Fine dell’opera, poemetto di Stefano D’Angelo (poeta romano nato nel 1960) – Per mesi girovago circense, tu lo sei, Storia. Che si compie/ ma non in mio nome, e quindi c’era un quartiere/ nella città or ora distrutta. Poesie del genere post-catastrofista –

Poemetto di Stefano D’angelo

FINE DELL’OPERA

Per mesi girovago circense, tu lo sei, Storia. Che si compie
ma non in mio nome, e quindi c’era un quartiere
nella città or ora distrutta,
come una civile statua greca
solitario s’innalzava il quartiere nel più nulla della città. Nichts.
zero valore anche in Borsa. Oggi non vanno molto le città.
Ho puntato sulle rovine e ho vinto, per secoli i circensi girarono
di sangue assetati e forse di Storia, coi soldi ma senza un nome.
Nel quartiere, il Produttore la porta aprì
di quercia, la quercia che un tempo fu, e cigolarono, i giorni
apre la porta, questa quercia inaridita nella via senza città
“Signor Produttore, ho la sceneggiatura del mondo”
Ride. Dice: “E che me ne faccio a questo punto?”
Ne mancava un pezzo. Alla fine? All’inizio?
E perché al centro non c’è niente?
Io che senza carta contemplavo degli alberi il deserto
e questa mano, signor dottore, lei che ha esperienza di cinema
vede che è un ramo inaridito questa mano e questo foglio,
ricordando il deserto degli alberi, si disse che tentai d’informarla
ieri, o in un abisso di molti prima di ieri,
il dispaccio di quello che ero, Procopio di Cesarea, forse
ma è certo che vidi battaglie sanguinose
sotto un sole bluastro che non mandava ombra.
Con ogni osservanza, Procopio. Lì, 536 d.c.

*

sotto un sole bluastro. La landa è sconfinata
un cristallo alieno, il cielo, tutto finito. Anche le bombe
anzi, no. Due pedine in campo.
La nera senza braccia la bianca senza gambe.
Beh, quello che ho io non hai tu, dissero.
E come faremo a continuare la partita?
Oh io pensai, non rimane che contare sugli amici.
Come il tenue fiore d’una candela era il sole
dentro la grande casa con nessun’altra luce,
e la famiglia che s’aggirava in quella casa
non mandava ombre, erano nell’afflizione assetati vampiri.
Per questo continuai a vedere battaglie sanguinose,
negli occhi dei soldatini sconosciuti grilli canticchiano
ed elmi di soldatini girano all’aria senza testa,
tutti con i loro fucili statuette del V secolo
sono torce sull’autostrada, i soldatini.
Bella casa, signor dottore. Produrrà la mia sceneggiatura?
Ma rimase in silenzio, statua nel suo museo
pedina nella sua grande casa e con lui, anch’io pedina
pedina io stesso, io, Tersite. E
con questa brutta giornata
Tersite non può far altro che andarsene in giro
per musei, incerti timidi passi furtivamente, nella Storia
e vetrate, e chincaglierie annerite, lo sento
qualcuno bussa con la disperazione dei millenni
ma i musei bisogna conservarli,
catturano il sole che fu della terra
e ora accarezza le stanze e gli ori
come un’acuta leucemia.

*

che brutta giornata, dice Tersite,
forse pioverà,
e il silenzio delle sale è tutto qui, sotto le volte
il gotico fiammeggiare di furiosi temporali
nasconde armature di crociati uccisi, o
Alice con il suo cappellaio matto
nasconde i marchi sempre osanna
della cinevision. Ma è in gallerie più interne,
dove la viva oscurità stende un riso non spiegato da cartelli
sul viso delle statue…Ecco, l’uomo senza peso,
l’uomo sottile e fischiettante, il vuoto
il super vuoto di Eridano.
Nemmeno io posso guardarlo, pensa Tersite,
e il buio lo solidifica in glorioso ebano:
Tersite. Buffone greco.

*

In un sole bluastro, vidi battaglie.
Ben detto, disse l’ospite, finalmente
un eroe afferma senza tema la Verità
e così, ancora una volta, posso credere
nello splendore dell’Angelo che la bilancia sostiene
di qua il Bene di là il Male
e la bellezza dei romanzi
Sherlock Holmes Lawrence D’Arabia l’Oriente
e questo sfavillio occidentale di Versailles
che m’acceca con le sue gemme,
ma sotto le parrucche zecche e merda
Sotto un sole bluastro vidi splendide battaglie
e i pezzi dei corpi. Ma senza ombra.

