Oltre l’illusione della pace

Imperi, regressione autoritaria e crisi delle democrazie liberali

img generata da IA – dominio pubblico

di M. Civino

«La critica non consiste nello strappare dalle catene i fiori immaginari,
affinché l’uomo continui a portare la catena senza illusioni,
ma nello strappare la catena stessa e cogliere il fiore vivo.»
Karl Marx,
Per la critica della filosofia del diritto di Hegel (1844)

Celebriamo gli accordi di pace come se fossero punti di arrivo. Strette di mano, cessate il fuoco, dichiarazioni solenni di “svolta storica”. È accaduto di nuovo nei mesi scorsi, con gli accordi su Gaza, firmati dopo una fase di violenza divenuta ormai insostenibile non solo per le popolazioni coinvolte, ma anche per gli equilibri internazionali che la rendevano possibile. Furono presentati come l’inizio di una normalizzazione, come il ritorno a una fragile stabilità. Ogni guerra deve finire, e ogni tregua merita di essere accolta. Eppure ciò che viene celebrato come pace assomiglia sempre più a una amministrazione della crisi, non alla sua risoluzione.
Non è la guerra in sé a costituire l’anomalia. L’anomalia è un ordine mondiale che non riesce più a produrre integrazione, stabilità, futuro condiviso, e che per questo ricorre ciclicamente alla forza. Gli accordi su Gaza, come molti altri prima, non intervengono sulle condizioni materiali che rendono la violenza necessaria. Congelano il conflitto, rassicurano i mercati, consentono la ripresa dei flussi economici e diplomatici. La ricostruzione viene già pensata come opportunità di investimento; la pace come pausa funzionale alla riorganizzazione dei rapporti di forza.
Non viviamo una semplice successione di conflitti. Viviamo lo sfilacciamento di un intero ordine storico. Gaza e l’Ucraina, il Mar Rosso e il Pacifico, le tensioni tra Stati Uniti e Cina, la militarizzazione dei confini europei non sono crisi separate, ma manifestazioni diverse di una stessa contraddizione. Il mondo è diventato troppo interdipendente per essere governato politicamente, ma troppo competitivo per rinunciare alla coercizione.

Quando la mediazione fallisce, ritorna il comando.

