Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

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Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

Forse questo nostro presente caratterizzato da un realismo giornalistico e cinematografico esasperante, da effetti speciali che non danno tregua ai sensi, e ora da una pervasiva Intelligenza Artificiale che sta confondendo le acque mentali di un’umanità già allo sbando e in bilico tra realtà e “presunzione di realtà”, ha bisogno di tanto in tanto di un ritorno ancestrale a epoche “vergini”, così come all’uomo tecnologico non dovrebbe mai mancare il contatto con la natura incontaminata. Ma il cinema è un prodotto tecnologico; allora a quale primordialità ci riferiamo quando parliamo di “cinema in bianco e nero”? L’assenza di colori, riconducendo il tutto a una realtà dipinta per mezzo di una “scala di grigi”, è in grado di resettare l’invadente presunzione realistica del colore appunto; senza la colorazione è come se si affidasse alle sole forme la responsabilità del racconto, la rappresentazione della realtà che resta tuttavia una “realtà di fiction”, un vero che è pur sempre frutto della narrazione del regista e degli sceneggiatori. Molti sono stati i registi contemporanei che, affascinati dal “potere democratico” del bianco e nero, hanno voluto raccontare le loro storie eliminando il colore; così come alcuni laboratori per la restaurazione di vecchie pellicole hanno voluto dare colore a riprese originariamente nate in bianco e nero, per testare un effetto alternativo, per avvicinare fatti storici, che nell’immaginario collettivo sono da sempre in bianco e nero, alla nostra sensibilità “colorata”; per assecondare la nostra assuefazione a un realismo ormai solo ed esclusivamente colorato.

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero, e in particolar modo di quelli di stampo nazional-popolare? È necessario parlare di bisogno perché la moda dei tempi ci condurrebbe istintivamente a seguire i prodotti più diffusi, quelli più efficienti ed efficaci da un punto di vista tecnologico e di risposta emotiva calibrata in base a parametri che nulla hanno a che vedere con “antiche” tendenze culturali e sociali. Quindi il bisogno nasce da richieste più intime, private, appartenenti alla propria storia personale e familiare, a un vissuto che risale a nostre stratificazioni genealogiche condivise con persone di cui abbiamo sentito solo parlare ma che per motivi anagrafici non abbiamo mai conosciuto: persone che, proprio a causa del fatto di non averle mai neanche sfiorate nella vita reale, sono diventate personaggi, e grazie ai racconti di familiari che invece hanno avuto l’occasione di frequentarli. Ed è così che epoche a noi cronologicamente anche piuttosto vicine assumono addirittura un carattere mitico.

Se per gli spettatori dell’epoca quei film rappresentavano loro stessi nel loro presente e quindi non potevano considerarli già come prodotti mitizzanti, per noi successori sono fonte, forse illusoria, di una verginità che in realtà non esiste o perlomeno non può esistere nel nostro tempo ma resiste in un angolo di mondo ideale. Quindi il film in bianco e nero non è che una “macchina del tempo” a uso e consumo di chi ha bisogno di ritrovare una dimensione embrionale della società in cui vive e della cultura complessa con cui si confronta quotidianamente. Una macchina del tempo che contribuisce all’idealizzazione di certi periodi storici considerati, per il tipo di argomenti trattati e il lieto fine quasi sempre assicurato, non più riproponibili se confrontati con la complessa e corrotta situazione sociale del presente. Ma in realtà quelli che noi consideriamo difetti caratteristici solo della nostra epoca contemporanea sono, nei contenuti, una costante storica camuffata nella forma dalla leggerezza della commedia cinematografica; da qui la nostalgia per tempi che alla radice contengono le stesse potenzialità edificanti o distruttive di qualsiasi periodo. Da qui, forse, una “nostalgia per epoche non vissute”, una anemoia di origine familiare: attraverso film e canzoni ci caliamo nell’atmosfera di un periodo storico vissuto da persone a noi care e ormai estinte; le immaginiamo giovani al momento della proiezione di quel film al cinema, sorridenti, spensierate, probabilmente in compagnia di chi avrebbe in seguito condiviso un importante tragitto esistenziale fino a giungere a noi, figli di questa contemporaneità a volte orfana di punti di riferimento valoriale e di senso. È un po’ come se volessimo partecipare al loro vissuto e acquisire così un frammento della loro forza e della loro fede nella vita.

