🏺 𝗘𝘁𝗿𝘂𝗿𝗶𝗮 𝗚𝗼❟ 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝘀𝘀 𝗽𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗹𝗼𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗘𝘁𝗿𝘂𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗟𝗮𝘇𝗶𝗼

✅ Un solo biglietto per visitare undici siti archeologici e musei etruschi: dal 1° luglio 2026 al via la nuova card annuale dedicata al patrimonio dell’Etruria meridionale....

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Capri amplia il suo Museo Archeologico: inaugurate nuove sale e una sezione immersiva

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Nuovo passo avanti per la valorizzazione del patrimonio culturale di Capri. Presso la storica Certosa di San Giacomo sono state inaugurate le nuove sale del Museo Archeologico di Capri, frutto di un progetto promosso dal Ministero della Cultura che punta ad ampliare e rendere ancora più accessibile il racconto della storia dell’isola.

L’intervento si inserisce nel più ampio programma di rinnovamento dei Musei e Parchi Archeologici di Capri, con l’obiettivo di rafforzare l’offerta culturale e favorire un dialogo sempre più stretto tra patrimonio storico, territorio e innovazione museale.

Foto: Direzione generale Musei

Un museo giovane che continua a crescere

Il Museo Archeologico di Capri è stato inaugurato nel luglio 2024 negli ambienti del Quarto del Priore della Certosa, complesso monumentale tra i più importanti dell’isola.

Fin dalla sua apertura, il percorso espositivo ha raccontato la storia antica di Capri attraverso reperti provenienti dal territorio locale e materiali di età augustea e tiberiana conservati nei depositi della Certosa e concessi da importanti istituzioni culturali italiane, tra cui il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, i Parchi Archeologici di Paestum e Velia e il Parco Archeologico di Ostia Antica.

Le nuove sale ampliano ora questo racconto mantenendo continuità con l’impostazione museografica originaria e con gli strumenti di mediazione culturale già adottati.

Dai siti archeologici di Capri al Sarcofago di Crispina

Una delle novità più significative riguarda la sezione dedicata ai reperti provenienti da alcuni dei più importanti contesti archeologici dell’isola.

Foto: Direzione generale Musei

L’esposizione presenta materiali rinvenuti nella villa romana di Gasto e nel sito di San Costanzo, offrendo una panoramica che copre un lungo arco cronologico compreso tra l’età repubblicana e il Medioevo.

Tra i pezzi più prestigiosi spicca il Sarcofago di Crispina, importante manufatto di epoca romana recentemente trasferito nel museo, restaurato e restituito alla fruizione pubblica.

Una nuova esperienza immersiva

Grande attenzione è stata dedicata all’accessibilità e all’innovazione.

La nuova sala immersiva permette ai visitatori di esplorare la carta archeologica digitale dell’isola e di immergersi virtualmente nella Capri romana attraverso ricostruzioni digitali e contenuti interattivi.

Foto: Direzione generale Musei

Il progetto guarda anche ai più giovani, grazie a percorsi ludico-didattici e strumenti ispirati al linguaggio del gaming che consentono di avvicinarsi alla storia antica in modo coinvolgente e partecipativo.

Supporti digitali e contenuti multilingue completano un’offerta pensata per ampliare il pubblico e rendere il patrimonio culturale sempre più inclusivo.

Una nuova identità per i Musei e Parchi Archeologici di Capri

L’inaugurazione delle nuove sale è stata anche l’occasione per presentare la nuova identità visiva dei Musei e Parchi Archeologici di Capri, che accompagnerà il percorso del nuovo istituto autonomo.

Secondo Massimo Osanna, l’ampliamento rappresenta un ulteriore passo nel percorso avviato nel 2024, quando Capri ha ottenuto per la prima volta un museo interamente dedicato alla propria storia antica.

L’obiettivo è quello di creare musei sempre più dinamici e partecipativi, capaci di coniugare ricerca scientifica, valorizzazione del patrimonio e tecnologie innovative, rafforzando il legame tra beni culturali e comunità contemporanea.

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  • 📄 Fonte: Direzione generale Musei ✅
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Il 12 giugno sciopera la cultura
Il prossimo 12 giugno si terrà il primo sciopero generale del settore culturale nella storia della Repubblica italiana. A distanza di sette anni dalla manifestazione nazionale del 2018, che portò per la prima volta in piazza migliaia di professioniste e professionisti della cultura, il s
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Il 12 giugno sciopera la cultura - La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze

Il prossimo 12 giugno si terrà il primo sciopero generale del settore culturale nella storia della Repubblica italiana. A distanza di sette anni dalla manifestazione nazionale del 2018, che portò per la prima volta in piazza migliaia di professioniste e professionisti della cultura, il settore torna a mobilitarsi collettivamente. Una iniziativa che Mi Riconosci? ha … Il 12 giugno sciopera la cultura Leggi altro »

La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze

Riapre il Museo Archeologico di Novara: viaggio nella storia in 1.900 reperti

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Dopo quasi vent’anni di chiusura, il Museo Archeologico di Novara riapre finalmente al pubblico nella prestigiosa sede del Castello Visconteo-Sforzesco, restituendo alla città uno dei suoi più importanti luoghi dedicati alla memoria storica e archeologica.

