Agenzia Nova: Usa-Iran: Miller, da Teheran "concessioni significative e drastiche"

29 mag 06:45 - (Agenzia Nova) - Il vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller ha commentato i resoconti in merito ai progressi... (Was)

One white and “hidden levels,” Fabio Savi versus his brother: the interview on Quarto Grado.

Torna d'attualità la parabola criminale della «banda della Uno bianca» che tra gli anni '80 e '90 lasciò una scia di sangue e terrore tra Emilia-Romagna e Marche. A Bologna si indaga sulle dichiarazioni di Roberto Savi, ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi della banda, che a «Belve» ha parlato di una presunta «copertura investigativa» garantita al sodalizio criminale e collegamenti con i servizi segreti. Il fratello Fabio Savi è stato intervistato da Francesca Carollo per lo Speciale carceri in onda questa sera, venerdì 29 maggio, a «Quarto Grado», il programma condotto da Gianluigi Nuzzi con Alessandra Viero su Retequattro.

Il detenuto racconta la genesi della banda, dai primi colpi ai caselli autostradali alla spirale di violenza. Parlano di oltre cento rapine a mano armata, con l'uccisione di 24 persone e il ferimento di altre 115, da parte di poliziotti ed ex agenti. Uno choc per il Paese. Sul colpo in armeria a Bologna, nel 1991, citata dal fratello come prova di collegamenti con apparati dello Stato, Savi afferma che si trattò di una rapina finita con due cadaveri a terra. «Entrammo per rubare delle armi», afferma, «poi di quel fatto si sono dette le cose più assurde: complotti e servizi segreti». Gli viene chiesto se ha mai avuto la sensazione di essere protetto da qualcuno. «Protetto da chi? Non c'è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni». E ancora: «Ho scritto alla Procura chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare». Savi esclude «livelli occulti», nega i frequenti viaggi a Roma («i turni del servizio non lo permettevano») e sostiene che «sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla». Ecco ampi stralci dell'intervista in onda stasera:

Lei per anni ha vissuto due vite: meccanico di giorno e membro della Uno Bianca di notte. Ma qual è la verità su Fabio Savi?
«Lo dissi già una volta: dietro all'Uno Bianca c'erano una targa, un paraurti e fanalini».
Per sette anni avete seminato il terrore tra Emilia-Romagna e Marche. Oggi, Savi, che nome dà a quello che avete fatto?
«Follia. Però bisogna partire dall'inizio, perché noi non abbiamo iniziato a compiere rapine così. Io avevo un'attività aperta con sacrificio, avevo raggiunto il mio sogno, lavoravo per una nota casa motociclistica. Poi in un brutto mese vidi una busta nella cassetta della posta: mi comunicavano che avevano ottenuto dal tribunale l'amministrazione controllata per quattro anni. Tutti i pagamenti congelati. Io avevo rate da pagare, cambiali in scadenza. Improvvisamente mi ritrovai coperto di debiti per comprare attrezzature e pezzi. Non so quella volta quanto piansi».
La prima rapina, quella al casello di Pesaro: pensava fosse l'ultima?
«Sì. Però poi non era venuto nessuno a prendermi. E allora ho pensato: magari una seconda si potrebbe fare».
Quando capisce che non è più un'azione sporadica ma sta diventando qualcosa di più grande?
«Non molto tempo dopo. Quando le rapine aumentate, e il denaro arrivava sempre di più, si è fatto sempre più difficile controllare la situazione…»

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Banda della Uno bianca e "livelli occulti", Fabio Savi contro il fratello: l'intervista a Quarto Grado

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