Il sentimento amoroso rappresentato in queste pellicole è basilare, archetipico, elementare, nonostante il tentativo da parte di alcune trame di complicarne la realizzazione, ma è solo un espediente narrativo per fornire complessità e profondità a una conclusione che fin dall’inizio si annuncia ottimistica. E ci piace pensare che quella stessa ottimistica ingenuità sia stata adottata nella vita reale anche da quei cari estinti a cui si faceva riferimento e che ha rappresentato la base di partenza della nostra esistenza qui e ora. Senza quel loro crederci semplice e spontaneo – simile a quello dei protagonisti di certi film – forse molte cose non sarebbero state realizzate; e anche noi allora vorremmo recuperare quella loro fede ingenua, quel loro gettarsi nella vita fidandosi della tradizione, della gerarchia familiare, dei valori tramandati, della Storia. Tutte le epoche per gli osservatori coevi risultano complesse, ma basterà spostarsi in avanti nel tempo di una generazione e quella complessità diventerà arretratezza, schema semplice da decifrare, approccio esistenziale da aggiornare in base alle nuove scoperte e ai nuovi comportamenti assemblati nel corso degli anni. Quella stessa semplicità sottovalutata dall’evoluzione diventerà merce rara ricercata da chi guardando indietro avrà la necessità di fermarsi a recuperare l’essenza del vivere: non si tratta di disadattamento alla propria epoca bensì di una richiesta di integrazione al presente con elementi resi “primordiali” dalla distanza cronologica. Il tempo permette all’osservatore di allontanarsi per meglio vedere il quadro nel suo insieme: la profondità nasce dall’allineamento dell’oggi su paesaggi divenuti storici.

I film in bianco e nero, al netto dell’effetto malinconico-nostalgico che possono avere sullo spettatore medio, posseggono un potenziale antidepressivo da non sottovalutare perché sono in grado di ripristinare un certo “candore” esistenziale e una fiducia nella vita con cui affrontare e sopportare il peso dell’oggi: non si tratta del solito insegnamento derivante dal confronto con la Storia; lo spettatore ha bisogno di abbeverarsi a una fonte sì storica ma relativamente recente: una fonte lontana quanto basta per osservarsi con gli occhi della generazione precedente, ma non troppo lontana da non riconoscersi già in essa. Però non sarebbe corretto interpretare il bisogno di questi film come un “rifugio” dal presente per vigliacchi, disadattati, per quelle persone che vivono con disagio il proprio tempo. I personaggi delle storie in bianco e nero sembrano avere una vita più facile della nostra ma si tratta di un miraggio cinematografico creato ad arte: attribuiamo loro una certa abilità nel saper vivere perché in fondo noi conosciamo come va a finire la loro vicenda, noi siamo il loro futuro e sappiamo che dopo quell’epoca “felice” (felice per noi che la osserviamo da qui!) è giunto il nostro tempo, più complesso e “cattivo”, con il suo carico di guai nuovi di zecca. Quelli che invece “vivono” nei film in bianco e nero sanno benissimo cosa fare, o almeno così ci sembra, perché inconsciamente sappiamo che la loro vicenda è già Storia, è già stato tutto risolto e si sono tolti il pensiero di come vivere e risolvere i problemi. E quindi dal confronto tra la nostra e la loro epoca deriva l’idealizzazione del loro tempo. Ma si tratta di un’opera di autoconvincimento di cui abbiamo bisogno per alleggerire, attraverso il loro vissuto, il nostro; un processo mentale autoassolutorio e palesemente illusorio. In cambio di questo nostro periodico riesumarli, guardando le pellicole che mantengono in vita anche attori ormai scomparsi da decenni, chiediamo un tributo in leggerezza, in semplicità che rasenta l’ingenuità; chiediamo una chiave di lettura che disinneschi la complessità del presente. Ma quella che per noi è complessità sarà lo spasso e il divertente passatempo degli spettatori del futuro quando guarderanno film che descriveranno la vita di oggi. È un processo ciclico.