La riapertura segna l’inizio di una nuova fase per l’istituzione museale, che si presenta con un allestimento completamente rinnovato e una proposta espositiva capace di raccontare non solo la storia antica del territorio, ma anche quella delle persone che hanno contribuito alla nascita e alla crescita delle sue collezioni.

Una collezione nata nell’Ottocento

Le origini del patrimonio archeologico novarese risalgono al XIX secolo, quando venne fondata la Società Archeologica pel Museo Patrio Novarese.

In un’epoca in cui l’archeologia era ancora agli albori, studiosi, appassionati e cittadini si impegnarono a recuperare e conservare reperti rinvenuti casualmente durante lavori agricoli ed edilizi, evitando che andassero dispersi.

Dal sito mar.no.it

Grazie alle donazioni di collezionisti e personalità locali si formò il primo nucleo della raccolta, destinato ad ampliarsi progressivamente nel corso dei decenni.

Un museo che racconta anche chi ha raccolto i reperti

La principale novità del nuovo Museo Archeologico è l’abbandono del tradizionale percorso esclusivamente cronologico.

L’esposizione propone infatti una narrazione che intreccia la storia degli oggetti con quella dei protagonisti che li hanno scoperti, studiati e conservati. Il visitatore viene così accompagnato attraverso la formazione delle collezioni, i contesti culturali in cui sono nate e l’evoluzione degli studi archeologici sul territorio novarese.

Dal sito mar.no.it

Quasi 1.900 reperti e una forte componente digitale

Il patrimonio conservato dal museo comprende 1.898 reperti, una raccolta imponente che oggi può essere esplorata anche grazie a strumenti digitali innovativi.

Per valorizzare e rendere accessibile l’intera collezione è stato sviluppato un articolato progetto tecnologico affidato a ETT S.p.A., azienda del gruppo Dedagroup specializzata nella valorizzazione digitale del patrimonio culturale.

Un sito web con l’intera collezione online

Tra gli elementi più innovativi figura il nuovo portale del museo, che rende consultabili online tutti i reperti della raccolta attraverso schede descrittive, immagini, approfondimenti e contenuti multimediali.

Dal sito mar.no.it

Il sistema permette inoltre di esplorare timeline storiche, relazioni tra collezioni e protagonisti della storia culturale novarese, oltre a documenti d’archivio digitalizzati.

All’interno del percorso espositivo sono presenti postazioni interattive che consentono ai visitatori di approfondire liberamente i contenuti attraverso mappe digitali, schede dei reperti e percorsi tematici.

Un nuovo punto di riferimento per la cultura cittadina

La riapertura del Museo Archeologico rappresenta un importante investimento nella valorizzazione del patrimonio culturale di Novara. Il nuovo allestimento unisce infatti ricerca scientifica, divulgazione e innovazione tecnologica, offrendo un’esperienza capace di coinvolgere sia gli studiosi sia il grande pubblico.

Con il ritorno delle collezioni archeologiche all’interno del Castello Visconteo-Sforzesco, Novara recupera un tassello fondamentale della propria identità storica e culturale.

Immagine in apertura: Comune di Novara

ℹ️ INFORMAZIONI UTILI

✅ Museo Archeologico di Novara
📍 Piazza Martiri della Libertà, 3 – Novara
📅 da Martedì a Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Chiuso il Lunedì
La biglietteria chiude mezz’ora prima della chiusura del museo, alle ore 18.30
🌐 Info: mar.no.it

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: Comune di Novara ✅
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La Tomba François di Vulci è dello Stato: 170 anni dopo la scoperta, un capolavoro della pittura etrusca ora è di tutti

S&A

Le pitture della Tomba François di Vulci sono entrate ufficialmente nel patrimonio dello Stato italiano. L’acquisizione si è perfezionata il 29 maggio con la firma dell’atto di compravendita avvenuta al Ministero della Cultura alla presenza del ministro Alessandro Giuli. Un’acquisizione da 15 milioni di euro — una delle più rilevanti degli ultimi decenni nel campo dei beni culturali — che chiude una vicenda lunga quasi due secoli e restituisce alla collettività uno dei massimi capolavori della pittura etrusca e, più in generale, dell’arte antica del Mediterraneo. Dal 25 giugno 2026 il ciclo pittorico sarà visibile in modo permanente al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Una scoperta che lasciò senza parole

L’ipogeo dei Saties — universalmente noto come Tomba François — venne scoperto nella primavera del 1857 dall’archeologo fiorentino Alessandro François che, in società con Noël des Vergers, conduceva una serie di campagne di scavo nella necropoli di Vulci. La data precisa è il 1° maggio 1857, e la location è la necropoli di Ponte Rotto, nei terreni che appartenevano al principe Alessandro Torlonia, nell’area dell’odierna provincia di Viterbo.

