Lo Straniero di Camus. E di Kurumada…

Il film 'L'Étranger', di François Ozon, è d'una raffinatezza accecante. Ci fa da fomite, nondimeno, per ricordare quanto il romanzo di Camus abbia ispirato alcuni personaggi e alcune scene di Saint Seiya.

Pasquale Curatola's Blog

Capitolo 436: Le Onde del Cinema

Tra Pasqua e Resistenza, aprile si avvia inesorabilmente alla conclusione (di già??). Per il momento sto a quota sedici film visti e me ne mancano giusto un paio per rendere questo mese il miglior aprile degli ultimi cinque anni, da un mero punto di vista cinematografico (ma ne esistono altri?). Oltre ai film ho finito di guardare Portobello di Marco Bellocchio, che ho trovato una serie coinvolgente (nonostante la fotografia sottoesposta, di cui avevo già parlato), che ti fa davvero fumare di rabbia. Inoltre, ho raggiunto quota 240 ritratti (e quindi film) per il mio progetto Film People, dove sul nuovo sito è ora possibile condividere il proprio film preferito anche se si è impossibilitati a partecipare fisicamente al progetto: dateci un’occhiata e fatemi sapere che ne pensate (e soprattutto scrivete il vostro film preferito)!

My Father’s Shadow (2025): Provo sempre una certa soddisfazione a vedere un film proveniente da una nazione di cui non avevo mai visto nulla prima (anche perché così posso aggiungerlo a questa lista). Ma è ancor più soddisfacente vedere un’opera prima così viva, piena, coinvolgente. Il film d’esordio di Akinola Davies Jr, per l’appunto il primo film nigeriano mai visto in vita mia, è di una bellezza che colpisce sin dalle prime scene. Un padre, spesso assente per intere settimane causa lavoro, torna nel villaggio dove vive la sua famigliola per prendere i due figlioletti e stavolta portarli con sé nella capitale Lagos per una gita nella città in cui lavora, proprio nel giorno in cui ci sono le celebri elezioni del 1993. Per i ragazzi è l’occasione per trascorrere del tempo con il padre, ma anche per conoscere realtà di cui non sapevano nulla: la città, con il suo caos, le sue sfumature, i suoi incontri, ma soprattutto il peso della Storia, che sta per incombere sui nigeriani. Quello di Akinola Jr, che ha scritto il film insieme a suo fratello, è un racconto liberamente autobiografico, girato con un linguaggio cinematografico non banale, nonostante un plot twist forse un po’ troppo telefonato. Ma poco importa, quello che è interessante è il viaggio, non la destinazione. Bellissimo, lo trovate su Mubi.
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Lo Straniero (2025): Una volta, da qualche parte, ho letto: “vedere un uomo depresso che fuma e sta zitto, non si può chiamare film”. Ecco, è un po’ quello che penso del nuovo film del sempre bravo Ozon, che stavolta si cimenta con l’opera letteraria di Camus, immergendola in una splendida fotografia in bianco e nero. Nella Algeri occupata, un uomo apparentemente apatico e senza alcun emozione partecipa al funerale della propria madre e il giorno seguente comincia una relazione con una donna. Un incontro sulla spiaggia cambierà il suo destino. Il problema di questo, come di molti film simili, è la scarsa disponibilità dello spettatore di provare empatia per il protagonista, tanto respingente quanto, di conseguenza, il film stesso. Questo appare chiaro quando l’uomo condivide lo schermo con un prete, inveendo, mostrando finalmente qualche emozione: non a caso sarà proprio quella la scena migliore del film. Ad aggravare il tutto, una sala, quella del Cinema Giulio Cesare, dove si moriva di caldo (quel giorno c’erano stati 25°, forse sarebbe stato il caso di accendere un minimo di aria). Camus raccontava la storia di un uomo “straniero” rispetto alla società, alle convenzioni: Ozon lo rende un asociale. Non mi è piaciuto (ma che belle immagini).
••½