Oggi alcuni temi e alcune scene di certi film in bianco e nero farebbero gridare al “patriarcato” e sarebbero oggetto di accesa discussione da parte dei sostenitori del politically correct e della cancel culture: il maschio prepotente e tossico, la moglie troppo paziente e dipendente dal marito, la figlia presa a schiaffi dal padre autoritario, e altri residui di una cultura sociale e familiare, sarebbero giustamente portati alla sbarra per essere processati in un “tribunale woke. Il pregio di queste pellicole è proprio quello di fotografare e conservare nel tempo la cultura di un’epoca, nel bene e nel male. Proporre una censura revisionistica di questi film (come ipotizzato recentemente per certe pellicole famose in altri paesi) sarebbe inutile e culturalmente fuorviante.

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immagini, in ordine di apparizione, tratte dai film:

“Lazzarella” (1957)

“Tuppe tuppe, Marescià!” (1958)

“Un americano a Roma” (1954)

“Totò, Peppino e la… malafemmina” (1956)

“Siamo tutti inquilini” (1953)

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Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba

Il tempo definito come nuovo può essere interpretato in due modi differenti: è nuovo il tempo a venire che in gioventù immaginiamo ottimisticamente gravido di promesse (“E sembrava fosse tornato / un tempo nuovo […] una gioventù che irrideva gli anni / che sembrava farsi eternità”), di progetti succulenti, di orizzonti misteriosi inseguendo chimere – e per tale motivo affascinanti -; oppure è tempo nuovo quello che tramite la poesia e il silenzio (o la preghiera) ci concediamo in ogni periodo dell’esistenza; un ripartire verticale verso l’alto che possiamo solo sfiorare. Ma non è operazione facile e volontaria perché a volte le parole sono “Annidate così nel profondo” che “non sanno fiorire”: quante idee percorrono la nostra mente, quante immagini degne di nota che potrebbero diventare versi, eppure scegliamo di tacere. Ma il poeta non va di fretta e si affida ai tempi ciclici della gioia pura che non attende inviti ma si manifesta quando è pronta, ed è fatta di verità semplici, da cogliere con umiltà (“l’occhio del poeta / osserva intuisce riferisce / cosa c’è nell’anima del mondo”); alimentata dal “sogno eterno del ritorno”. Ma ritornare dove? In luoghi del passato mai abbandonati interiormente o in una dimensione attuale e perfetta ottenuta negli anni e grazie al privilegiato esercizio della ricerca poetica?

Carla Malerba è una poetessa risolta? I versi delicati ed essenziali contenuti nella raccolta “Un tempo nuovo” (Fara Editore, 2026) sembrerebbero evidenziare un raggiunto equilibrio non solo stilistico ma innanzitutto esistenziale, storico, e quindi autobiografico, oppure il tutto è solo un “sentirsi al sicuro / appollaiati / in attesa del vortice” perché un poeta è sempre in viaggio dentro se stesso e il suo vissuto; la quiete è per i falsi risolti che non hanno dubbi. C’è un tempo sospeso, potenziale e spesso esplorato dai ricordi perché la vita ha deviato dal suo percorso, che sempre riaprirà varchi spazio-temporali, riesaminerà ipotesi esistenziali o semplicemente ripercorrerà pagine private che dolcemente e tristemente ritornano alla memoria. Anche nel presente insonne c’è una stazione dove qualcuno “ripete senza sosta / le stesse parole ferrate d’addio”: solo la sensibilità del poeta (intento per sua natura “ad ascoltare nel buio / mormorii e richiami”) può afferrarle al volo e ricollocarle in un angolo remoto del proprio lontano vissuto. Ma certe cose si sentono a tratti, in momenti di grazia: a volte è lo stesso poeta a sottovalutarne la portata, le potenzialità e molte sono le cose che scivolano via; tra queste le voci dell'”altro che non eri / o che sei stato”, gli io inespressi, le persone care estinte che oggi – come direbbe Massimo Recalcati – sono “luce di stelle morte” ma pur sempre, in altro modo, luce. È un ciclo che riguarda tutti: ci consola il fatto che “saremo / sedimenti di nuove colonie”; sulle nostre parole apparentemente ignorate forse si sta già formando la nuova coscienza di un’umanità che non vedremo.