È in questo contesto che si comprende il cosiddetto ritorno degli imperi. Non come nascita di nuovi progetti storici, ma come regressione funzionale. Non tornano le colonie, tornano le gerarchie. Non tornano le bandiere, ma l’uso dello Stato come strumento diretto di protezione degli interessi oligopolistici. L’impero contemporaneo non supera lo Stato-nazione: lo irrigidisce. Non cancella i confini: li trasforma in dispositivi di selezione, esclusione, pressione militare.
Il nazionalismo non è la causa di questo processo, ma il suo linguaggio regressivo. Serve a rendere emotivamente presentabili decisioni che maturano altrove. Sovranità, sicurezza, identità non orientano l’azione politica: la giustificano a posteriori. Come aveva intuito Gramsci, l’egemonia non scompare quando entra in crisi, ma si irrigidisce, cercando nuove forme di consenso regressivo.
In questo quadro, la pace perde ogni carattere trasformativo. Non è più un progetto di vita comune, ma una tecnica di gestione della disperazione. La violenza non viene superata: viene differita. La storia non avanza: si avvita.
Il nucleo di questa contraddizione era stato individuato con lucidità già da Karl Marx: una società capace di produrre abbondanza, ma incapace di organizzare la produzione in funzione dei bisogni umani. Le forze produttive si sviluppano oltre i rapporti sociali che le governano. Il risultato non è la liberazione, ma la paralisi: povertà nell’abbondanza, disoccupazione in un mondo di bisogni insoddisfatti, insicurezza nel pieno dello sviluppo tecnologico.
Karl Polanyi descrisse questa dinamica come “doppio movimento”: da un lato l’espansione del mercato, dall’altro la reazione difensiva della società. Ma oggi quella reazione appare esaurita. Le istituzioni che avevano incarnato la protezione sociale, partiti, sindacati, associazioni, sono state progressivamente svuotate o neutralizzate. La società non resiste più al dominio del mercato: si adatta. E nell’adattamento perde la capacità di immaginare alternative.
È qui che la crisi delle democrazie liberali diventa evidente. Non perché la libertà sia stata formalmente abolita, ma perché le forme storiche attraverso cui la libertà era stata appresa, praticata e istituzionalizzata non riescono più a orientare l’azione collettiva. I diritti sopravvivono come condizioni materiali, le aspettative persistono come abitudini di vita, ma non producono progetto politico. La libertà resta, ma non sa più come organizzarsi, come tradursi in decisione comune.
Nel secondo dopoguerra, attraverso lo Stato sociale e il compromesso keynesiano, vaste porzioni dell’umanità erano state spinte oltre la pura necessità. Non si trattava di un’illusione ideologica, ma di una conquista reale. Come ricordava John Maynard Keynes, il problema non era più la capacità di produrre, ma l’uso sociale di quella capacità. La crisi che emerge alla fine degli anni Settanta non segna il fallimento di quella conquista, ma il punto in cui il suo stesso successo diventa ingestibile. Una nuova libertà era stata prodotta, ma mancavano le forme collettive per abitarla.
Di fronte a questo scarto, non si è scelta la trasformazione, ma l’adattamento. Non l’apprendimento, ma la ripetizione. Le categorie del passato sono state mantenute come se fossero naturali: crescita, competizione, lavoro salariato, sicurezza. I conservatori le hanno chiamate realismo. Gran parte della sinistra le ha difese come ultimo argine. La fedeltà al passato ha sostituito il coraggio di andare oltre.
Quando il mondo comune si dissolve, come aveva intuito Hannah Arendt, la politica si riduce ad amministrazione e la violenza torna a essere una risorsa razionale. L’immaginazione collettiva si ritrae, e al suo posto cresce il risentimento. Riappaiono così, non come residui arcaici ma come risposte all’impotenza sociale, razzismo, antisemitismo, autoritarismo.
L’autoritarismo non arriva come rottura improvvisa, ma come promessa di ordine. Non si presenta come negazione della libertà, ma come sua razionalizzazione. Efficienza, disciplina, obbedienza vengono offerte come rimedi maturi a una società che non sa più dove andare.
Russia e Cina mostrano che il capitalismo può funzionare senza democrazia. L’America contemporanea sperimenta apertamente la stessa traiettoria, mettendo in discussione il valore stesso delle istituzioni democratiche. L’Europa appare il punto più fragile, non per immobilismo, ma per scelta: ha progressivamente affidato al mercato ciò che non riusciva più a governare politicamente, normalizzando una regressione presentata come necessità.
Gli imperi contemporanei non sono soltanto potenze geopolitiche. Sono regimi della vita. Riorganizzano il rapporto con il tempo, con il corpo, con il linguaggio, con il desiderio. Naturalizzano la gerarchia. Trasformano la rinuncia in virtù. La politica sopravvive come rituale, il dissenso come patologia.
E tuttavia questa direzione non è una soluzione. È una vittoria di Pirro. La crisi è globale e nessun impero può salvarsi da solo. Il capitalismo può adattarsi all’autoritarismo, ma non può prosperare a lungo in un mondo disgregato.
La pace, senza trasformazione, resta un’illusione. Un intervallo tra due crisi. La questione non è costruire accordi più equi, ma una società in cui la pace non sia ostaggio del mercato. Ripensare il lavoro, la cooperazione, la cura, la produzione non è un esercizio morale, ma una necessità storica.
La critica, quando non abdica, non consola.
Non promette salvezza, né offre catene più leggere. Si limita a fare ciò che è diventato raro: guardare senza distogliere lo sguardo. Rendere visibile ciò che tiene, ciò che stringe, ciò che blocca. Perché solo ciò che viene visto fino in fondo può essere rifiutato. E solo allora, forse, diventa possibile non tornare indietro, ma attraversare il presente senza consegnarlo di nuovo alla paura.