Le Onde del Destino (1996): Immaginatevi di trovarvi nel 1996, in un mondo senza troppe informazioni, senza sapere che tipo di regista sia Lars Von Trier, senza trailer su youtube, senza critici online, senza Una Vita da Cinefilo. Pensate di trovarvi davanti al cinema, vedere la locandina con una bella coppia di innamorati e proporre alla vostra ragazza (o al vostro ragazzo) di andare a vedere questo film così “romantico”. Ecco, immaginatevi la scena e poi pensate a questa coppietta che si guarda un film così. Un po’ di contesto: la dimessa, infantile e religiosa Emily Watson vive in un paesino scozzese. Si innamora, ricambiata, di un operaio (Stellan Skarsgard) che lavora su una piattaforma petrolifera nel mare del Nord. Si sposano, sembrano felici, nonostante la distanza, finché un incidente non cambia per sempre le loro vite: è qui che il film prende una strada totalmente inaspettata, disturbante, scioccante. Diviso in capitoli, come capita spesso nei film di Von Trier, e costellato da canzoni clamorose in apertura di ogni capitolo (ma clamorose davvero: da Your Song e Goodbye Yellow Brick Road di Elton John, a Suzanne di Leonard Cohen, fino a Child in Time dei Deep Purple e moltissime altre), è il film che apre la cosiddetta trilogia del cuore d’oro (che si completa con Idioti e Dancer in the Dark). C’è un momento, nella seconda parte del film, in cui cominci davvero ad arrancare, a non poterne più di tante vessazioni, poi però c’è quel finale… Vabbè, non dico altro. Film stupendo (lo trovate su Mubi).
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Rolling Thunder (1977): Nel capitolo precedente vi raccontavo della mia recente lettura del libro Cinema Speculation di Quentin Tarantino, in cui il regista veste i panni del (magnifico) critico cinematografico per raccontare alcuni film visti quando era adolescente. Tra questi c’è questo revenge movie diretto da John Flynn e scritto nientepopodimeno che da Paul Schrader (sceneggiatore di Taxi Driver, per dirne uno). William Devane, dopo sette anni di prigionia in Vietnam, torna nel suo paesotto insieme a un giovane Tommy Lee Jones. Qui è un eroe per tutti, solo che per suo figlio di nove anni è uno sconosciuto mentre la moglie si è già promessa sposa allo sceriffo locale. Questa sua nuova vita quotidiana va totalmente all’aria quando una banda di messicani (capeggiata da Roscoe del telefilm Hazzard) uccide moglie e figlio, menomando il protagonista, che si ritrova con un uncino al posto della mano e con un unica cosa in testa: la vendetta. Film di genere che ha il suo perché, ma si incarta nelle mani di un regista che vorrebbe imitare Peckinpah, ma che invece ha come merito soprattutto di aver ispirato il giovane Tarantino, che qualche decennio dopo prenderà in prestito alcune idee di questa storia per girare un certo Kill Bill. Discreto, meriterebbe un remake fatto bene.
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Taverna Paradiso (1978): Rocky e i suoi fratelli. Stallone fa il suo esordio dietro la macchina da presa dirigendosi in questo racconto che ha diversi punti in comune con il capolavoro di Visconti, evidente ispirazione per l’attore-regista. Sly aveva scritto la sceneggiatura ancora prima rispetto a Rocky, ma riuscì a trovare i fondi per girarla solo dopo il successo planetario del film sul pugile di Philadelphia. In una Hell’s Kitchen degradata (oggi uno dei quartieri più ricercati di Manhattan) si muovono tre fratelli molto diversi tra loro: Stallone è lo sbruffone senza arte né parte, con tante idee e la lingua lunga, gli altri due sono un gigante buono (ma con poco sale in zucca) e un ex reduce di guerra, l’unico che sembra avere un cervello e la testa sulle spalle. Stallone capisce che l’unico modo per fare soldi è convincere il fratello più forte a diventare un atleta di wrestling (lotta libera a dire il vero, essendo incontri reali e non combinati: una volta lo chiamavamo “catch”). Non tutto funziona a dovere, ad esempio due personaggi in apparenza importanti che a un certo punto del film spariscono nel nulla, ma c’è molto cuore e soprattutto un paio di cose molto fiche: Tom Waits, che suona il pianoforte in un locale, e la scena, visivamente strepitosa, del match decisivo che si svolge sotto la pioggia, su un ring ormai ridotto a una enorme pozzanghera. Non troppo male, non troppo bene.
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Mean Girls (2004): Capisci che stai guardando per la prima volta il film di Mark Waters fuori tempo massimo quando, invece di restare ammaliato da Linsday Lohan o Rachel McAdams, pensi a quanto ti piace Tina Fay, che nel film interpreta il ruolo della loro professoressa di matematica. Lohan è la nuova arrivata in un liceo dell’Illinois di cui cerca di capire immediatamente le dinamiche: ci sono i nerd, il belloccio, i reietti (con cui stringe amicizia) e, soprattutto, le “barbie” (ovvero una perfida Rachel McAdams e una tonta Amanda Seyfried). Succedono tante cose che si possono facilmente trovare in un film ambientato in un liceo statunitense, ma è tutto avvolto da buone idee, gag più o meno simpatiche, oltre che da un alone di “Mtv Generation” che, visto oggi, ha davvero un qualcosa di nostalgico. Non mancano idee né una certa dose di scemenza adolescenziale, che ha reso questo film un piccolo cult generazionale. Bello, ma avrei voluto vederlo vent’anni fa.
•••½

