Gennaio 1966. Con la morte improvvisa del “costruttore capo” Sergej Korolev, l’Unione Sovietica è costretta a rifondare il programma spaziale. Il settore dell’esplorazione di Venere viene assegnato a Georgij Babakin, un esperto ingegnere elettrotecnico che aveva iniziato la carriera negli anni Trenta con gli apparati radio e radar prima di passare alla missilistica.
Gli scienziati sovietici vogliono studiare l'atmosfera, la superficie e le caratteristiche geografiche di Venere: si aspettano un mondo ricco di sorprese sotto le fitte nubi che ne ostacolano l'osservazione. Ma i primi tentativi si rivelano una lunga serie di delusioni. Venera 1 e Venera 2 non riescono a completare la missione: la prima perde i contatti durante il viaggio, la seconda smette di funzionare poco prima di raggiungere il pianeta. Le missioni successive, sotto la guida di Babakin, riescono a entrare nell’atmosfera venusiana, ma vengono schiacciate dalla pressione e dal calore prima di raggiungere il suolo: la pressione è pari a quella degli oceani terrestri, mentre la temperatura è quella della fumarola di un vulcano.
Con Venera 7 il gruppo guidato da Babakin cambia approccio e materiali e punta tutto sulla robustezza: il nuovo modulo di atterraggio è una sfera corazzata in titanio, anziché in lega di alluminio e magnesio, progettata per resistere a una pressione di 180 atmosfere e a una temperatura di 540 gradi. Lo spessore delle pareti varia dai 9 ai 25 millimetri, molto di più che su un’auto blindata. La capacità della batteria viene aumentata e per guadagnare minuti preziosi il lander verrà raffreddato fino all’ultimo secondo prima del distacco dal veicolo di crociera. Il paracadute, un multistrato di fibra di vetro e acrilico, viene deliberatamente rimpicciolito per accelerare la discesa e evitare che la sonda si “cuocia” prima ancora di arrivare al suolo. Una scommessa rischiosa ma inevitabile.
Dato che il modulo di atterraggio è diventato più pesante, viene alleggerito al massimo quello interplanetario, eliminando tutti gli strumenti scientifici tranne un contatore di particelle. Non basta ancora. Anche così il carico supera la portata del lanciatore Molniya-M, che viene quindi potenziato aggiungendo 140 chili di propellente.
Per rispettare le scadenze dopo aver rivoluzionato il progetto, Babakin e i suoi collaboratori lavorano a ritmi estenuanti, spesso fino a quattordici ore al giorno. Venera 7 viene lanciata il 17 agosto del 1970 e arriva a destinazione il 15 dicembre.
Il giorno dell’atterraggio la tensione è alle stelle. Dopo il frenaggio aerodinamico, si apre il paracadute che in un primo tempo regge bene, ma durante la discesa un guasto fa precipitare a terra la sfera di titanio a sessanta chilometri all’ora. La stazione di controllo in Crimera riceve soltanto rumore di fondo.
Sembra un altro fallimento. Tuttavia i nastri della stazione di terra continuano a registrare e dopo una settimana il radioastronomo Oleg Rzhiga li analizza di nuovo e con sua sorpresa scopre 23 minuti di trasmissioni debolissime, a meno dell’un per cento dell’intensità prevista, ma ancora decifrabili. Gli specialisti deducono che il lander è rimbalzato al suolo ed è caduto su un fianco con l’antenna puntata lontano dalla Terra. È la prima volta che una sonda fa un atterraggio (più o meno) morbido sulla superficie un altro pianeta e trasmette dati alla Terra.
Il piccolo lander ha superato nuvole di acido solforico, un urto che ucciderebbe sul colpo i passeggeri di un’automobile, temperature che fonderebbero il piombo e perfino lo zinco, e pressioni a cui non resisterebbe un sottomarino. Ma non si è rotto.
I pochi dati ricevuti confermano le peggiori aspettative. La temperatura è di circa 475 gradi e la pressione di 92 atmosfere, con venti di dieci chilometri l’ora. L’ambiente venusiano è un inferno dantesco, ma Venera 7 dimostra che può essere studiato. Le missioni successive approfondiranno la conoscenza del pianeta misurando i livelli di illuminazione, analizzando la composizione del suolo e, a partire da Venera 9, inviando le prime fotografie mai scattate dalla superficie di un altro pianeta.
Ma Babakin non le vedrà. Morirà l’anno successivo, a soli cinquantasei anni, anche lui prematuramente come Korolev e il suo maestro Semën Lavochkin. I frutti del suo lavoro saranno raccolti da altri, ma il suo contributo all’esplorazione di Venere non sarà dimenticato.







