❗ Operazione “Numisma”: sequestrate migliaia di monete antiche

✅ Duro colpo al traffico internazionale di monete antiche da parte dei militari del Comando Carabinieri TPC di Cagliari al termine dell’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Sassari.

✅ Sette indagati e sequestri per 250mila euro. Recuperati circa 4mila reperti

#archeologia #beniculturali #carabinieri #carabinieriTPC #sardegna #Numisma

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❗ 𝗜𝗻 𝗜𝗿𝗽𝗶𝗻𝗶𝗮 𝗿𝗶𝗲𝗺𝗲𝗿𝗴𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁à 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝗮 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗹𝗮 𝗩𝗶𝗮 𝗔𝗽𝗽𝗶𝗮

🏛️ Individuati Foro e Teatro grazie a droni multispettrali e indagini geofisiche. Un tassello decisivo per la romanizzazione dell’entroterra campano.

#ViaAppia #Archeologia #Irpinia #RomaAntica #ForumAemilii #ScoperteArcheologiche #BeniCulturali#UniSalento

📷 Foto ©Università del Salento

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🏛️ 𝗧𝗿𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝗮❟ 𝗶𝗻 𝗲𝘀𝘁𝗮𝘁𝗲 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗹𝗮 𝗣𝗼𝗿𝘁𝗮 𝗩𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲𝗻𝘀𝗶𝘀

✅ Restauri, nuova illuminazione e ricostruzioni 3D per il nuovo allestimento ipogeo della struttura del I secolo d.C. I lavori costeranno 230 mila euro

#PortaVeronensis #Trento #ArcheologiaRomana #Tridentum #BeniCulturali #Archeologia

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Metro C: la Giunta di Roma ha approvato con DGCa 484/2025 la convenzione che ripartisce le competenze per la gestione delle aree museali all’interno della stazione Colosseo, definendo ruoli del MIC e della Sovrintendenza. Una tappa chiave per l’integrazione tra trasporto e valorizzazione del patrimonio.
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#MobilitàUrbana #MetroC #BeniCulturali

Non solo Niscemi, franano anche i beni culturali

La frana di Niscemi ed i gravi danni che l’uragano Harry ha prodotto sulle coste orientali di Sicilia, Calabria e Sardegna, non sono certo immaginari. Essi sono, tuttavia, anche espressione metaforica della frana che coinvolge politica e istituzioni, incapaci di adottare strategie di prevenzione dei danni idrogeologici che coinvolgono gran parte dell’Italia. Sono danni strutturali, che […]

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#archeologia #BeniCulturali #Kamarina #prevenzioneIdrogeologica #UnioneEuropea

🏺 𝗧𝗿𝗮𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼 𝗶𝗹𝗹𝗲𝗰𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗯𝗲𝗻𝗶 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗶: 𝗿𝗲𝗰𝘂𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶 𝘀𝗲𝗶 𝗿𝗲𝗽𝗲𝗿𝘁𝗶 𝗮 𝗕𝗿𝗲𝘀𝗰𝗶𝗮

✅ Cinque stele funerarie e un’urna romana databili tra il I secolo a.C. e il V d.C., scomparse da oltre un secolo, tornano allo Stato grazie all'azione congiunta di Soprintendenza e carabinieri TPC

#Archeologia #TutelaPatrimonio #CarabinieriTPC #BeniCulturali #SABAP-BGBS
Foto: SABAP-BGBS

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Reperti trafugati, cinque stele funerarie e un'urna cineraria romane restituite allo Stato

Recuperate stele funerarie e un’urna romana disperse dall’Ottocento: i Carabinieri TPC restituiscono sei reperti archeologici di eccezionale valore.

Storie & Archeostorie

🧬 𝗣𝗲𝗹𝗹𝗲❟ 𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼

🔬Lo studio condotto dall’Università di Bologna sui frammenti di pelle tatuata risalenti all'Ottocento conservati nella Collezione delle Cere Anatomiche "Luigi Cattaneo" offre una prospettiva inedita sulla cultura del XIX secolo

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💥👑 𝗥𝗲𝗰𝘂𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝗦𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗼𝗻𝗮 𝘃𝗼𝘁𝗶𝘃𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗴𝗼𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗩𝗜 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗹𝗼❗

Smantellato tra León e Valladolid un vasto traffico illecito di reperti: migliaia di monete, aurei romani e oggetti rituali salvati dal mercato nero.