Carla Malerba vuole rappresentare, a se stessa in primis, il raggiungimento di una dimensione di pace che non significa rassegnato immobilismo: c’è invece un sobrio equilibrio tra elementi naturali, eventi personali, ricordi, stati di grazia conquistati con lo strumento mai scontato della semplicità osservatrice (“Semplice è sinonimo di chiaro”), percezioni a volte addirittura impalpabili, sovrapposizioni casuali e felici (“note di fado / nello sciabordio della marea”): è il poeta che registra, immortala, ma con leggerezza, senza l’ossessione del definitivo, del lapidario. In questa raccolta, forse più che in altre, Malerba ha voluto toccare e finalmente fissare l’essenza dell’esistere, le cose che contano, l’importanza del tempo, quello vero – l’altro – eterno, non misurabile dagli scarsi strumenti umani; ha preso coscienza “dell’indifferenza / verso passate stagioni”, delle voci ormai spente e che mai più torneranno, perché “di tutte le assenze / sconfinato il desiderio / di sorrisi e mani amate”. Ma non si tratta di un nostalgico arrendersi al tempo che passa perché “depongo con cura ciò che resta / delle trascorse stagioni. / Qui è vivo il presente…”. Un presente operoso e dinamico, ma con un occhio saggiamente rivolto sempre agli insegnamenti provenienti dal proprio vissuto.

A questo punto dovrebbe essere abbastanza chiaro che la raccolta di Carla Malerba ha un co-autore ed è il Tempo: solo grazie a questa dimensione così sfuggevole e indefinibile, ma che di fatto ci insegue e fa sentire tutto il proprio peso sul nostro agire, possiamo valutare in profondità gli accadimenti, i sentimenti provati, le persone e i personaggi incontrati, le emozioni avvertite, i vuoti e i pieni sopravvalutati o sottovalutati… È grazie al tempo che a distanza riusciamo a definire, a dare un nome alle cose, all’indicibile per fortuna sempre presente in questo viaggio chiamato vita.

Michele Nigro

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Terremoto sotto pelle

Quattordici anni dal terremoto del maggio 2012

Monumento ai cadenti

Ritorni solo dal desinare di domenica
nel sole accecante tra case allineate,
è curioso quel che ricorda all’imbrunire
l’amico prezioso riemerso dall’infanzia
le smorfie irriverenti al severo adulto
lontani gesti rimossi egli rammenta
alla memoria allentata dagli anni.

Vi ritrovo invecchiati e stanchi
feriti, colpiti, caduti ma in piedi a crederci
nel caldo vento di un maggio ancora senza rose
compagni pesanti di vita e morte,
l’usura è la stessa mia di sciagurati respiri
e delle cicliche stagioni su passaggi terreni,

eppure sempre fluttueranno come ieri
gatti liberi e raminghi sulle tettoie del silenzio
parole e versi per foglie sonanti
all’alito di insperati tramonti.

Sarà dolce andarsene a scadenza tra risa di luppolo,
decadente e umano è il farsi appoggio l’un dell’altro
la ruggine paziente dei cancelli
la sua lenta azione sulla presenza dell’uomo
accolta dai tempi con fede insistente.

