[Post del 20 marzo 2023]

È da ormai un po’ di anni che nelle istituzioni e nel dibattito pubblico si è iniziato a parlare di “transizione verde”.
Non sempre è chiaro cosa questa sia, ma le sue finalità dovrebbero essere quelle di ottenere un modello economico più sostenibile che possa permettere al mondo di coesistere con l’ambiente e di superare la crisi climatica che stiamo vivendo.

Le finalità sono senza dubbio lodevoli, ma andando ad analizzare nel dettaglio le iniziative intraprese per raggiungere questi obbiettivi non possono che emergere delle perplessità riguardo la loro effettiva efficacia.

Fra gli strumenti che vengono utilizzati per fare questa transizione i “progetti per compensazione di anidride carbonica” sono fra i più gettonanti dalle aziende.

La loro popolarità è dovuta al fatto che non richiedono all’impresa di inquinare direttamente di meno, bensì di pagare una somma di denaro per finanziare dei progetti volti al diminuire la presenza di CO2 nell’atmosfera, come conseguenza le emissioni nette dell’azienda risultano rientrare nei parametri del “carbon neutrality” e quindi possono dichiarare di essere sostenibili.

Un esempio di questi progetti potrebbe essere piantare degli alberi così che questi possano assorbire l’anidride carbonica presente nell’atmosfera e diminuirne così la concentrazione.

Questi progetti sono così invitanti che dietro ad essi è presente un mercato che è valutato essere pari a diversi miliardi di dollari. La maggior parte dei certificati che attestano la validità di questi progetti è emessa da Verra, un’azienda con sede a Washington.

A prima vista sembra che non ci sia nulla di male in questo strumento, dopotutto non è importante da dove l’inquinamento derivi, l’importante è che globalmente diminuisca. Tuttavia, in seguito ad un’inchiesta uscita su Internazionale sembrerebbe che la situazione per questi progetti non sia così ideale come potrebbe invece sembrare.
La prima problematica evidenziata dall’inchiesta è che i numeri che figurano all’interno dei progetti che vanno a descrivere quanta CO2 viene catturata sono notevolmente inflazionati rispetto alla realtà. Questo dato è stato confermato da un gruppo di scienziati che ha analizzato un terzo di tutti i certificati emessi da Verra e ha riscontrato che il 90% di essi era in realtà privo di reali effetti!
Il secondo problema affrontato dall’articolo è che molti progetti non sono mirati a diminuire i gas serra nell’atmosfera, bensì hanno unicamente il ruolo di preservare aree verdi così che la CO2 presente nell’atmosfera non aumenti ulteriormente. È chiaro che la sostenibilità di un’azienda non si possa ridurre al semplice “non peggiorare ulteriormente la situazione”, tuttavia è quello che nella pratica ci viene spacciato per “green”.
Questo non è un modo reale di affrontare la crisi climatica.
È importante comprendere che gli esempi sopra riportati non corrispondono a delle eccezioni, ma alla prassi che si presenta nella quasi totalità dei casi quando si usa questo strumento. Il problema risiede in quello che è il concetto di base che sta dietro allo strumento, cioè che sia possibile avere un economia sostenibile senza andare a modificare il sistema produttivo.
Alcuni esponenti di Verra si sono difesi dicendo che, anche se non tutti i progetti sono effettivamente benefici per l’ambiente, comunque il risultato sia meglio di niente: su questo non potremmo trovarci meno d’accordo. Questo tipo di azione rischia di convincerci infatti di star facendo qualcosa per l’ambiente quando nella realtà ci stiamo solo illudendo con azioni vuote.

Siamo in un periodo storico molto delicato nel quale si sta giocando il futuro del genere umano. Se tutto quello che le istituzioni riescono a fare sono promesse vuote allora non possiamo che rimarcare l’importanza di un azione coordinata dal basso, che sia in contatto con la realtà di tutti i giorni e che abbia la forza di mettere in evidenza le contraddizioni del nostro sistema.

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