#Archeologia #Visigoti #PatrimonioCulturale #TrafficoIllecito #CoronaVisigota #BeniCulturali #archeomafia #PoliciaNacional #Leon #BeniCulturali

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Archeomafia, il maxi-blitz che svela anni di scavi clandestini tra Sicilia e Calabria. Recuperati 10mila reperti | IL VIDEO

Elena Percivaldi

All’alba di stamani, 12 dicembre 2025, il movimento coordinato di elicotteri, pattuglie e reparti specializzati ha attraversato simultaneamente la Sicilia, la Calabria e diverse città italiane. In poche ore, la vasta operazione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha portato all’esecuzione di 56 misure cautelari e a un’imponente serie di perquisizioni, smantellando due articolate organizzazioni dedite al saccheggio di siti archeologici e al traffico illecito di reperti.

Le indagini, nome in codice Scylletium e Ghenos, erano nate separatamente, una in Calabria e l’altra in Sicilia. Hanno però finito per incrociarsi, rivelando una realtà ben più complessa e inquietante: una rete di tombaroli, ricettatori, intermediari e trafficanti legata, in più punti, alle dinamiche della criminalità organizzata.

Un tessuto criminale con un unico obiettivo: depredare la storia

La scoperta del collegamento tra i due gruppi ha consentito agli investigatori di ricostruire il funzionamento di un sistema che agiva in modo metodico, quasi industriale. Ogni ruolo era preciso e definito: chi individuava i siti, chi scavava, chi movimentava la merce, chi garantiva l’uscita all’estero dei reperti. A rendere ancora più delicato il quadro sono stati gli indizi raccolti in Calabria, dove la squadra individuata operava con modalità tali da agevolare, secondo gli inquirenti, una cosca di ’ndrangheta attiva nel Crotonese.
Per la prima volta in modo così evidente, emerge la sovrapposizione tra archeomafia e criminalità organizzata tradizionale: un interesse non certo rivolto verso il valore culturale intrinseco dei reperti, ma verso la redditività di un mercato che, fuori dai circuiti legali, può generare montagne di soldi senza destare sospetti quanto il traffico di droga o di armi.

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Calabria: i parchi archeologici sotto assedio

L’indagine Scylletium, avviata nel 2022 dal Nucleo TPC di Cosenza, ha consentito di documentare una sequenza impressionante di scavi clandestini nei parchi archeologici nazionali di Scolacium, Kaulon e Capo Colonna. Per mesi, gli investigatori hanno registrato movimenti, dialoghi criptati, contatti e sopralluoghi di un gruppo che conosceva perfettamente il territorio e sapeva dove colpire.
Le intercettazioni rivelano un linguaggio in codice, usato per confondere eventuali controlli: i reperti diventavano “finocchi”, i metal detector “motoseghe”, gli scavi “caffè”. Una consuetudine che mostra quanto questo settore criminale abbia sviluppato un proprio vocabolario, di uso consolidato e ben compreso dagli affiliati.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i promotori dell’organizzazione erano cultori di archeologia privi di scrupoli, capaci di selezionare i punti più ricchi, organizzare spedizioni notturne e smistare il materiale verso canali di ricettazione già rodati. In più occasioni, i tombaroli riuscivano a eludere i controlli grazie alla conoscenza dei percorsi interni ai parchi e a un sistema di comunicazione basato su movimenti brevi, telefoni dedicati e indicazioni essenziali.
Le modalità d’azione mostrano un territorio in cui gruppi minori di criminalità culturale trovano spazio sotto la tolleranza, esplicita o implicita, di sistemi mafiosi radicati. Non è un fenomeno nuovo, ma l’indagine attuale lo delinea con una nitidezza raramente documentata.

Sicilia: scavi, ricettazione e una zecca clandestina

L’indagine Ghenos, coordinata dalla Procura distrettuale di Catania, ha aperto un altro capitolo della stessa storia, ma con dinamiche ancora più articolate. Avviata nel 2021 a seguito dei ripetuti scavi clandestini nell’area di Eraclea Minoa, ha portato alla luce un sistema strutturato su più livelli che operava in Sicilia orientale, Sicilia occidentale e, in almeno due occasioni, anche in Calabria.
La rete individuata contava diverse squadre specializzate, attive soprattutto nelle province di Catania e Siracusa, capaci di effettuare oltre settanta scavi non autorizzati in siti di straordinaria importanza. I reperti recuperati dalla prima fase dell’inchiesta – circa diecimila pezzi – offrono un quadro impressionante: migliaia di monete antiche, molte delle quali rare o uniche; ceramiche figurate, askos, fibule protostoriche, pesi e materiali litici. La provenienza spaziava da Selinunte a Katane, da Gela a Reggio, dalle città della cuspide settentrionale dell’isola fino a Morgantina e Iaitas.
Uno degli elementi più sorprendenti è il rinvenimento di una zecca clandestina, attiva nella provincia etnea, dove gli inquirenti hanno individuato stampi, conii, bilancini e rame grezzo pronti per la produzione di monete contraffatte. Il laboratorio era in grado non solo di falsificare monete per truffare collezionisti inconsapevoli, ma anche di “ripulire” vere monete antiche alterandone la patina, così da mascherarne la provenienza illecita.