*

Ascoltate, guerrieri, che gl’inimici alteri
avete discacciato, mai pensate a chi vi disse
andate
e vi ha mutilato?
C’era una volta un corpo
e un tempo
dove la malattia poteva essere sconfitta,
ma tutti ignorarono quel tempo,
e il corpo si ammalò, e nei secoli dei secoli
a guardare stettero tutti,
giornalisti vi furono banchieri vi furono
padroni di genti vi furono che dissero andate
e siate piuttosto mutilati.
C’è un’esplosione e lo stadio completamente vuoto
è mezzogiorno, l’ora della luce che si spacca
elevando potenza, allora il demente signor Nietzsche
con mezz’asta alla mano e una in mezzo al petto
inizia a brancolare, guarda il cielo e non capisce
e cade, vuoto è lo stadio. L’oscura subito un nembo.
La landa è sconfinata. Tutto finito. Anche le bombe.
Bene, quindi la seduta è tolta, disse sir Sherlock
rovesciando il tavolo. Sul pavimento tutto cadde con fragore
un bagliore diede il camino e a terra si rifugiarono
gli scacchi, all’ombra di onici e tappeti.
Tutto finito. Il fumo della peterson filava copioso.

*

Ancora brandy? L’ospite accettò
sapete, sir, è bello discutere di battaglie nella propria casa
all’ombra di onici e tappeti,
anche se notò che alla statuetta di Nelson
la testa mancava…Un malcapitato incidente
si scusò il sir, ma fu definitivo l’ospite:
Lui, sir, i cattivi li vede anche senza testa.
Fumava copiosa la peterson, senza parole,
e ne approfittò, l’ospite: Niente di più semplice
sir, di qua i bianchi e di là i neri.
Necessita un’altra partita, sir.
Fu a questo punto che si chiese, Sherlock
chi è il mio ospite, come una malattia
si è introdotto, aveva la faccia d’un amico
ma non è più quella. Necessita un’altra partita, sir
e un’altra, e un’altra. Perché?
Perché i cattivi sono ancora in giro.
Un indizio non fa la prova.
Permettetemi, sir, il gioco degli scacchi
non è una prova, è un fatto. Ci siete voi
e l’avversario. È un fatto. È il gioco.
Ma, guardate, le pedine sono fuggite,
non stanno più al nostro gioco.
Oh sir, disse l’ospite aggiustandosi il panciotto,
io conto molto sulla natura umana,
e tutto in natura si ricompone
Ho puntato sulle rovine e ho vinto.
Per anni e mesi e secoli io giro
e giro e giro come un circense affamato
di sangue affamato.

*

oh Tempo, mi amor,
grassa giovenca, dai tuoi giorni rapita
alla fuliggine di questo mattino
non ridere, perché oggi la piazza
ti cinge come un’autostrada senza scampo,
ed ecco dio stappa una pioggia d’annata,
all’ultima sbicchierata
suonò di mezzogiorno la sirena
e respirai un’illusa libertà di boschi,
salgono i bianchi grembiuli ripieni d’uomini
-Oggi si mangia- dicono
e s’accendevano sconosciute fronti
sui coltelli
Ah, sir Sherlock, investigatore infallibile
alla ricerca di indizi
per gli implacabili delitti dello Spirito, abbiamo fallito.
Insetti di gemme ti volano sul viso, sei uscito dalla Storia
come da un bar, ciabattando,
e sbiadisce la periferia, è un cattivo film,
antiche mura rimangono.
È ora di cena, sir. La partita avrà una tregua
ma non cessa,
e vorrei banchettare con le speranze dei popoli.
Vincere una partita a pancia piena è sempre un bell’evento.
S’inalberò, sir Sherlock:
Anche quando modellano eroi in carne di porco?
Con odio avevate abbattuto quel frassino
e ora ne gridava la legna ardendo
nell’inverno perenne dell’anima.

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La Fine dell’opera come forma del contemporaneo. La città distrutta e la memoria come rovina. Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Con Fine dell’opera, Stefano D’Angelo (poeta romano di oggi, post-ideologico e post-moderno), costruisce un poema della dissoluzione; non la fine dell’opera in quanto gesto artistico, ma la fine come condizione ontologica del linguaggio. Il titolo assume un valore dichiarativo e insieme ironico: è la “fine” non soltanto dell’opera, ma del mondo, della storia, e forse dello stesso soggetto poetico. Già nei primi versi, la Storia appare come un’entità stanca, consumata, ormai “spettacolo itinerante”:

Per mesi girovago circense, tu lo sei, Storia. Che si compie / ma non in mio nome”.

C’era un quartiere nella città or ora distrutta, / come una civile statua greca / solitario s’innalzava il quartiere nel più nulla della città.”

La Storia non appartiene più all’uomo, e l’uomo non la riconosce più come propria. È questa scissione, tra il linguaggio e la realtà, a segnare la condizione postuma in cui D’Angelo scrive.

