linguistica.

Voglio dire che una tale «questità di cose» come quella esposta nella poesia sovra postata di Mimmo Pugliese, non sarebbe stata possibile nominarla mediante il linguaggio referenziale che va di moda oggi nella poesia referendaria, sarebbe occorso un ben altro concetto ed impiego del linguaggio poetico: pensare il linguaggio poetico come portatore di una quantità di significazione in grado di illuminare il lato in ombra delle cose, o le cose viste da diversi punti di vista, ovvero, da diversi linguaggi.

È necessario fare un passo indietro rispetto ai linguaggi referenziali e referendari, in quanto la nominazione poetica si dà soltanto nella forma del congedo, del ritrarsi dalla soglia della significazione e delle cose; nel congedo è implicito il saluto; il salutare le cose nel loro esserci per noi è un atto massimamente umano, implica il riconoscere la profondissima umanità delle cose, la quiete delle cose, del loro essere lì per servire l’uomo, non per essere asservite; e se riflettiamo un momento sul «plurilinguismo prospettico della nuova poesia», concetto sul quale viene costruita la poesia della nuova ontologia estetica, ci rendiamo conto che è proprio il lato in ombra del linguaggio che qui è in questione, il lato in ombra del Reale, a rendere necessario un diverso modo di intendere ed impiegare il linguaggio poetico.

Parafrasando Agamben: «non il dicibile ma l’indicibile costituisce il problema con cui la poesia deve ogni volta tornare a misurarsi».

È il poeta Giorgio Linguaglossa che preferisco. Si diverte a scovare domande sempre nuove, da lanciare in un verso, o in tutti i modi, con missive, colpi di fioretto. Un filosofare in lambretta, lo spirito di un ragazzo.

La mossa di stringere ulteriormente all’interno di un verseggiare per frammenti: 1. si fa per ragioni di tempo (T)– tempo al quale manca un segno di scrittura e andrebbe trovato– tempo che separa i pensieri, discorsi che si susseguono senza filo logico. 2. È solo un modo di scrivere, di setacciare. Ma parte da un’idea, un progetto potremmo dire. Ma se ne possono creare tanti altri. Una singola forma di scrittura non basta a fare paradigma. 3. La forma label segnaletica dovrebbe facilitare il percorso; indicazioni per luoghi, nomi e fatti magari inventati ma che alla scrittura arrivano come già avvenuti. Questo lo stato d’animo.
Non so se vi sia riscontro in aspetti sociali, qualcosa che indichi il bisogno di una riduzione a schema, a una comunicazione verbale appena sufficiente. Mi chiedo se sia più difficile intendersi oggi rispetto a un tempo. Se le parole oggi abbiano un diverso significare, tecnicamente più vicine all’immediato intendimento. In pieno stile nominale, dove è previsto che anche interi pensieri vengano solo nominati, spesso ridotti a titolo.
Minimalismo. Togliere, separare, porre in evidenza, avere il senso del finito, dell’auto significante. Non mi sento in contrapposizione con altre forme di scrittura, bado solo al mio nutrimento e alla facoltà di poterlo distillare, o comunque liberarmene.

Val la penna di ricordare Salman Rushdie, il tipetto in rosso che chiude tutti gli articoli di questo blog, presente fin dall’inizio di questa nostra storia. Ecco un estratto:
«Il concetto di “verità” fa molto Ventesimo secolo. Il punto è: sono capace di farti credere qualcosa? C’è una soglia oltre la quale una cosa falsa ripetuta viene presa per vera? Insomma, sono in grado di inventare una menzogna più credibile della verità? Sai che cosa disse Abraham Lincoln? “Ci sono troppe citazioni apocrife su Internet.” Forse dovremmo toglierci dalla testa i documentari. Forse è meglio mischiare un po’ i generi, essere un po’ genrequeer. Forse il mockumentary è la forma d’arte più attuale. La colpa, secondo me, è di Orson Welles.»” (da “La caduta dei Golden” di “Salman Rushdie”)

