Corriere di oggi, Massimo #Gramellini scrive qualche parola sulla guerra.
Molto interessante il primo paragrafo, secondo me acuto e banalmente vero.
Il nostro giornalino di riferimento nazionale cerca di districarsi tra la brutalità del fatto, la follia dei questa ulteriore guerra è un pragmatismo industrialotto che sembra strizzare l’occhio alle bollette del gas e alla povera gente che dovrà trovarsi a spendere di più.
Come se gli importasse come vive la gente, i milioni di bambini, donne e uomini che abitano questo nostro paese.
Ogni tanto devo ribadire che lo leggo perchè mi dà un’idea abbastanza precisa della pochezza dell’informazione italiana.
Certo non nego che su questo foglio scrivano anche persone di spessore, tuttavia è l’insieme che dà la linea.

Ecco Gramellini;

“È tutta la vita che vedo presidenti americani dichiarare guerra a qualcuno. Li ricordo ergersi solenni davanti al loro piccolo podio comprensivo di «gobbo» per ammonire e condannare iracheni, nicaraguensi, serbi, libici, russi, afghani. Potevano essere disinvolti come Reagan, seduttivi come Clinton, rigidi come #Bush senior, impacciati come Bush junior, onirici come #Obama o svampiti come l’ultimo #Biden. Ma alla fine erano sempre la stessa persona: the President of the United States. Ad accomunarli era la gravitas imposta dal ruolo di «#capo-del-mondo-libero», qualunque cosa voglia ancora dire questa espressione che continua a risuonarci dentro fin dall’infanzia.

Adesso, invece, c’è #GengisTrump. Uno che ha dichiarato guerra agli ayatollah indossando un #cappellino da baseball. E che mentre parla di distruzione e di morti, anche americani, oppure inveisce contro nemici e alleati (ieri ha minacciato la Spagna, l’altro ieri l’Inghilterra, domani chissà) cambia improvvisamente discorso per magnificare il colore delle tende della nuova sala da ballo della Casa Bianca.”