(Immagine: Igor Shulman, Progetto Gravity. #16., Pittura, Olio su tela – 2021)

 

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Un tuffo nel passato: l’8 maggio era la vera Festa della Mamma, tra ricordi, profumi. Scopri l’articolo su Perfettamente Chic 🌸
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🌸 Quando l’8 maggio profumava di Festa della Mamma

Un ricordo tenero, un po’ vintage, ma ancora capace di scaldare il cuore

Perfettamente Chic

Torneranno le rondini.

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“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

versione pdf: “Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

La raccolta intitolata “Terzine all’alba” sembrerebbe il diario di viaggio di un “alieno” atterrato o caduto, a seconda del punto di vista, in una “città forestiera”: come può la poesia trasformare il senso di estraneità in opportunità?

Sì, dici bene Michele: è il diario di viaggio di un alieno, che abita una città forestiera. Non ho mai avuto il senso di radicamento urbano, forse per i troppi spostamenti in varie città che ho dovuto fare con la mia famiglia. Pensa che quando vado a Matera, la città dove sono nato, mi sento estraneo, come un forestiero che giunge a visitare la città. Ora tu suggerisci che si può trasformare il senso di estraneità in opportunità attraverso la poesia o la letteratura? A questa domanda non so rispondere: penso che sia possibile, ma io non ci riesco adesso, può darsi nel futuro riuscirò a realizzarlo. E la tua domanda mi fa pensare a Pavese: anche lui abbandonò il suo paese, ma penso che abbia trovato un senso di radicamento e superamento dell’estraneità attraverso la scrittura. Nel romanzo  “La luna e i falò”, così scrive: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ricorrono spesso parole come “solitudine”, “solitario”, non per forza da considerare nella loro accezione negativa: la solitudine, oltre che una condizione necessaria per pensare e scrivere, è anche una forma di difesa da un ambiente che spesso non corrisponde alla nostra natura? Che cos’è per te la solitudine?

La solitudine non deve essere intesa come uno stato negativo dell’anima, ma come uno stato di difesa della nostra interiorità assediata dagli avvenimenti esterni, non sempre piacevoli, che possono portarci ad uno stato di alienazione interiore e farci perdere il nostro equilibrio. In questo senso è una difesa necessaria di noi stessi dagli altri. Ricordo a questo punto la frase di Sartre: “L’inferno sono gli altri”. E poi per me la solitudine è il rifugio dove ritrovo me stesso, i tanti libri da leggere, gli scritti e i progetti da completare, da portare avanti. No, non mi sento solo.

In alcune terzine si scorge una velata critica a un certo tipo di umanità e al sistema sociale creato intorno a questa per assecondarla più che per contrastarla: che tipo di evoluzione intravedi nel futuro?

Ma che vuoi che ti dica! Nelle terzine ho accennato ad un certo malessere sociale che oggi emerge e non mi sono voluto soffermare molto. Intorno a noi è stata costruita una gabbia mediatica in cui ci hanno rinchiusi: c’è chi ne ha coscienza e cerca di lottare e chi è rinchiuso nella gabbia e pensa di essere libero. L’evoluzione futura la vedo come una presa di coscienza collettiva, che deve passare attraverso la nostra anima, o individualità, che dovrebbe portarci alla liberazione. Ma questo che dico è un discorso utopico.

I ricordi bussano alla porta del presente: in che modo farli entrare nella maniera più saggia ed equilibrata possibile?

Mi piace questa tua domanda… In che modo fare entrare i ricordi dentro di noi in maniera più saggia ed equilibrata? Devo dirti che ho iniziato alla mia età avanzata a raccogliere i ricordi, attraverso una riflessione a posteriori su di essi. Sto scrivendo un diario dal titolo “Vita postuma”: in esso descrivo i fatti salienti della mia vita, insieme al mio percorso intellettuale e a tutto ciò che ho realizzato fino ad oggi. Ero scettico quando ho iniziato a scriverlo, poi mi sono reso conto che è una formidabile opportunità per centrarsi, per ritrovare se stessi attraverso l’avventura della vita che abbiamo vissuto. Il mondo attuale non mi piace, preferisco il ricordo.