Nestore foto: (C) MiC

François annotò che le pareti “erano coperte di eccellenti pitture” che gli ricordavano “i bei tempi del Botticelli e del Perugino”. Soltanto i nomi in etrusco apposti presso le figure gli chiarirono che ci si trovava di fronte a un’opera antica e non del Rinascimento. Una confessione che dice tutto sulla straordinaria qualità di quella pittura: capace di ingannare, almeno per un attimo, uno studioso esperto.

La tomba apparteneva alla potente famiglia etrusca dei Saties di Vulci, una ricchissima famiglia gentilizia che commissionò un grandioso sepolcro monumentale: il dromos di accesso è imponente, con i suoi 31,5 metri di lunghezza, lungo i quali si aprono tre camere secondarie e un’edicola funeraria.

Vel Saties e Arnza foto: (C) MiC

L’architettura: un ipogeo dalla pianta complessa, scavato nel tufo

La tomba è un ipogeo dalla pianta articolata e complessa, con sette camere funerarie che si sviluppano attorno a un grande vano centrale. La struttura segue uno schema a T rovesciata: dall’atrio centrale si diramano i vani laterali, ciascuno con funzioni e decorazioni proprie.

Stupende anche le strutture: alcune camere presentano soffitti a spiovente con columen in rilievo, mentre la stanza III ha un soffitto a cassettoni con al centro il volto di Charun (il Caronte etrusco). Una scelta non casuale: il dio psicopompo sorveglia dall’alto proprio il vano in cui si svolge la scena più drammatica dell’intero ciclo.

Ricostruzione della posizione originaria degli affreschi nella sala centrale della tomba – Di Arch. S. Bruba ? – Friedhelm Prayon: Die Etrusker. Jenseitsvorstellungen und Ahnenkult. Philipp von Zabern, Mainz 2006, ISBN 3-8053-3619-5, S. 91., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65601207

Gli affreschi, disposti su uno strato di cocciopesto, erano interrotti soltanto dalle cornici delle porte. La tecnica del cocciopesto — un intonaco a base di calce mescolata con frammenti di cotto finemente macinati — garantiva una superficie compatta, leggermente porosa, ideale per accogliere i pigmenti. Il livello artistico delle pitture sul tablino e sulle storie omeriche è molto elevato, con l’uso di velature e prospettive, frutto probabilmente della mano di un pittore di scuola ellenistica.

Il ciclo pittorico: mito greco, storia etrusca e identità aristocratica

foto: (C) MiC

La decorazione della Tomba François è datata con precisione tra il 340 e il 320 a.C., in piena età tardo-classica, ed è composta da trentasette pannelli dipinti oltre a due cippi litici rinvenuti nel corridoio di access: un vero manifesto visivo dell’identità politica e culturale di Vulci, la grande città etrusca che in quel momento viveva una stagione di fermento e di confronto con Roma.

Le scene documentano il livello raggiunto dalla pittura etrusca; inoltre mettono in relazione mito greco, memoria aristocratica di Vulci e tradizioni legate alle origini di Roma. Le iscrizioni in lingua etrusca che accompagnano ciascun personaggio a mo’ di didascalia consentono di identificarne nome, ruolo e appartenenza.

Achille, Charun e il sacrificio dei Troiani

Sulla sinistra era raffigurato il sacrificio di prigionieri troiani da parte di Achille in onore di Patroclo, scena dominata al centro dall’inquietante immagine del demone Caronte, e conclusa dalla maestosa figura frontale di Agamennone; ancora, Aiace Telamonio che assieme ad Aiace d’Oileo trascina altri prigionieri troiani.

Il pannello con Achille al centro è considerato il fulcro dell’intero ciclo. La versione etrusca del mito non si limita a ricalcare l’Iliade: la reinterpreta attraverso la lente della propria cosmologia funeraria. Accanto ad Achille compariono infatti il demone etrusco Charun, dalla pelle bluastra e armato di martello, e la figura alata di Vanth. Charun, nell’immaginario etrusco, non è il barcaiolo greco dell’Ade ma un essere oscuro e violento, che presiede al passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti con una fisicità brutale. Vanth, al contrario, è una figura femminile e alata, quasi protettiva, che accompagna i defunti nell’oltretomba.

Macstarna, i Vibenna e il legame con Roma

La parete opposta custodisce la scena forse più importante dal punto di vista storico-politico. Di particolare rilievo appare la liberazione di Celio Vibenna da parte del fratello Aulo Vibenna e di Macstarna, figura identificata dalla tradizione con Servio Tullio, futuro re di Roma.

