[libro] Un inno alla vita
Autrice: Gisèle Pelicot
Titolo: Un inno alla vita – «La vergogna deve cambiare lato.»
Editore: Rizzoli
Altro: 9788817196635; 252 p.; 19,00€; I ed. 2026; genere: autobiografia; titolo originale: Et la joie de vivre; traduzione di Bérénice Capatti; ghostwriter: Judith Perrignon
Voto: 8/10
La vita di Gisèle, fino al 2020, è una vita ordinaria, come la nostra, con il lavoro, gli amori, i figli, i nipoti, le difficoltà economiche, le piccole gioie della vita, i piccoli (o grandi?) drammi della gioventù. A novembre 2020 questo mondo si trasforma in modo radicale e Gisèle si ritrova in un inferno più grande di lei. Il marito, infatti, per un decennio, l’ha drogata con psicofarmaci e l’ha stuprata e fatta stuprare da circa una ottantina di uomini. La cosa viene scoperta per caso. A novembre 2020 Domenique Pelicot viene denunciato alla polizia per aver tentato di fotografare alcune donne sotto la gonna in un supermercato. Nelle indagini gli inquirenti scoprono un orrore molto più grande. Degli stupri alla moglie Domenique Pelicot tiene sul telefono e sul pc un diario minuzioso, con video, foto e chat. Da questo materiale, la magistratura riuscirà a risalire all’identità di 50 uomini. Le prove sono schiaccianti. Nel 2024 vengono tutte condannate con pene che vanno dai 20 anni (il marito) ai 3 anni. L’unico imputato che ricorrerà in appello si vedrà aumentare la pena da 9 a 10 anni.
Il racconto del processo è un campionario di cosa si deve aspettare una vittima di stupro in tribunale: il tentativo continuo di essere delegittimata. Ma pochi mesi prima di andare in aula, Gisèle fa una mossa contro intuitiva. Avrebbe diritto a un processo a porte chiuse, ma decide di rinunciarvi. Certo, sarà molto esposta mediaticamente, ma davanti ai suoi aguzzini non sarà sola. Nel frattempo ha trovato un nuovo amore, che questa volta la sostiene.
Nel racconto vi è anche la descrizione della difficile situazione psicologica che Gisèle si trova ad affrontare: da una parte un marito che ha amato e che si è sempre dimostrato premuroso con lei e con i figli, e dall’altra 10 anni di stupri. E poi ci sono le reazioni dei tre figli e loro familiari. Ognuno, di fronte a questo dramma, reagisce in modo diverso e queste diversità producono attriti e incomprensioni. Solo il fatto di dover affrontare a processo il responsabile di tutto consentirà al resto della famiglia di tenere un minimo di unità e concedersi un motivo di ricostruzione.
La grandezza di Gisèle è anche nei dettagli: in tutto il libro non traspare mai odio per i suoi stupratori. Mai nel processo avrà atteggiamenti vendicativi nei confronti degli imputati o giudicanti nei confronti dei testimoni. Chiede solo giustizia e che le cose (e le persone) vengano chiamate con il loro nome. Gisèle non è credente.
Nelle ultime pagine l’autrice spiegherà perché usa ancora il cognome dell’ormai ex marito.
Per chi non avesse voglia di leggere il libro, segnalo una lunga intervista su Vogue e un articolo su ilPost.
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