In un verso affermi di sentirti prigioniero di te stesso: come può avvenire la “liberazione”?

Sì, da giovane, spinto dalle filosofie orientali ed essenzialmente dal buddismo, inseguivo il mito della liberazione e forse questa terzina nella mia raccolta è un retaggio del passato. Oggi parlare di liberazione a 74 anni è utopico: è troppo tardi per me, ammesso che qualcuno seguendo i percorsi orientali si sia liberato, ne sono lieto per lui.

In un mondo che legge poco e non ha tempo per soffermarsi a riflettere sulle pagine di un libro, che senso ha continuare a scrivere e pubblicare, e soprattutto consideri la lettura come una forma di resistenza attiva o è solo un rifugio personale per superare il vuoto circostante?

Molti intendono la lettura come evasione e rifugio. Io penso che bisogna leggere i libri che ci scuotono, che ci indicano una strada anche difficile da attuare. Ricordo ad esempio il “Belzebù” di Gurdjieff, difficile da assimilare. Per quando riguarda lo scrivere e il pubblicare, sappiamo fare qualche altra cosa? Mi leggono e mi recensiscono in pochi, il che mi fa piacere: la massa pensa ad altre cose.

Le terzine sembrano fatte apposta per cogliere l’attimo, sembrano adatte a fissare in poche parole il “caos calmo” che esiste dietro l’apparente quiete delle nostre esistenze: ci sarebbe tanto da dire e da descrivere eppure hai scelto la sottrazione più che la moltiplicazione delle parole. Qual è lo scopo di questo minimalismo poetico?

Mi piace l’espressione “caos calmo”. La nostra quiete è soltanto apparente e tu lo sai bene. Non ho mai scritto poesie lunghe, ho sempre preferito la brevità dell’espressione poetica; ho scritto anche degli aforismi, o pensieri brevi sulla poesia, che dovrei riprendere ed inquadrare meglio; poi sono passato agli haiku ed infine a queste terzine. È il mio stile.

È nel silenzio dell’alba che risiede la verità o nella malinconia di un tramonto?

Penso più nella malinconia del tramonto, quando la giornata si conclude e ci aggrappiamo ancora di più alle nostre illusioni.

***

Prefazione a “Terzine all’alba”

a cura di Michele Nigro

Le terzine di Francesco Innella che state per leggere rappresentano sprazzi di vita vissuta sulla pelle dell’Autore oppure osservata, registrata e sintetizzata in una brevità che non deve ingannare il lettore. Dietro il ritmo cadenzato della terzina che trasmette un senso di ordine e sobrietà si nasconde il magma ustionante e silenzioso dell’esistenza umana che è fatta di solitudine subita o desiderata, di nostalgie ancestrali, di ricordi stagionali, di impermanenza e dell’idea di una morte che ci accompagna, di pochezza morale, di estraneità alle masse che ci sfiorano senza una conoscenza approfondita, di muta sofferenza interiore e di fugaci turbamenti, di dilagante apparenza e vacuità, ma anche, per fortuna, di tanta bellezza umile e nascosta, irrilevante agli occhi distratti di una certa società che cerca incessantemente rumore e colori.

Innella, senza alcun clamore o manifesto programmatico, prende con naturalezza le distanze da questo inconsistente giro umano, ma la libertà guadagnata ha un prezzo che è quello pagato dall’osservatore muto in un ambiente slegato dalla fonte della sapienza, dalla verità sul reale destino dell’uomo. Per darsi una voce nel mondo moribondo al Poeta Osservatore non restano che i propri versi custoditi nel silenzio e che hanno il potere di fissare attimi, di ricordare il passato, di salvare il salvabile dai “deserti urbani” e dallo smarrimento, di lasciare traccia lì dove tutto è fluido e incoerente, di sottrarre l’essere umano dalla propria prigionia e dall’inganno di questa condizione terrena e caduca chiamata Vita.