Nel mondo poetico di Fine dell’opera, la città (simbolo per eccellenza della civiltà e del pensiero occidentale) è un paesaggio archeologico, un reperto già museificato. Il poeta ro mette in scena la civiltà ridotta a un cumulo di rovine, a “statua greca” che non rappresenta più nulla di memorabile. Il tono è elegiaco e insieme ironico: l’autore osserva le rovine non con rimpianto, ma con una sorta di malinconico sarcasmo, quasi avesse “puntato sulle rovine” — come egli stesso scrive — e avesse “vinto”. Il paesaggio urbano diventa così un teatro della memoria, dove si aggirano figure spettrali (il “Produttore”, “Tersite”, “Procopio di Cesarea”, “sir Sherlock”), personaggi che si muovono tra l’epica e la parodia, tra il mito e la cronaca in un linguaggio che ricombina lirismo e materiale filosofico, letterario, mediatico.

Tersite, Procopio e gli altri: i testimoni del disastro

In D’Angelo, il soggetto poetico non parla mai in prima persona in modo diretto, ma si frammenta in personaggi-simulacri. C’è Procopio di Cesarea, lo storico bizantino che osserva “battaglie sanguinose sotto un sole bluastro che non mandava ombra”; c’è Tersite, il buffone dell’Iliade, figura dell’intellettuale impotente e dissidente, che “non può far altro che andarsene in giro per musei”; c’è infine Sherlock Holmes, investigatore razionale precipitato nel caos del mondo post-storico, dove “le pedine sono fuggite, non stanno più al nostro gioco”.

Questi personaggi sono maschere del poeta contemporaneo, testimoni del collasso della ragione e della verità. La citazione nietzschiana (“il demente signor Nietzsche con mezz’asta alla mano”) ribadisce la caduta di ogni fondamento, la follia come destino della filosofia e dell’arte.

La civiltà come museo e la poesia come residuo, resto, scarto

Una delle immagini più potenti del libro è quella del museo, luogo della conservazione e della morte:

Qualcuno bussa con la disperazione dei millenni / ma i musei bisogna conservarli, / catturano il sole che fu della terra / e ora accarezza le stanze e gli ori / come un’acuta leucemia.”

La metafora è terribile: la luce del passato, che dovrebbe nutrire la memoria, diventa malattia, leucemia che consuma la materia culturale.

La poesia stessa, allora, è un museo linguistico (un campo di rovine linguistiche) in cui i lemmi lirici convivono con quelli post-sperimentali, tecnici, filosofici. D’Angelo abita la fine del linguaggio poetico con la consapevolezza di chi sa che ogni parola è già un reperto fossile dell’antropocene.

 Il sacro e la psiche psichedelica

L’opera è attraversata da un continuo oscillare tra sacro e profano. Dio è invocato e deriso, “in croce ma non ancora morto”, mentre “piccoli monaci ubriachi di notturno vino” attraversano “una loro oscura nebbia”. Il trascendente sopravvive, ma in forma psichedelica, allucinata, come residuo della psiche collettiva. Qui la poesia di D’Angelo tocca la sua dimensione più lirica e metafisica:

Sera, spuma d’acque placate, sera arso vetro / mi diventi, l’opaca bottiglia di vino del 1789, e vedo / la limpidissima infanzia bruciare come notturno merletto.”

La Fine dell’opera è anche la fine dell’autocoscienza, l’esperienza spirituale non redime più, ma si dissolve in un’estetica del riflesso e della vertigine narcisistica.

Una poetica delle rovine

La chiusa, significativamente intitolata “Postludium funebris de morte Stephani Billi”, è una liturgia funebre. La voce poetica sembra riemergere come canto d’addio, un’ultima elegia per il mondo e per sé:

Quando l’uomo in vita corre / muso triste di cerbiatto / sfregiato dal terrore dei rovi / Dio Diavolo e Affanno / che bruci questa foresta, sia spazio / e nello spazio una villa, la Morte.”

Signori, ogni caso è risolto ogni delitto estinto: / io dico nessun colpevole, tranne / chi ha scritto questa Historia e non ha partecipato.”

È la morte intesa non come annientamento, ma come spazio estetico, come condizione di sospensione in cui l’opera continua a esistere anche dopo la sua fine.

Fine dell’opera è, in fondo, un poema civile sulla condizione post-civile, un requiem per la cultura occidentale che si contempla allo specchio della propria disfatta. Ma nella disgregazione D’Angelo non cerca la rassegnazione, cerca la forma dell’ultima parola possibile, quella che resiste nel vuoto, che parla nonostante la fine.

La poesia di Stefano D’Angelo è civica, politica e metafisica insieme, dove l’impegno politico non si manifesta come ideologia ma come coscienza critica del crollo imminente. La storia si è convertita storialità, la psiche “una misteriosa cosa psichedelica”, è pur tuttavia una voce che continua a parlare, che risuona ancora un gesto un tempo umano, un residuo di verità transeunte che si rivela come traccia semi cancellata.

