Libro bizzarro.
Un libro spacciato come autobiografico e mi sembra l'opera di uno istrionico. Non di una donna che ha affrontato la sua disforia di genere.
Vive associato la parola trans alle entravestì degli anni, in una enorme città dell'Argentina fatta di sorellanza droga
e perdizione dove AIDS la faceva da padrona. Un libro scritto a mio parere non per riscattare. Le anime tracciate di chi è venuto prima di noi. Ma per fare scandalo appropriarsi di un dolore che abbiamo vissuto
( in minima parte).
Mi spiace quando uno/a una la propria vita Per mercificare volgarmente sui propri dolori. È la dimostrazione che si viva come se si è in debito, e tralasciare quello che la vita ha voluto insegnare.
L'autrice usa il linguaggio scurrile. Volgare ipersesdualizza il sé bambino. Cosa che trovo mostruoso.
E potrei stare qui a fare paragoni tra l'autrice e me, e le molte. Ma non è questo lo scopo e il posto.
L' empatizzare è anche essere obiettivi e riconoscere la strumentalizzazione. E usare il realismo magico per definire un'opera ispirata, anche no.
Una donna sa sempre trovare le parole per dire tutto senza offendere, ledere o scandalizzare. 
Credo che sia il libro scritto da qualcuno che non ha fatto pace con sé e il suo passato. E che a discapito di un padre abusante. L'autrice come frutto non si sia staccato dall'albero
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