Ho un ricordo, perso in un’epoca della mia esperienza da direttore di carcere. Ero imputato in tre procedimenti penali poi mi giunse ilo quarto) che un procuratore mi aveva allestito contro… stavo cercando una casa in affitto o da comprare a Pistoia, dove all’epoca abitavo…

Ricordo di essere entrato in un ufficio di una Banca presso la quale ero andato a chiedere un prestito. Ecco il ricordo:

La grande sala illuminata; al centro, una scrivania in radica,

una sedia con le borchie di bronzo, il pavimento in marmo

bianchissimo spande una luce intensissima;
dal soffitto, il lampadario di cristalli,

[…]

Un signore vestito di bianco è in piedi, mi aspetta.

Entro nella sala. Silenzio assoluto. Avverto lo scricchiare

delle scarpe sul pavimento. Sono in ascolto.

Sono passati circa cinquant’anni e ancora non sono sicuro se si tratti di un ricordo o se sia stato un sogno. Ancora oggi ci torno sopra con la memoria ma non so darmi una risposta esaustiva.

Dopo tanti anni di ricerche sono arrivato alla conclusione che si sia trattato di un sogno e che la mia coscienza lo abbia archiviato come «realtà», scambiando di posto il sogno con la realtà. E che in questo «scambio» ci sia un «mistero». Un Enigma. Come sia avvenuto questo scambio e perché, me lo chiedo spesso ma non sono riuscito ad arrivare ad alcuna conclusione. Sì, forse una ce l’ho: che l’origine delle mie metafore abbia avuto l’abbrivio lì, in quella zona, diciamo, di «scambio».

Senza saperlo e senza volerlo è li che sono «diventato» poeta, cioè una persona che commercia normalmente con le metafore. Fu a quell’epoca, o poco dopo, che a Venezia, un giorno una signora distinta mi fermò per la via e mi abbracciò salutandomi con affetto. Io rimasi sorpreso. Lei mi chiamò per nome, ma era il nome di un altro. Io replicai semplicemente che l’Altro non ero io e lei, osservandomi attentamente in viso, mi disse: «ma lei è uguale ad un mio carissimo amico con cui sono stata anche ieri! Siete due gocce d’acqua!».

L’evento mi sorprese. Quindi in giro per Venezia c’era il mio sosia che conduceva la sua vita senza sapere che il suo Alter-Ego anche lui stava a Venezia e viveva e camminava per le calli senza sapere dell’esistenza del suo sosia.

Io e il mio sosia siamo in una grande piazza,

una folla variopinta si è radunata,

pesci rossi nuotano nella boccia di vetro

e ci guardano con curiosità.

Ad una conclusione però sono arrivato, che noi tutti viviamo all’interno di un ologramma, che l’universo è semplicemente l’effetto di due specchi che si riflettono a vicenda. E noi siamo l’effetto di quel rispecchiamento, Non c’è nulla di bizzarro in tutto ciò, né tanto meno di mistico. Tutto quello che c’è tra i due specchi è tutto ciò che c’è nell’universo. Un effetto di specchi, l’uno di fronte all’altro. Due specchi che riflettono il vuoto.

La memoria, dice la scienza, consiste in un set minimo di informazioni mantenute nel cervello. Su questo set minimo, ogni volta il cervello ricostruisce i fatti originari, che, per forza di cose, non possono corrispondere ai fatti originali. Non pensiamo di ricordare, e siamo pronti a scommettere qualsiasi cosa su ciò che ricordiamo, ma stiamo solamente scrivendo una nuova narrazione su pochi elementi.
Il massimo che ci si possa aspettare da un anti-spiritualista è che si rivolga alla psicanalisi – lo”specchio” per Lacan come origine del proprio riconoscimento e dell’Io –. Ma quando nel dormiveglia assistiamo a ir-realtà perfette nei dettagli, siamo portati a pensare che esista un mondo parallelo, e la realtà che vediamo sia di conseguenza una pia illusione. Vero o falso, sta di fatto che tra la persona e il mondo esiste una evidente separazione (forse da qui la necessità di affidarsi alla conoscenza); ma una cosa si può dire: CHI sta osservando la realtà sognata, la realtà ricordata, la realtà onirica? Ecco, questo CHI non cambia, è presente ed è la sola costante.