Il con testo è quello del VI-V secolo a.C., quando i duces etruschi compirono spedizioni di conquista in Etruria e nel Lazio. La scena, con i nomi degli eroi scritti in etrusco accanto alle figure, è di un’importanza capitale: nella stanza III troviamo Celio Vibenna (Caile Vipinas) che a sinistra viene liberato dalle corde da Macstrna; a seguire, Larth Ulthes uccide Laris Papathnas Velznach, Pesna Aremsnas Sveamach viene ucciso da Rasce, Plsachs è ucciso da Aule Vipienas. Infine Marce Camitlnas minaccia Cnaeve Tarchunies Rumach.

Questi nomi — reali, storici, non mitologici — attestano che la committenza della tomba intendeva affermare un preciso legame con le vicende politiche dell’Etruria arcaica, rivendicando la centralità di Vulci nelle dinamiche di potere che avevano plasmato anche le origini di Roma.

Il fregio animalistico: il più lungo dell’antichità

A completare il programma decorativo corre lungo le pareti il fregio animalistico più lungo finora noto nel mondo antico. È popolato da grifoni, leoni, pantere, cervi, cinghiali e altre creature reali e fantastiche. Un bestiario che non è puramente ornamentale perché nella tradizione etrusca le creature al confine tra il reale e il soprannaturale — come ad esempio il grifone — marcano lo spazio sacro della morte e della trasformazione.

Lo stacco del 1863

Poco dopo la scoperta, nel 1863, la maggior parte delle pitture furono distaccate dalla sede originaria dai principi Torlonia, allora proprietari del fondo in cui fu trovato il monumento.

Prigioniero troiano foto: (C) MiC

Fortunatamente nel 1862 l’artista-archeologo Carlo Ruspi — pioniere del disegno dal vero delle tombe dipinte etrusche — aveva eseguito per il Museo Gregoriano Etrusco i lucidi a grandezza naturale delle pitture parietali. Queste copie, anch’esse preziose, sono la testimonianza di come la comunità scientifica del tempo avesse già compreso il valore di ciò che stava per essere smembrato.

Gli affreschi originali furono conservati a Roma: prima nel Museo Torlonia di via della Lungara, poi trasferiti a Villa Albani. Per decenni soltanto gli studiosi hanno potuto accedere con facilità alle opere. La tomba scavata nel tufo, a Vulci, è rimasta visitabile attraverso il Parco Naturalistico e Archeologico, ma i dipinti, che ne costituiscono la parte più straordinaria, erano praticamente inaccessibili al pubblico.

L’acquisizione: 15 milioni di euro per chiudere un cerchio aperto nel 1921

Lo Stato italiano aveva già manifestato il proprio interesse per l’acquisto nel 1921: ci sono voluti oltre cento anni per trasformare quella intenzione in realtà. L’operazione, del valore complessivo di 15 milioni di euro, è stata resa possibile grazie alla collaborazione degli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani, proprietari dell’opera, e al lavoro della Direzione generale Musei diretta da Massimo Osanna e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, diretto da Luana Toniolo.

Si tratta di uno degli investimenti più significativi realizzati in anni recenti dal Ministero della Cultura nel campo delle acquisizioni patrimoniali — un segnale, si spera, di una nuova stagione.

Villa Giulia, 25 giugno: la grande mostra per il ritorno pubblico

Per celebrare l’acquisizione, il 25 giugno 2026 al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia si inaugurerà una grande esposizione dedicata alla Tomba François. L’allestimento punta a ricostruire idealmente il contesto originario del monumento, radunando materiali che per decenni sono stati dispersi in istituzioni di mezzo mondo.

Foro: MiC

Hanno concesso prestiti eccezionali il Musée du Louvre, il British Museum, il Royal Museum of Art and History di Bruxelles, il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, i Musei Vaticani e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma. Reperti, documenti, copie storiche e oggetti provenienti dal corredo funerario della tomba saranno riuniti per la prima volta in un allestimento pensato anche secondo criteri avanzati di accessibilità fisica e cognitiva, con tavoli tattili e contenuti in Lingua dei Segni Italiana.

Tutte le foto: (C) MiC

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: comunicato stampa MiC ✅

Per saperne di più

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Gela, rinvenuto un tesoretto di 71 monete ben conservate

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Nuova scoperta archeologica a Gela, dove gli scavi condotti nel sito di Orto Fontanelle hanno restituito un importante tesoretto monetale di epoca greca. Il rinvenimento è avvenuto nell’ambito delle attività di archeologia preventiva legate ai lavori del Pnrr per la realizzazione del nuovo Palazzo della Cultura.

Gli archeologi hanno individuato un piccolo vasetto contenente 71 monete, quasi tutte in eccellente stato di conservazione e perfettamente leggibili. Le emissioni, databili prevalentemente al V secolo a.C., provengono da tre importanti zecche della Sicilia greca: Agrigento, Gela e Siracusa.