Riferimenti essenziali

K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, 1844
K. Polanyi,
La grande trasformazione, 1944.
J. M. Keynes,
Possibilità economiche per i nostri nipoti, 1930
H. Arendt, Sulla violenza, 1970

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Oltre l’illusione della pace

https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/civino-oltre-illusione-della-pace/

Non è la guerra in sé a costituire l’anomalia. L’anomalia è un ordine mondiale che non riesce più a produrre integrazione, stabilità, futuro condiviso, e che per questo ricorre ciclicamente alla forza. Gli accordi su Gaza, come molt

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Oltre l’illusione della pace | Rizomatica

“The economic system is, in effect, a mere function of social organization”*…

A statue in the likeness of a police officer stands watch over a smart highway in Jinan, China, on April 18, 2024

The AI race is, of course, afoot. But while most headlines focus on the new capabilities and benchmarks achieved by competing developers, Jeremy Shapiro reminds us that the winners in this race won’t necessarily be the most objectively capable, but rather the players who most effectively integrate the technology into their organizations, economies, and societies…

Artificial intelligence has rapidly become a central arena of geopolitical competition. The United States government frames AI as a strategic asset on par with energy or defense and seeks to press its apparent lead in developing the technology. The European Union lags in platform power but seeks influence over AI through regulation, labor protections, and rule-setting. China is racing to catch up and to deploy AI at scale, combining heavy state investment with administrative control and surveillance.

Each of these rivals fears falling behind. Losing the AI race is widely understood to mean slower growth, military disadvantage, technological dependence, and diminished global influence. As a result, governments are pouring money into chips, data centers, and national AI champions, while tightening export controls and treating compute capacity as a strategic resource. But this familiar race narrative obscures a deeper danger. AI is not just another general-purpose technology. It is a force capable of reshaping the very meaning of work, income, and social status. The states that lose control of these social effects may find that technological leadership offers little geopolitical advantage.

History suggests that societies unable to absorb disruptive economic change become politically volatile, strategically erratic, and ultimately weaker competitors. The central question, then, is not only who builds the most powerful AI systems, but who can integrate them into society without triggering a societal backlash or an institutional breakdown.

Karl Polanyi’s The Great Transformation, published in 1944, explains why the capacity to “socially embed” new market forces determines national strength. By “embeddedness,” Polanyi meant that markets have historically been subordinate to social and political institutions, rather than governing them. The nineteenthcentury idea of what he called a “self-regulating market” was historically novel precisely because it sought to “disembed” the economy from society and organize social life around price and competition rather than social obligation. As Polanyi put it in his most succinct formulation, “instead of economy being embedded in social relations, social relations are embedded in the economic system.”

Writing in the shadow of the Great Depression, Polanyi argued that the attempt in the nineteenth century to create a self-regulating market society that treated labor, land, and money as commodities generated social dislocation so severe that it provoked authoritarian backlash and geopolitical collapse. Stable orders, he insisted, required markets to be re-embedded in social and political institutions. Where they were not, societies sought protection by other means, which often translated into support for fascist or communist regimes that promised to tame the market. Today, it often means electing populist leaders who promise to break the entire existing order, both domestic and international.

Polanyi insisted that the idea of a “self-adjusting market implied a stark utopia” because such a system could not exist “for any length of time without annihilating the human and natural substance of society.” The interwar gold standard, for example, disciplined states in the name of efficiency, but it did so by transmitting economic shocks directly into social life. When democratic governments proved unable to shield their populations, they either abandoned the liberal economic order or turned authoritarian (or both)…

[Shapiro considers the history of the 20th century, in particular the rise of Nazi Gernmany, sketches the state of play in the AI arena, considers the challenge of embedding the changes that AI will bring in The U.S., Europe, and China, then teases out the ways in which the “industrial revolution” is different from it predecessors (in particular, the mobility of capital, the services (as opposed to manufacturing)-heavy character of employment today, and the accelerating pace of tech deelopment. He concludes…]

… Geopolitical competition in the AI age will not take place solely in clean rooms or data centers. It will also involve the less visible realm of social institutions: labor markets, communities, social protections, and political legitimacy. Polanyi teaches us that markets are powerful only when societies can bear them. When they cannot, markets provoke their own undoing and often in rather spectacular fashion.

