Donald Trump non cerca più soltanto lo scontro politico. Cerca la consacrazione personale. Le nuove frasi attribuite al presidente americano, con il riferimento ai suoi poteri “illimitati” e al paragone con figure come Hitler, Stalin, Mao, Napoleone, Cesare e Alessandro Magno, segnano un salto ulteriore nella costruzione del suo personaggio pubblico. Non è più soltanto il leader che rivendica decisionismo, forza e centralità. È l’uomo che pretende di collocarsi fuori dalla misura ordinaria della democrazia, trasformando la presidenza degli Stati Uniti in una piattaforma di autocelebrazione permanente.
Il punto politico non è solo la provocazione. Trump usa da sempre l’eccesso come linguaggio, ma qui l’eccesso diventa sostanza. Dire che i propri poteri sono “illimitati” significa negare, almeno sul piano simbolico, l’idea stessa di limite costituzionale. E una democrazia liberale vive precisamente di questo: limiti, contrappesi, istituzioni, regole, responsabilità. Quando un presidente si rappresenta come più grande della storia, più forte dei nemici e più temuto di chiunque altro, non sta semplicemente esagerando. Sta chiedendo ai suoi sostenitori di credere non in una linea politica, ma in una figura quasi provvidenziale.
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