Dallo scavo al mercato internazionale: la filiera dell’archeomafia

Le due indagini mostrano la stessa struttura criminale distribuita su livelli progressivi. Alla base ci sono i tombaroli, spesso conoscitori autodidatti del territorio, talvolta dotati di strumenti sofisticati. Lo scavo clandestino, per sua natura, distrugge stratigrafie e contesti, cancellando informazioni archeologiche per sempre.
Poco più in alto operano i ricettatori locali, figure chiave capaci di muovere rapidamente il materiale e trovare l’acquirente giusto. Oltre questi, si collocano i trafficanti internazionali che gestiscono esportazioni verso Germania, Regno Unito e altre piazze europee. In alcuni casi, i reperti venivano intercettati già pronti per imbarcarsi verso aste estere, scavalcando ogni normativa italiana ed europea.
Il danno non è solo economico o culturale, ma identitario. A sparire non sono semplici oggetti, ma frammenti di un racconto collettivo. Ogni scavo clandestino spezza una sequenza storica, priva i territori di testimonianze, impoverisce la ricerca. Il mercato illecito, dal canto suo, trasforma queste testimonianze in merce, cancellandone origine e significato.

La complessità del fenomeno: gli intrecci tra archeologia e criminalità

Uno degli aspetti più significativi emersi dalle due inchieste è la capacità delle organizzazioni di operare in maniera coordinata e con un livello sorprendente di specializzazione. L’immagine stereotipata del tombarolo improvvisato lascia il posto a gruppi dotati di strumenti tecnici, conoscenze topografiche e rapporti consolidati con intermediari stranieri.
Gli investigatori parlano di una vera e propria “archeomafia”, un sistema che richiede competenze specifiche, disponibilità economiche e contatti internazionali. Nel caso calabrese, inoltre, la relazione tra gli scavatori clandestini e la criminalità organizzata aggiunge un elemento ulteriore: la consapevolezza che il traffico di reperti può diventare, per alcune cosche, un ramo redditizio e a basso rischio rispetto ad altre attività illegali.

Il ruolo centrale delle istituzioni culturali

Nonostante il quadro allarmante, uno spunto positivo c’è: le indagini mostrano la forza della collaborazione tra forze dell’ordine, procure e istituzioni culturali. I parchi archeologici coinvolti, così come le soprintendenze e le direzioni museali, hanno fornito supporto tecnico, cartografie, dati e consulenze indispensabili per ricostruire la natura e il valore dei reperti sequestrati.
Ed è proprio grazie a questa cooperazione che è stato possibile ricondurre migliaia di oggetti ai loro contesti originari, stabilire l’autenticità delle monete, valutare la rarità delle emissioni e confrontare i manufatti con i dati delle campagne ufficiali di scavo.

Un segnale forte (ma purtroppo questa non sarà l’ultima volta)

L’operazione congiunta di oggi rappresenta di certo una delle risposte più forti e perentorie mai messe in campo contro il traffico illecito di beni culturali in Italia. Tuttavia, la vastità del fenomeno lascia intuire che non sarà l’ultima.
Il patrimonio archeologico italiano, per estensione e ricchezza, continua ad attirare un mercato nero internazionale difficile da estinguere. Ma la portata dell’intervento, l’ampiezza geografica delle misure cautelari e il valore dei reperti recuperati indicano un cambio di passo nel contrasto alle archeomafie.
La storia di questa indagine dimostra che la tutela passa tanto dai sistemi investigativi quanto dalla consapevolezza collettiva. Ogni reperto salvato è un frammento di memoria restituito a tutti. E ogni rete di tombaroli smantellata contribuisce a proteggere, almeno in parte, quel patrimonio eccezionale e vastissimo, che il mondo intero ci riconosce come unico. E che in parte si nasconde ancora nel sottosuolo, in attesa di essere (legalmente) riscoperto.

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🏺 I carabinieri TPC recuperano e restituiscono allo Stato dieci preziosi reperti archeologici, tra cui una raffinata olpe etrusco-corinzia del VI secolo a.C.

🏛️ Ora saranno valorizzati al Museo di Fratta Polesine.

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@museo_archeologico_fratta
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