The West’s success in the Cold War owed much to its ability to reconcile capitalism with social protection. If the AI age is another “great transformation,” the same lesson applies. Chips matter. Data matters. But the ultimate source of power may be the capacity to re-embed technological change in society without sacrificing cohesion.

That is not a liberal-progressive distraction from geopolitical competition. It is its hidden core.

The Next Great Transformation,” from @jyshapiro.bsky.social and @open-society.bsky.social.

For a complementary perspective (with special focus on the interaction between labor and the supply side of the economy) pair with: “Brave New World- a third industrial divide?” from @thunen.bsky.social in @phenomenalworld.bsky.social.

And see also: “AI and the Futures of Work,” from Johannes Kleske (@jkleske.bsky.social). A response to dramatic predictions of AI’s impact– most recently, Matt Shumer‘s viral “Something Big Is Happening“: it’s a possible future, Kleske suggests. but only one possibe future– and one that, while plausible, isn’t likely (at least outside the rarified atmsphere of coding, in which Shumer operates). In a way that echoes Shapiro’s piece above, Kleske suggests that individuals need to better understand the technology in order to retain/regain some agency, and societies need the same kind of rekindled resistance to act clearly and with purpose in re-embedding AI, and markets, in society. Not the other way around… Resonant with the thinking of Tim O’Reilly and Mike Loukides featured here before: “The best way to predict the future is to invent it“; and with Ted Chiang‘s “ChatGPT Is a Blurry JPEG of the Web” and “Will A.I. Become the New McKinsey?” And then there’s the ever-illuminating Rusty Foster (riffing on Gideon Lewis-Kraus‘ recent New Yorker piece): “A. I. Isn’t People.”

For a look at a high-value, trust-based use case for AI that seems to avoid the objections to AGI (and speak to Shapiro’s points), see “The Middle Game: Routers at the Edge,” from Byrne Hobart.

But back to AGI… as Nicholas Carr observes, we might understand Bosrtrom’s “paperclip maximizer” “not as a thought experiment but as a fable. It’s not really about AIs making paperclips. It’s about people making AIs. Look around. Are we not madly harvesting the world’s resources in a monomaniacal attempt to optimize artificial intelligence? Are we not trapped in an “AI maximizer” scenario?”

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As we digest development, we might recall that it was on this date in 1962 that an early precondition for the revolution underway was first achieved: telephone and television signals were first relayed in space via the communications satellite Echo 1– basically a big metallic balloon that simply bounced radio signals off its surface.  Simple, but effective.

Forty thousand pounds (18,144 kg) of air was required to inflate the sphere on the ground; so it was inflated in space.  While in orbit it only required several pounds of gas to keep it inflated.

Fun fact: the Echo 1 was built for NASA by Gilmore Schjeldahl, a Minnesota inventor probably better remembered as the creator of the plastic-lined airsickness bag.

source

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Fresh launch by Concordia University’s Karl Polanyi Institute of Political Economy: the Bibliographic Database of International Scholarship, a database of global research influenced by the ideas of Karl Polanyi. #Polanyi #Bibliography #Kerko

https://rs-kpinsights.concordia.ca

Full bibliography | Insights into the reception of the work of Karl Polanyi

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Totalmente de acuerdo, el liberalismo actual no es más que un mecanismo para perpetuar la desigualdad. La idea de que el mercado se autorregula es un mito que solo beneficia a unos pocos, mientras los más vulnerables sufren las consecuencias. Polanyi tenía razón al advertir que estos sistemas son in...

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Totalmente, el mercado solo crea desigualdad; la intervención estatal es necesaria para equilibrar.

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El mercado siempre acaba favoreciendo a unos pocos, la intervención estatal es necesaria.

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El liberalismo vende un espejismo de libertad, pero al final lo que promueve es la desigualdad y la explotación. La intervención estatal es clave para frenar el desastre que está generando el mercado autorregulado.

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En un contexto de creciente desigualdad en Argentina, donde la intervención estatal se vuelve crucial ante el fracaso de los mercados autorregulados, el pensamiento de Karl Polanyi se erige como una referencia esencial para entender las tensiones económicas y sociales contemporáneas. Polanyi, al ana... [Ver más]