Panoramica dello scavo Gela

Un deposito votivo accanto al sacello

Il tesoro è stato scoperto all’interno di un ambiente annesso a un sacello, elemento che fa ipotizzare un utilizzo di carattere votivo o rituale. Del gruppo monetale fanno parte 67 monete d’argento e 4 in bronzo, conservate in un contesto archeologico rimasto sigillato e sostanzialmente inalterato per oltre duemila anni.

Moneta della zecca di Agrigento databile tra il 485 e 475 a.C.

Secondo gli studiosi, proprio la chiusura del contesto rende il ritrovamento particolarmente prezioso dal punto di vista scientifico. Le monete potranno infatti offrire nuove informazioni sulla circolazione economica, sui rapporti tra le città greche siciliane e sulle pratiche cultuali della Gela antica.

Scarpinato: “Fonte inestimabile di informazioni”

«Si tratta di una grande scoperta – ha dichiarato l’assessore regionale ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato – per l’importanza quantitativa e qualitativa del tesoro rinvenuto, che si aggiunge ai numerosi reperti già recuperati e in fase di studio».

Parte delle monete dello scavo

L’assessore ha sottolineato come le monete costituiscano «una fonte inestimabile di informazioni» grazie alla loro conservazione in un contesto chiuso e integro, elemento che permetterà ulteriori approfondimenti sulla storia della città in età greca.

Nuovi scenari sulla storia della Gela greca

Anche la soprintendente ai Beni culturali di Caltanissetta, Daniela Vullo, ha evidenziato il valore del ritrovamento: «Ancora una volta il sottosuolo di Gela restituisce tesori inestimabili. Questo rinvenimento apre nuovi scenari storici che potranno essere approfonditi e divulgati».

Lo scavo è stato condotto dall’archeologo Gianluca Calà con la direzione scientifica della Soprintendenza ai Beni culturali di Caltanissetta e con l’assistenza sul campo dell’ispettore onorario ai beni archeologici Antonio Catalano.

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  • 📄 Fonte: Regione Siciliana ✅
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Chieri (To), recuperati dopo oltre 50 anni due reliquiari rubati dal tesoro del Duomo (con VIDEOSERVIZIO)

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Dopo oltre mezzo secolo tornano finalmente a Chieri, nel Torinese, due preziosi reliquiari appartenenti al tesoro del Duomo, trafugato durante uno dei più clamorosi furti d’arte sacra avvenuti in Piemonte nel Novecento.

La restituzione ufficiale è avvenuta il 16 maggio 2026 nella Chiesa di Santa Maria della Scala, durante i solenni festeggiamenti dedicati ai Santi Giuliano e Basilissa. A riconsegnare le opere alla comunità è stato il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Torino, al termine di un’indagine internazionale coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino.

I reliquiari recuperati: capolavori del Quattrocento

Le opere recuperate raffigurano San Giuliano Martire e la Madonna con Bambino. I due reliquiari, realizzati rispettivamente nel 1460 e nel 1492, sono manufatti in argento sbalzato di straordinario valore storico e artistico.

Facevano parte del celebre tesoro del Duomo di Chieri, composto complessivamente da 34 opere tra manufatti fiamminghi di altissimo pregio e raffinati lavori di oreficeria locale del XV secolo. Il tesoro era stato trafugato il 12 luglio 1973 in un furto che colpì profondamente il patrimonio artistico e religioso piemontese.

L’indagine partita da una mail anonima

Le indagini che hanno portato al recupero dei reliquiari sono iniziate dopo l’invio di una mail all’Arcidiocesi di Torino. Nel messaggio veniva richiesta una somma di denaro in cambio della restituzione delle due opere.

L’email, proveniente da un account svizzero, è stata immediatamente analizzata dai Carabinieri del TPC, che hanno avviato approfondite indagini telematiche per verificare la credibilità della richiesta e identificare i responsabili.

Grazie anche alla collaborazione della polizia svizzera, gli investigatori sono riusciti a individuare una coppia di coniugi residenti in Svizzera.

La collaborazione internazionale e il recupero delle opere

L’operazione è stata resa possibile grazie a una rogatoria internazionale e alla collaborazione tra la magistratura italiana e le autorità del Canton Vallese. Nel corso di una perquisizione effettuata dalla polizia elvetica sono stati rinvenuti e sequestrati i due reliquiari.

Fondamentale si è rivelato anche il confronto con la Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti, il database gestito dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

La verifica ha confermato che le opere sequestrate erano proprio quelle rubate nel 1973 dal Duomo di Chieri. I due manufatti sono stati rimpatriati in Italia nel febbraio scorso.

Le opere erano state esportate illegalmente all’estero

Secondo quanto emerso dalle indagini, i reliquiari sarebbero stati trasferiti all’estero poco tempo dopo il furto e successivamente rivenduti. Gli investigatori hanno quindi accertato l’avvenuta esportazione illecita e la successiva ricettazione dei beni culturali.