Michele Nigro

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💚🤍❤️ 25 Aprile💚🤍❤️

Il 25 aprile torna, puntuale e potente, come una di quelle date che non sono solo sul calendario, ma nel cuore collettivo di un Paese.

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Nel 2026 questa giornata si arricchisce di nuovi significati, eventi e riflessioni da non perdere.

Un anniversario importante: 81 anni di libertà

Il 2026 segna l’81° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, avvenuta il 25 aprile 1945, una svolta decisiva che ha aperto la strada alla nascita della Repubblica e della democrazia.

Una data che non smette di parlare, soprattutto oggi, in un mondo che continua a interrogarsi su libertà, diritti e pace.

✨ Novità e celebrazioni 2026

Il 25 aprile 2026 cade di sabato, offrendo l’occasione per un weekend all’insegna della memoria e della partecipazione.

Ma non è tutto: quest’anno le celebrazioni si ampliano e si rinnovano in tutta Italia.

  • Roma ospita la grande Festa della Resistenza dal 23 al 26 aprile, con oltre 100 eventi tra cultura, musica, teatro e incontri, per un racconto contemporaneo della memoria
  • Milano e altre città vedono cortei e manifestazioni civili, simbolo di una partecipazione ancora viva e sentita
  • Verona, Bologna e tante altre città propongono festival, concerti, mostre e fiaccolate che trasformano la ricorrenza in un’esperienza condivisa

Una novità interessante? Sempre più eventi uniscono memoria storica e linguaggi contemporanei: cinema, musica, arte urbana e incontri con i giovani.

🏛️ Cultura aperta e accessibile

Come ormai da tradizione consolidata, il 25 aprile 2026 vede musei e luoghi della cultura aperti gratuitamente o con iniziative speciali, invitando tutti a vivere la storia in prima persona .

Un modo elegante e “Perfettamente Chic” di celebrare: tra bellezza, consapevolezza e cultura.

💬 Il significato oggi: più attuale che mai

Accanto al ricordo della Liberazione, nel 2026 si sottolinea anche il legame con la nascita della Repubblica, il diritto di voto (anche per le donne) e i valori costituzionali .

Il 25 aprile non è solo passato: è un invito a custodire ogni giorno la libertà conquistata.

🌿 Un ponte tra memoria e futuro

Rispetto all’articolo dello scorso anno, il 2026 porta una visione ancora più ampia: non solo commemorazione, ma partecipazione attiva, inclusiva e culturale, capace di parlare anche alle nuove generazioni.

E forse è proprio questo il messaggio più bello: “la libertà non è mai un capitolo chiuso, ma una storia da continuare a scrivere.

Il 25 aprile è il battito libero di un’Italia che ricorda, celebra e guarda avanti.

Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI #1945 #25aprile #abitoitaliano #Anniversario #antifascismo #Aprile #bellaciao #bellezza #Celebrazione #celebrazioni #civiltà #commemorazione #Coraggio #cultura #democrazia #Emozioni #eroi #festa #festadellaliberazione #fierezza #fioreditalia #giornodellibertà #Impegno #italia #italianstyle #Libertà #Memoria #onore #Orgoglio #OrgoglioItaliano #partigiani #Patria #Primavera #primaveraitaliana #raccontiditalia #resistenza #resistenzaitaliana #respiroditalia #Ricordi #ricorrenza #simboli #storia #storiaitaliana #storieitaliane #Tempo #Tradizione #tricolore #tricoloreitaliano #Unità #valori

24 aprile … ricordiamo …

2024: Margaret Lee, talvolta accreditata come Margareth Lee, pseudonimo di Margaret Gwendolyn Box, attrice e showgirl britannica che fu attiva nel cinema italiano prevalentemente negli anni sessanta e settanta. Margaret Lee recitò in film comici, storici e di avventura, ma anche in b-movie e in alcune commedie all’italiana. Esordì nel cinema in Maciste contro i mostri (1962). Ebbe due figli: Damian Anderson e Roberto Malerba (quest’ultimo nato dal suo matrimonio con il coreografo Gino Malerba), entrambi impegnati come produttori in campo cinematografico. (n. 1943)

