Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

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Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

Forse questo nostro presente caratterizzato da un realismo giornalistico e cinematografico esasperante, da effetti speciali che non danno tregua ai sensi, e ora da una pervasiva Intelligenza Artificiale che sta confondendo le acque mentali di un’umanità già allo sbando e in bilico tra realtà e “presunzione di realtà”, ha bisogno di tanto in tanto di un ritorno ancestrale a epoche “vergini”, così come all’uomo tecnologico non dovrebbe mai mancare il contatto con la natura incontaminata. Ma il cinema è un prodotto tecnologico; allora a quale primordialità ci riferiamo quando parliamo di “cinema in bianco e nero”? L’assenza di colori, riconducendo il tutto a una realtà dipinta per mezzo di una “scala di grigi”, è in grado di resettare l’invadente presunzione realistica del colore appunto; senza la colorazione è come se si affidasse alle sole forme la responsabilità del racconto, la rappresentazione della realtà che resta tuttavia una “realtà di fiction”, un vero che è pur sempre frutto della narrazione del regista e degli sceneggiatori. Molti sono stati i registi contemporanei che, affascinati dal “potere democratico” del bianco e nero, hanno voluto raccontare le loro storie eliminando il colore; così come alcuni laboratori per la restaurazione di vecchie pellicole hanno voluto dare colore a riprese originariamente nate in bianco e nero, per testare un effetto alternativo, per avvicinare fatti storici, che nell’immaginario collettivo sono da sempre in bianco e nero, alla nostra sensibilità “colorata”; per assecondare la nostra assuefazione a un realismo ormai solo ed esclusivamente colorato.

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero, e in particolar modo di quelli di stampo nazional-popolare? È necessario parlare di bisogno perché la moda dei tempi ci condurrebbe istintivamente a seguire i prodotti più diffusi, quelli più efficienti ed efficaci da un punto di vista tecnologico e di risposta emotiva calibrata in base a parametri che nulla hanno a che vedere con “antiche” tendenze culturali e sociali. Quindi il bisogno nasce da richieste più intime, private, appartenenti alla propria storia personale e familiare, a un vissuto che risale a nostre stratificazioni genealogiche condivise con persone di cui abbiamo sentito solo parlare ma che per motivi anagrafici non abbiamo mai conosciuto: persone che, proprio a causa del fatto di non averle mai neanche sfiorate nella vita reale, sono diventate personaggi, e grazie ai racconti di familiari che invece hanno avuto l’occasione di frequentarli. Ed è così che epoche a noi cronologicamente anche piuttosto vicine assumono addirittura un carattere mitico.

Se per gli spettatori dell’epoca quei film rappresentavano loro stessi nel loro presente e quindi non potevano considerarli già come prodotti mitizzanti, per noi successori sono fonte, forse illusoria, di una verginità che in realtà non esiste o perlomeno non può esistere nel nostro tempo ma resiste in un angolo di mondo ideale. Quindi il film in bianco e nero non è che una “macchina del tempo” a uso e consumo di chi ha bisogno di ritrovare una dimensione embrionale della società in cui vive e della cultura complessa con cui si confronta quotidianamente. Una macchina del tempo che contribuisce all’idealizzazione di certi periodi storici considerati, per il tipo di argomenti trattati e il lieto fine quasi sempre assicurato, non più riproponibili se confrontati con la complessa e corrotta situazione sociale del presente. Ma in realtà quelli che noi consideriamo difetti caratteristici solo della nostra epoca contemporanea sono, nei contenuti, una costante storica camuffata nella forma dalla leggerezza della commedia cinematografica; da qui la nostalgia per tempi che alla radice contengono le stesse potenzialità edificanti o distruttive di qualsiasi periodo. Da qui, forse, una “nostalgia per epoche non vissute”, una anemoia di origine familiare: attraverso film e canzoni ci caliamo nell’atmosfera di un periodo storico vissuto da persone a noi care e ormai estinte; le immaginiamo giovani al momento della proiezione di quel film al cinema, sorridenti, spensierate, probabilmente in compagnia di chi avrebbe in seguito condiviso un importante tragitto esistenziale fino a giungere a noi, figli di questa contemporaneità a volte orfana di punti di riferimento valoriale e di senso. È un po’ come se volessimo partecipare al loro vissuto e acquisire così un frammento della loro forza e della loro fede nella vita.