(Giorgio Linguaglossa)

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Stefano   D’Angelo è nato a Roma nel 1960. E’ vivo.  Negli anni ottanta ha partecipato a collettivi e letture pubbliche con poeti quali Valerio Magrelli, Edoardo Albinati, Amelia Rosselli, Vito Riviello,  Gregory Corso,Dario Bellezza, Marina Pizzi, Elio Pecora, Dacia Maraini, Riccardo Reim, Maria Luisa Spaziani, Valentino Zeichen, Bianca Maria Frabotta, Giorgio Linguaglossa, Biagio Propato, Enzo Anania e altri.  Suoi testi pubblicati : Di Poesia:  Cori Per Un Dramma (Lo Specchio Di Ahsvero – Serarcangeli 1988, prefazione di Dacia Maraini)  Monoliti ( Don Chisciotte, 1989, prefazione di Enzo Anania, Lo Schiavo Di Ercolano (Antologia  I Poeti Di Zone – Bagatto Libri, 1990) In Cammino (Antologia  Cammino  – Edizioni Progetto Cultura, 2018). Altre poesie  racconti e teatro sono apparsi in varie riviste, fra cui  “Pagine” di Enzo Anania, Poiesis, sulle antologie “Tempo”  e “Porte” (Edizioni Progetto Cultura). Ancora su “Citra”, “Pragma”  “BraviAutori” (2012), “La Caduta Degli Angeli” (Antologia: Isole Nella Rinnovata Incertezza –Lithos 2019).  Di Teatro ha pubblicato: “Lo Specchio Di Ahsvero”  (Serarcangeli 1988, Prefazione di Dacia Maraini), Così E’ Ma Non Pare – Dieci Drammi Di Fine Millennio ( Serarcangeli 2000, Prefazione  Giorgio S. Prosperi, Mario Prosperi, Maurizio Panici, Donatella Diamanti), L’Ultima ora  e   L’inimitabile Vita Di Burke & Hare  Editori & Associati – Edizioni Del Politecnico n. 11, 1998) Appunti Sulla Guerra Di Troia (Lithos 2023), da cui è stato tratto lo spettacolo “Esuli del Tempo” al Teatro di Documenti (maggio 2025), per la regia di Marco Belocchi.  Romanzi:   “Processione Diabolica” (Serarcangeli 2014. Prefazione Marco Belocchi)   “Sangue Dallo Spazio Profondo”(Edizioni Progetto Cultura, 2016. Prefazione Marco Belocchi. Romanzo premiato con Segnalazione di Merito alla decima edizione del Premio Alberoandronico), e Fattore JG (Lithos 2020). Questo romanzo “in tre parti” è stato poi riunito in un unico volume: “ELEMENTUM J.G.” (Lithos, 2021) e successivamente ripubblicato in edizione di lusso in copertina rigida, con lo stesso titolo ma in versione estesa, riveduta e corretta, con un capitolo aggiunto (Lithos 2024). Suoi Testi sono stati rappresentati nei Teatri:  Colosseo, Argot, Belli, Petrolini, Stabile Del Giallo, Politecnico, Dell’Orologio, Dei Contrari. Nel 1997,  con “I Fantasmi”, vince il Premio Enzimi, indetto dal Comune di Roma.  Nel 1998, è presente nella giuria dello stesso premio. Il breve atto unico “Un Bicchiere D’acqua Per Il Prigioniero”, è stato uno dei testi premiati nella rassegna Corti A Lungo, al Teatro Dei Contrari. Lo stesso atto unico, nel 2002, per la seconda edizione di Schegge D’Autore , al Teatro Belli, è stato premiato come uno dei migliori spettacoli nel Lazio.  Dall’atto unico “Lultima Ora” è stato tratto il cortometraggio omonimo, finanziato dal MIBAC, per la regia di Marco Belocchi. Nel 1989 legge  ad Atene il proprio poemetto “Il Fiume”, dedicato al poeta Ghiannis Ritsos, presente in sala.  Lo Specchio Di Ahsvero  è presente in 17 Biblioteche all’estero,  tra cui Germania, Stati Uniti, Inghilterra, Spagna. In particolare, Lo Specchio Di Ahsvero e Monoliti, sono presenti alla Libreria del Congresso a Washington e ad Harvard.  Il poemetto “Fine dell’Opera” parte II (Ed. Dantebus 2025, I Poeti di Ponte Vecchio vol. 34). La parte I  di “Fine dell’Opera” è stata pubblicata nell’Antologia poetica “Pace non trovo” (Ed. Lithos 2025).

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