C’è un’America che non va in chiesa per pregare ma per assistere a uno spettacolo.

I riflettori illuminano il palco, i cori esplodono come jingle pubblicitari, e le telecamere catturano ogni “Amen” per trasformarlo in contenuto virale. È la stessa America che acclama Trump come un profeta dello share più che della salvezza.
Il trumpismo non è una dottrina politica: è un culto collettivo con regia televisiva, dove il pulpito è una scenografia e l’altare si tiene in tasca, nello schermo di un telefono.

Le megachurch hanno mostrato che la religione, se messa in scena come intrattenimento, diventa un dispositivo di aggregazione potentissimo, e in Italia questa lezione non è passata inosservata.
I partiti, le diocesi e le nuove figure “valoriali” del web stanno imparando a usare gli stessi codici comunicativi: estetica levigata, tono confidenziale, storytelling personale e un lessico che mischia spiritualità, lifestyle e moral panic in proporzioni perfette per l’algoritmo.Il risultato è che l’attenzione si trasforma in appartenenza, e l’appartenenza in voto, un processo che non ha nulla di mistico ma molto di ingegneristico.

Eppure, la parte più subdola del fenomeno non riguarda chi crede davvero, ma chi guarda distrattamente: ragazzi che scorrono un feed in cerca di intrattenimento e finiscono dentro un ecosistema di contenuti che mescolano fede e politica fino a renderle indistinguibili.
È per questo che dovremmo interessarcene perché mentre pensiamo di assistere da lontano a un fenomeno americano, ne stiamo già consumando la versione italiana, confezionata con meno croci ma la stessa grammatica dell’influenza.

La supposizione di vivere in un ologramma è neutra, all’universo non gliene frega niente che tu adesso stai in un ologramma o in un altro. Supponiamo che sia fisicamente possibile viaggiare indietro nel tempo.

Tutti dimenticano che la terra è un’astronave che viaggia attraverso i cieli.

Alcuni fatti di astrofisica:

  • La terra sta orbitando attorno al sole ad alta velocità.
  • Il Sole sta orbitando attorno alla galassia della Via Lattea a una velocità ancora maggiore.
  • La galassia della Via Lattea si sta muovendo rispetto al centro dell’universo conosciuto ad una velocità ancora più veloce.
  • Quindi rispetto a qualsiasi punto nel tempo e nello spazio nell’universo – stai attualmente viaggiando ad almeno migliaia di miglia ogni minuto.
  • Se avessi viaggiato indietro nel tempo solo pochi secondi, teletrasportandoti dove si trovava la terra, finiresti a miglia di distanza da dove hai iniziato.
  • Viaggiare indietro nel tempo un paio d’ore o più? Ti ritroveresti esattamente nello stesso posto, ma in passato, prima che il sistema terra / sole / via lattea arrivasse lì, e avresti dovuto aspettare nel buio freddo dello spazio fino a quando la terra non si imbattesse in te (se per qualche ragione, quando viaggi indietro nel tempo il tuo slancio non viene con te; in realtà la terra probabilmente non ti raggiungerà perché ti muoveresti ..)

Quindi, se vuoi tornare indietro e vedere inaugurato il primo presidente nero degli Stati Uniti, non solo dovrai tornare indietro nel tempo fino al 2008, ma anche viaggiare per milioni di miglia nello spazio fino a dove era la terra nel 2008.

Il viaggio nel tempo è probabilmente la parte facile, rispetto al calcolo di esattamente dove devi atterrare e ad arrivarci effettivamente mentre viaggi nel tempo.

in America dentro le chiese si fa tutto tranne che pregare. Nei periodi elettorali si fa propaganda politica più che nelle piazze.