Il recupero assume un valore ancora più importante considerando che già negli anni 1974, 1975 e 1981 i Carabinieri TPC erano riusciti a recuperare parte del tesoro trafugato.

Un recupero simbolico per la comunità di Chieri

La restituzione dei reliquiari rappresenta non solo un successo investigativo, ma anche un evento dal forte valore simbolico e religioso. Le opere tornano infatti nel loro contesto originario, restituite alla devozione popolare e alla memoria storica della comunità.

Alla cerimonia ufficiale erano presenti il Procuratore Aggiunto della Procura di Torino, il Sindaco di Chieri, il Vescovo Ausiliare di Torino e il Responsabile dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Chieri (To), recuperati dopo oltre 50 anni due reliquiari rubati dal tesoro del Duomo: GUARDA IL VIDEOSERVIZIO)

https://youtu.be/yfwDIyzcxQc

Il ruolo del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale

L’operazione conferma ancora una volta l’importanza del lavoro svolto dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, specializzato nella lotta contro il traffico illecito di opere d’arte.

L’intervento tempestivo dei militari, che non hanno sottovalutato la richiesta anonima giunta via mail, ha impedito che i reliquiari potessero essere dispersi nuovamente nel mercato nero internazionale dell’arte e del collezionismo religioso.

La vicenda dimostra inoltre come la cooperazione internazionale tra forze di polizia e magistrature possa garantire il recupero del patrimonio culturale anche a distanza di molti decenni.

Un patrimonio ritrovato dopo mezzo secolo

Il ritorno dei due reliquiari chiude simbolicamente un capitolo doloroso della storia culturale di Chieri.

A oltre cinquant’anni dal furto, la comunità può oggi riabbracciare due opere che rappresentano non soltanto un patrimonio artistico di straordinario valore, ma anche una testimonianza identitaria della propria storia religiosa e civile.

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: carabinieri TPC ✅
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DiscoVereto, al via i primi scavi sistematici nell’antica città messapica del Capo di Leuca

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Nel Capo di Leuca prende forma un progetto destinato a diffondere la conoscenza della storia preromana del Salento. A Patù, in provincia di Lecce, è iniziata infatti la prima campagna sistematica di scavi archeologici nell’antica città messapica di Vereto, uno dei centri più importanti dell’estremo sud della Puglia antica.

Area di scavo Grotta Suda

L’iniziativa, denominata “DiscoVereto”, è promossa dall’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” sotto la direzione scientifica dell’archeologo Valentino Nizzo, con concessione del Ministero della Cultura e in collaborazione con enti territoriali, istituzioni culturali e realtà scientifiche nazionali.

Centopietre_Vereto_Patù

L’obiettivo del progetto è ricostruire la storia delle reti di scambio, delle identità culturali e delle trasformazioni sociali del Capo di Leuca tra la fine dell’età del Bronzo e la fase della romanizzazione.

Vereto, la grande città messapica del Salento antico

L’antica Vereto occupava una posizione strategica nel Mediterraneo antico. Il centro messapico si estendeva originariamente per oltre 40 ettari ed era protetto da una poderosa cinta muraria. Il suo controllo su due approdi fondamentali, Leuca e San Gregorio, ne faceva uno snodo cruciale per le rotte marittime tra Adriatico, Ionio e Tirreno.

Chiesa Madonna di Vereto_ph. Noemi De Vitis

Secondo gli studiosi, proprio questa collocazione geografica avrebbe trasformato Vereto in un crocevia di popoli, merci e culture fin dalla protostoria. Nonostante l’importanza storica del sito, l’area non era mai stata oggetto di una campagna di scavo sistematica. La nuova missione rappresenta quindi il primo grande progetto organico di ricerca archeologica dedicato alla città.

Il progetto “Leucantica” e le nuove tecnologie applicate all’archeologia

La campagna di scavo rientra nel più ampio progetto “Leucantica”, ideato da Valentino Nizzo insieme all’archeologa Daniela Ventrelli di Puglia Culture. Il programma combina archeologia tradizionale, tecnologie digitali e valorizzazione del patrimonio culturale.

Area di scavo Acropoli di Vereto

La ricerca sul campo, concentrata su alcune aree di proprietà comunale e messe a disposizione gratuitamente dai proprietari, mira sin da questa prima missione a integrare lo scavo stratigrafico tradizionale con l’analisi delle fonti letterarie e antiquarie, lo studio dei materiali già rinvenuti (editi e inediti) e la ricognizione topografica supportata da tecnologie digitali avanzate come la mappatura 3D, il telerilevamento LIDAR e i Sistemi Informativi Geografici (GIS) per l’analisi del paesaggio, coniugate con prospezioni geofisiche non invasive realizzate in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

DiscoVereto_area di scavo Grotta Suda

Archeologia partecipata e coinvolgimento della comunità

Uno degli aspetti più innovativi di DiscoVereto riguarda il forte coinvolgimento della cittadinanza attraverso pratiche di archeologia partecipata. Il progetto punta infatti a trasformare il patrimonio archeologico in una risorsa condivisa per il territorio, in linea con i principi della Convenzione di Faro.