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🎬 Lo straniero [L'Etranger/The Stranger] (1967)

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🎞 IMDb https://www.imdb.com/fr/title/tt0062310/

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https://www.youtube.com/watch?v=jpEcqeKAzMw

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The Acolyte: come Lo Straniero ha ridefinito il ruolo dei Sith in Star Wars

https://fed.brid.gy/r/https://www.galaxyaddicted.it/2025/11/lo-straniero-the-acolyte-sith/

L’eternauta e le declinazioni del nemico

di Mazzino Montinari Quattro amici, la solita partita a carte, le battute, le allusioni, il [...]

Carmilla on line

Capitolo 399: Brutalmente Febbraio

Febbraio è un mese pieno di cose che non mi interessano: Carnevale, San Valentino, il Festival di Sanremo, la gente che odia Sanremo, l’inverno, film che non ho voglia di vedere ma sono candidati agli Oscar e quindi vanno recuperati (ma ancora non l’ho fatto). Dimentico qualcosa? Possibile. Presumibilmente però febbraio sarà anche il mese in cui arriveremo al Capitolo 400, ennesima conferma che anche una nuvola di pioggia ha contorni d’argento.

About a Boy (2002): Uno dei rari casi in cui ho letto il libro (spassoso, di Nick Hornby) prima di vedere il film, che guardai al cinema in un lontano settembre, limbo tra la fine del liceo e l’inizio dell’università. In quest’opera seconda dei fratelli Weitz, Hugh Grant è un ricco scapolo piuttosto superficiale, Nicholas Hoult (all’esordio) è invece il figlio di Toni Collette, depressa madre hippie. Per i casi della vita le esistenze di questi due sconosciuti, l’adulto e il bambino, si incrociano, fino a camminare insieme per un po’, a tal punto da non capire quale dei due sia il boy del titolo. Ci sono momenti esilaranti e, all’incirca, corrispondono tutti a quando è in scena Hugh Grant. Alla simpatia dell’insieme va aggiunta una splendida colonna sonora di Badly Drawn Boy e la bellezza (e bravura) abbacinante di Rachel Weisz. Una nomination agli Oscar per la sceneggiatura, un film sempre bello da rivedere.
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Matt and Mara (2024): L’ultima variazione sul genere mumblecore arriva dal Canada e dallo sguardo del regista Kazik Radwanski, che racconta la storia di due vecchi amici che si ritrovano a New York: lui è uno scrittore di successo, lei è un’insegnante di poesia sposata con un musicista. I due passano del tempo insieme, parlando di qualunque cosa, come nel più classico dei film indie nordamericani, e c’è costantemente la sensazione che stia per succedere qualcosa. La cosa funziona in parte, poiché in questa versione canadese di Past Lives (scherzo, dai) manca sicuramente concretezza, qualcosa in più oltre a una sensazione. Carino, ma dimenticabile. Lo trovate su Mubi.
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Il Diritto di Uccidere (1950): Quasi un lustro prima di Johnny Guitar e Gioventù Bruciata, Nicholas Ray realizza questo melodramma a tinte noir che vede Humphrey Bogart nei panni di uno sceneggiatore di successo, sospettato di omicidio. Il Dix di Bogie è un uomo violento, pieno di lati oscuri, con cui è molto difficile entrare in empatia e il suo rapporto sentimentale con la vicina di casa Gloria Grahame viene spesso messo a dura prova a causa dei suoi attacchi d’ira, che ho trovato decisamente disturbanti. Si tratta del classico bel film nel quale però non sono proprio riuscito a entrare, ho faticato a volerlo seguire e ho rinunciato a farmelo piacere. Non c’è dubbio che si tratti di un’opera notevole, semplicemente non fa troppo per me (un giorno lo rivedrò, non sia mai che la stanchezza di quella sera mi abbia impedito di godermelo appieno!).