2021: Yves Rénier, è stato un attore, regista, sceneggiatore e doppiatore francese. Era il figlio del drammaturgo Max Régnier. (n. 1942)

2021: Alber Elbaz, è stato uno stilista e imprenditore marocchino naturalizzato israeliano, direttore creativo di Lanvin a Parigi dal 2001 al 2015.  Unì le forze con Richemont fondando la propria linea, AZfashion che fu lanciata nel 2021. Dal 1993 ebbe per compagno di vita Alex Koo. (n. 1961)

2019: Jean-Pierre Marielle, attore francese. Sposò, in quarte nozze, l’attrice Agathe Natanson. (n. 1932)

2016: Billy Paul, nato Paul Williams, cantante soul statunitense conosciuto soprattutto per il suo successo del 1972 Me and Mrs. Jones, coverizzata anche da Michael Bublé. (n.1934)

2011: Marie-France Pisier, attrice regista e sceneggiatrice francese. (n. 1944)

2004: Estée Lauder, nata Josephine Esther Mentzer, imprenditrice statunitense di cosmetici Estée Lauder Companies. (n. 1908)

1989: Clyde Geronimi, nato Clito Enrico Geronimi, animatore, fumettista e regista italiano di numerosi film Disney. (n. 1901)

1986: Wallis Simpson nata Bessie Wallis Warfield, duchessa di Windsor, è stata la moglie di Edoardo VIII del Regno Unito, Duca di Windsor dopo la sua abdicazione al trono del Regno Unito.  (n. 1896)

1979: John Carroll, pseudonimo di Julian LaFaye, attore statunitense.  Carroll fu sposato con Steffi Duna e con Jane Starr. (n. 1906)

1974: Bud Abbott, pseudonimo di William Alexander Abbott, comico e produttore cinematografico statunitense. Esordire come attore insieme a Lou Costello, formando il duo comico Gianni e Pinotto. (n. 1895)

1967: Frank Overton, Francis Emmons Overton, attore statunitense. È stato sposato dal 1952 fino alla morte con la ballerina Phyllis Hill. (n. 1918)

1962: Romolo Balzani, cantautore e attore italiano. (n. 1892)

1961: Lee Moran, attore, regista e sceneggiatore statunitense del cinema muto. Lavorò in coppia con l’attore Eddie Lyons, con il quale scrisse, diresse e interpretò numerosi film.  (n. 1888)

1671: Francois Vatel, pseudonimo di Fritz Karl Watel, cuoco e pasticcere francese assegnato, sotto la corte di Luigi II di Borbone-Condé, al castello di Chantilly in onore del quale rinominerà la crema da lui ideata. (n. 1631)

Autore: Lynda Di Natale Fonte: wikipedia.org, web Immagini: AI #AlberElbaz #AliceNelPaeseDelleMeraviglie #animatore #BessieWallisWarfield #BillyPaul #BudAbbott #CastelloDiChantilly #Cenerentola #Chantilly #ClitoEnricoGeronimi #ClydeGeronimi #Disney #duchessaDiWindsor #EstéeLauder #FrancisEmmonsOverton #FrancoisVatel #FrankOverton #FritzKarlWatel #JeanPierreMarielle #JohnCarroll #JosephineEstherMentzer #JulianLaFaye #LaBellaAddormentataNelBosco #LaCaricaDei101 #LeeMoran #LillyEIlVagabondo #MargaretGwendolynBox #MargaretLee #MargarethLee #MariaIlvaBiolcati #MarieFrancePisier #MeAndMrsJones #PersonaggiImportanti #Ricordare #Ricordi #Ricordiamo #RomoloBalzani #WallisSimpson #WilliamAlexanderAbbott #YvesRénier

📚 Letture di marzo 2026

Numero libri letti: 6
Totale pagine: 1128
Totale dall’inizio dell’anno: 14 | 2843

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