Grotta Suda_ph. Alessandro Rizzo

Sono previsti laboratori didattici aperti al pubblico, seminari e conferenze, attività di citizen science, percorsi educativi, esposizioni temporanee e incontri divulgativi presso il Museo Archeologico di Vereto.

Le attività verranno inoltre documentate attraverso la realizzazione di un documentario dedicato all’esperienza di scavo e al rapporto tra archeologia e comunità locale.

Un progetto culturale per contrastare lo spopolamento

“DiscoVereto” è una delle iniziative inserite nel programma “Storie Meridiane”, progetto di rigenerazione culturale e sociale promosso dai Comuni di Patù e Morciano di Leuca.

L’iniziativa è finanziata attraverso il PNRR Cultura – Missione 1 Componente 3 Investimento 2.1 “Attrattività dei borghi”, sostenuto dall’Unione Europea – NextGenerationEU e dal Ministero della Cultura.

L’obiettivo è utilizzare la cultura come leva concreta di sviluppo economico, turistico e occupazionale per contrastare il fenomeno dello spopolamento nei piccoli centri del Sud Italia.

Valentino Nizzo: “Vereto è una memoria collettiva da riscoprire”

Il direttore scientifico del progetto, Valentino Nizzo, ha sottolineato il valore culturale e sociale dell’iniziativa:

“Con DiscoVereto vogliamo fare dell’archeologia uno strumento di partecipazione, capace di coinvolgere la comunità nella riscoperta del passato e nella costruzione del presente”.

Nizzo ha inoltre evidenziato l’importanza della collaborazione tra università, istituzioni e realtà locali per valorizzare uno dei paesaggi storici più significativi del Mediterraneo.

Il sindaco di Patù: “Un appuntamento con la Storia”

Grande entusiasmo anche da parte dell’amministrazione comunale.

Il sindaco di Patù, Gabriele Abaterusso, ha definito l’avvio degli scavi:

“Un appuntamento con la Storia, un avvenimento sensazionale che tutta la comunità aspettava da anni”.

Secondo il primo cittadino, Vereto rappresenta un luogo identitario per il territorio del Capo di Leuca, uno spazio simbolico dove memoria, storia e appartenenza collettiva si intrecciano profondamente.

Un nuovo capitolo per l’archeologia del Salento

La campagna di scavo, che proseguirà fino al 19 giugno, potrebbe fornire dati fondamentali sulla frequentazione del Capo di Leuca tra età protostorica e romanizzazione.

L’integrazione tra ricerca scientifica, tecnologie avanzate e partecipazione pubblica rende DiscoVereto uno dei progetti archeologici più interessanti attualmente in corso nel Mezzogiorno.

Se i risultati confermeranno le aspettative, Vereto potrebbe diventare un nuovo punto di riferimento per gli studi sull’Italia preromana e per la valorizzazione culturale del Salento.

Per informazioni e per rimanere aggiornati sullo scavo e sulle iniziative ad esso collegate: www.leucantica.it

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Da New York alla Sardegna: i carabinieri TPC riconsegnano due preziosi reperti al Museo Archeologico Nazionale di Nuoro

S&A

Due straordinari reperti archeologici trafugati e finiti sul mercato internazionale dell’arte sono tornati in Sardegna. I manufatti, recuperati grazie a un’operazione internazionale coordinata dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, sono stati ufficialmente consegnati al Museo archeologico nazionale di Nuoro, dove entreranno a far parte del percorso espositivo permanente.

Due reperti simbolo della Sardegna preistorica e nuragica

I reperti fanno parte di un più ampio gruppo di 129 manufatti restituiti all’Italia dal District Attorney di New York nell’ambito delle attività di contrasto al traffico illecito di beni culturali.

La statuina femminile neolitica in pietra, appartenente alla tipologia delle cosiddette figure “cruciformi a placca intera”.

Il primo reperto è una rara statuina femminile neolitica in pietra alta circa 35 centimetri, appartenente alla tipologia delle cosiddette figure “cruciformi a placca intera”. Databile all’ultima fase del Neolitico, rappresenta uno degli esemplari più grandi conosciuti di questa categoria ed è eccezionale anche per il suo stato di conservazione quasi completo.

Il secondo reperto è invece un bronzetto nuragico raffigurante un arciere, alto poco più di 8 centimetri e databile tra la fine dell’Età del Bronzo e gli inizi dell’Età del Ferro. La figura mostra l’arco poggiato sulla spalla sinistra e richiama iconografie note anche nella statuaria di Mont’e Prama.