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La Mia Notte con Maud (1969): Parlando con un amico cinefilo del cinema di Rohmer (sì, siamo fatti così), sono giunto alla conclusione di dover recuperare questo film, il terzo del regista francese, padre di tutto un filone successivo di film (solitamente identificabile con l’indie statunitense anni 90) incentrato su trentenni pieni di cose da dire e sentimenti da provare. Trintignant incontra una ragazza (Marie-Christine Barrault) e si innamora di lei, senza conoscerla (quanto fa Dams la frase “Quel giorno, lunedì 21 dicembre, mi è venuta l’idea, improvvisa, precisa, definitiva, che Françoise sarebbe stata mia moglie”), al tempo stesso però si ritrova a passare una notte, apparentemente casta, con una divorziata bella e spigliata, ovvero Françoise Fabian. Rohmer riesce, con la semplicità e la leggerezza tipica del cinema francese di quel decennio, ad approfondire un discorso piuttosto complesso come la contrapposizione tra caso e destino e il peso che la libertà di scelta e il libero arbitrio hanno nelle nostre vite (anche se si parla un filo troppo di Pascal e giansenismo). Il film cresce sempre più ogni giorno che passa e questa è una cosa totalmente piacevole. Oscar per il miglior film straniero, lo trovate su Mubi e potreste amarlo.
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Lo Straniero (1946): Terzo film di Orson Welles, che ho trovato su Prime Video. Il nostro stavolta è un gerarca nazista, scomparso senza lasciare traccia e riapparso, sotto mentite spoglie, in Connecticut, dove è sposato con l’ignara figlia di un giudice, con la quale conduce una vita tranquilla. Un investigatore è però sulle sue tracce e riesce, in seguito a un abile stratagemma, a dirigersi nel villaggio dove si trova il suo uomo. Tensione palpabile e un finale strepitoso, un film che Orson Welles ha disconosciuto, ma che io ho trovato bellissimo. La cosa più curiosa però è accaduta quando sono andato a inserire il film sul mio diario di Letterboxd, scoprendo, con immensa sorpresa, che lo avevo già visto nel luglio del 2019 e che gli avevo già assegnato 4 stellette (anche se non ricordo affatto di averlo mai visto, men che mai così pochi anni fa)!
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The Brutalist (2024): I 200 minuti di durata mi hanno impedito di correre al cinema il giorno della sua uscita (della proiezione stampa non ho avuto notizia), così ho dovuto aspettare qualche giorno per avere il fegato e il tempo da dedicargli. L’attenzione che però gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Fino a qualche anno fa il regista, Brady Corbet, si dilettava come interprete in pellicole come Funny Games di Haneke, Melancholia di Von Trier o Forza Maggiore di Ostlund. Il buon Corbet deve aver imparato bene le lezioni a cui ha assistito su quei magnifici set, visto che è riuscito a mettere insieme un film di cui si parlerà ancora per molto tempo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’architetto ebreo Adrien Brody riesce a fuggire dalla Germania nazista e a raggiungere gli Stati Uniti (che meraviglia registica la scena in cui vede la Statua della Libertà!). Qui, tra tante difficoltà, finisce ad occuparsi di un progetto ambizioso (cerco di mantenermi vago per non rivelare troppo), in attesa di essere raggiunto negli States da sua moglie Felicity Jones. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e, in alcuni momenti, ti sfugge un po’ la chiave di tutto, il senso, ma diciamo che lo capirai nel finale (ah, se lo capirai!). Ci sarebbe tantissimo da dire, è uno di quei film che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico (il mio Oscar è per lui, per quel che conta) e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Uno dei migliori film dell’anno.
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Mumblecore, la vera anima del cinema indipendente

Da qualche tempo è sorta la questione se il cinema indipendente americano è realmente così indipendente come vogliono farci credere: l’indie-movie, per definizione, è il film che non è costre…

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