Il sentimento amoroso rappresentato in queste pellicole è basilare, archetipico, elementare, nonostante il tentativo da parte di alcune trame di complicarne la realizzazione, ma è solo un espediente narrativo per fornire complessità e profondità a una conclusione che fin dall’inizio si annuncia ottimistica. E ci piace pensare che quella stessa ottimistica ingenuità sia stata adottata nella vita reale anche da quei cari estinti a cui si faceva riferimento e che ha rappresentato la base di partenza della nostra esistenza qui e ora. Senza quel loro crederci semplice e spontaneo – simile a quello dei protagonisti di certi film – forse molte cose non sarebbero state realizzate; e anche noi allora vorremmo recuperare quella loro fede ingenua, quel loro gettarsi nella vita fidandosi della tradizione, della gerarchia familiare, dei valori tramandati, della Storia. Tutte le epoche per gli osservatori coevi risultano complesse, ma basterà spostarsi in avanti nel tempo di una generazione e quella complessità diventerà arretratezza, schema semplice da decifrare, approccio esistenziale da aggiornare in base alle nuove scoperte e ai nuovi comportamenti assemblati nel corso degli anni. Quella stessa semplicità sottovalutata dall’evoluzione diventerà merce rara ricercata da chi guardando indietro avrà la necessità di fermarsi a recuperare l’essenza del vivere: non si tratta di disadattamento alla propria epoca bensì di una richiesta di integrazione al presente con elementi resi “primordiali” dalla distanza cronologica. Il tempo permette all’osservatore di allontanarsi per meglio vedere il quadro nel suo insieme: la profondità nasce dall’allineamento dell’oggi su paesaggi divenuti storici.

I film in bianco e nero, al netto dell’effetto malinconico-nostalgico che possono avere sullo spettatore medio, posseggono un potenziale antidepressivo da non sottovalutare perché sono in grado di ripristinare un certo “candore” esistenziale e una fiducia nella vita con cui affrontare e sopportare il peso dell’oggi: non si tratta del solito insegnamento derivante dal confronto con la Storia; lo spettatore ha bisogno di abbeverarsi a una fonte sì storica ma relativamente recente: una fonte lontana quanto basta per osservarsi con gli occhi della generazione precedente, ma non troppo lontana da non riconoscersi già in essa. Però non sarebbe corretto interpretare il bisogno di questi film come un “rifugio” dal presente per vigliacchi, disadattati, per quelle persone che vivono con disagio il proprio tempo. I personaggi delle storie in bianco e nero sembrano avere una vita più facile della nostra ma si tratta di un miraggio cinematografico creato ad arte: attribuiamo loro una certa abilità nel saper vivere perché in fondo noi conosciamo come va a finire la loro vicenda, noi siamo il loro futuro e sappiamo che dopo quell’epoca “felice” (felice per noi che la osserviamo da qui!) è giunto il nostro tempo, più complesso e “cattivo”, con il suo carico di guai nuovi di zecca. Quelli che invece “vivono” nei film in bianco e nero sanno benissimo cosa fare, o almeno così ci sembra, perché inconsciamente sappiamo che la loro vicenda è già Storia, è già stato tutto risolto e si sono tolti il pensiero di come vivere e risolvere i problemi. E quindi dal confronto tra la nostra e la loro epoca deriva l’idealizzazione del loro tempo. Ma si tratta di un’opera di autoconvincimento di cui abbiamo bisogno per alleggerire, attraverso il loro vissuto, il nostro; un processo mentale autoassolutorio e palesemente illusorio. In cambio di questo nostro periodico riesumarli, guardando le pellicole che mantengono in vita anche attori ormai scomparsi da decenni, chiediamo un tributo in leggerezza, in semplicità che rasenta l’ingenuità; chiediamo una chiave di lettura che disinneschi la complessità del presente. Ma quella che per noi è complessità sarà lo spasso e il divertente passatempo degli spettatori del futuro quando guarderanno film che descriveranno la vita di oggi. È un processo ciclico.

Oggi alcuni temi e alcune scene di certi film in bianco e nero farebbero gridare al “patriarcato” e sarebbero oggetto di accesa discussione da parte dei sostenitori del politically correct e della cancel culture: il maschio prepotente e tossico, la moglie troppo paziente e dipendente dal marito, la figlia presa a schiaffi dal padre autoritario, e altri residui di una cultura sociale e familiare, sarebbero giustamente portati alla sbarra per essere processati in un “tribunale woke. Il pregio di queste pellicole è proprio quello di fotografare e conservare nel tempo la cultura di un’epoca, nel bene e nel male. Proporre una censura revisionistica di questi film (come ipotizzato recentemente per certe pellicole famose in altri paesi) sarebbe inutile e culturalmente fuorviante.

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immagini, in ordine di apparizione, tratte dai film:

“Lazzarella” (1957)

“Tuppe tuppe, Marescià!” (1958)

“Un americano a Roma” (1954)

“Totò, Peppino e la… malafemmina” (1956)

“Siamo tutti inquilini” (1953)

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