Il bronzetto nuragico raffigurante un arciere

Il recupero dopo il traffico illecito internazionale

I due reperti erano comparsi negli anni scorsi nei cataloghi di importanti case d’asta internazionali, finendo al centro delle indagini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Le operazioni investigative, condotte tra il 2022 e il 2023 in collaborazione con le autorità statunitensi, hanno portato alla restituzione ufficiale all’Italia.

La consegna è avvenuta nei giorni scorsi da parte del luogotenente Mauro Lai del Nucleo TPC di Cagliari al direttore del museo Antonio Cosseddu e alla direttrice regionale dei Musei Nazionali Sardegna, Melissa Ricetti.

Un ritorno importante, ma senza contesto archeologico

Secondo Antonio Cosseddu, la statuina neolitica rappresenta uno dei reperti più significativi del patrimonio archeologico sardo per dimensioni e conservazione. Tuttavia, il traffico illecito ha causato la perdita di un elemento fondamentale: il contesto di rinvenimento.

Senza dati stratigrafici e informazioni archeologiche precise, infatti, una parte importante della storia dei reperti resta irrimediabilmente compromessa. Proprio per questo il museo intende utilizzare la nuova esposizione anche per sensibilizzare il pubblico sull’importanza della tutela del patrimonio culturale e sulla lotta agli scavi clandestini.

Il Museo di Nuoro come luogo di restituzione identitaria

La scelta di destinare i reperti al Museo archeologico nazionale di Nuoro è stata presa dal tavolo ministeriale dedicato alla redistribuzione dei beni recuperati, privilegiando la coerenza territoriale e culturale delle collezioni.

Il ritorno di questi oggetti in Sardegna rappresenta non soltanto un successo investigativo, ma anche una restituzione simbolica alle comunità locali di una parte della loro memoria storica.

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Operazione “Achei”: 46 reperti archeologici restituiti allo Stato

S&A

A Cosenza i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno restituito allo Stato 46 reperti archeologici recuperati al termine dell’indagine “Achei”. I manufatti, di origine etrusca, magno-greca e romana, sono stati consegnati il 15 aprile al Direttore dei Parchi Archeologici di Crotone e Sibari durante una cerimonia ufficiale nella Sala Leone di Palazzo Arnone.

L’operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Crotone, rappresenta uno dei più significativi risultati degli ultimi anni nella lotta contro il traffico illecito di beni culturali, restituendo alla collettività testimonianze fondamentali della storia antica.

Un traffico internazionale di reperti archeologici

Le indagini, condotte tra il 2017 e il 2018 dal Nucleo TPC di Cosenza, hanno portato alla luce un articolato sistema criminale attivo su scala nazionale e internazionale. Il traffico coinvolgeva diversi Paesi europei, tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia, e si basava su una rete strutturata di scavatori clandestini, intermediari e ricettatori.

Al centro del sistema vi erano i cosiddetti “tombaroli”, organizzati in squadre con ruoli ben definiti, capaci di alimentare un mercato illecito continuo di reperti archeologici provenienti da scavi abusivi sul territorio italiano. I beni venivano poi immessi in circuiti di vendita complessi, spesso difficili da tracciare, sia in Italia che all’estero.

Recuperi anche all’estero: il ruolo della cooperazione internazionale

Tra i reperti restituiti figurano anche oggetti sequestrati in Francia e rimpatriati nell’ottobre 2025 grazie a un provvedimento dell’autorità giudiziaria francese. Questo risultato evidenzia il ruolo cruciale della cooperazione internazionale nella tutela del patrimonio culturale, sempre più esposto a traffici globalizzati.

Un esempio emblematico è il rhyton a testa di cerva, già esposto in occasione di una mostra internazionale presso Europol a L’Aia, simbolo dell’efficacia delle operazioni congiunte tra forze di polizia europee.

Le indagini e i provvedimenti giudiziari

L’operazione “Achei” si è conclusa con un’importante azione giudiziaria. Il GIP del Tribunale di Crotone ha emesso un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di 23 persone, ritenute coinvolte a vario titolo in un’associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di beni culturali.

Le accuse comprendono reati gravi come il danneggiamento del patrimonio archeologico dello Stato, l’impossessamento illecito, la ricettazione e l’esportazione clandestina. Parallelamente, sono stati eseguiti circa 80 decreti di perquisizione nei confronti di altri soggetti indagati.

Un patrimonio restituito alla collettività

I 46 reperti recuperati saranno ora custoditi ed esposti presso il Museo Archeologico Nazionale di Sibari, dove potranno essere studiati e ammirati dal pubblico. Si tratta di oggetti di grande valore non solo economico, ma soprattutto storico e identitario, testimonianze delle civiltà che hanno abitato il territorio italiano.

Questa restituzione rappresenta il risultato di un lavoro complesso e coordinato tra forze dell’ordine, magistratura e istituzioni culturali, dimostrando l’importanza di un’azione sinergica per la salvaguardia del patrimonio.

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