RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
di Alfredo Facchini
16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.
Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.
<<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.
Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.
Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.
<<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.
Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.
<<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.
Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.
Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.
Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>
