Philip Dick e il gioco del labirinto mortale

img generata da IA – dominio pubblico

di P. Nicolosi (Rattus)

Chiunque conosca qualcosa della vita di Philip K. Dick, autore di straordinarie opere di fantascienza che spesso sono state motivo di ispirazione per capolavori cinematografici di successo come il celebre Blade Runner, ricorderà senz’altro come egli sia vissuto quasi esclusivamente dei proventi del suo lavoro di scrittore. Piazzare i suoi romanzi presso gli editori era per lui un impegno quotidiano, nel quale era coadiuvato dal suo agente letterario, Scott Meredith. Contrariamente a quel che succede oggi, nel mondo dell’editoria americana degli anni Sessanta accadeva con una certa frequenza che un editore scegliesse di pubblicare un romanzo sulla base di una bozza proposta dall’autore. E, incredibile a dirsi, in molti casi, ricevere l’approvazione di una bozza da parte di un editore significava, per lo scrittore, incassare anche un consistente anticipo in denaro. Non sorprende quindi che Dick, sempre alle prese con spinose difficoltà economiche, elaborasse bozze di romanzi in modo piuttosto frenetico. La “outline” (bozza) di cui ci occuperemo descrive un romanzo mai scritto che si sarebbe dovuto chiamare Il nome del gioco è mortei.

La sua trama costituisce, almeno sotto alcuni profili, una metafora del conflitto che a breve potrebbe caratterizzare le nostre società. Il romanzo, avrebbe dovuto narrare la contrapposizione tra due filosofie dell’uomo, della “natura umana”, che conducono un’oscura e feroce battaglia. La prima è quella che vede l’uomo come un individuo isolato, proteso in una permanente lotta contro i suoi simili per affermarsi e prevalere, l’altra è quella che vede il genere umano come una sorta di unico organismo “poliencefalico” la cui caratteristica principale consiste nel condividere esperienze e conoscenze. Chi ama ostentare saggezza se la caverà affermando che, in questi termini, sembra soltanto una versione aggiornata dell’ormai frusta diatriba tra individualismo e collettivismo. La mia opinione è che la posizione di Dick non dovrebbe essere letta in termini così manichei. Certamente una distinzione netta tra forze del bene del male può giovare all’efficacia della narrazione. Ma, come avremo modo di vedere, Dick aveva invece una chiara intuizione del prendere consistenza, proprio in quegli anni, di teorie sulla natura umana in gran parte nuove, che avevano come obiettivo principale il raggiungimento di una tetra ed efficiente gestione scientifica delle relazioni sociali, politiche, economiche e militari. La questione non era schierarsi con un modello o l’altro di società, ma mettere in evidenza le caratteristiche del processo in corso. Nella bozza del romanzo mancato, l’autore tratteggiava dunque due civiltà, separate da un secolo di storia, la prima comunitaria e socievole, la seconda fondata su un individualismo radicale. Il mondo socievole è quello del 2017, quello individualista è collocato nel 2118. Vedremo in seguito come questi due mondi, nel romanzo, sarebbero dovuti entrare in contatto. Per ora è più interessante soffermarsi sulla descrizione che l’autore fornisce di ciascuna delle due organizzazioni sociali. La società comunitaria del 2017 viene descritta nella bozza del romanzo in questo modo:

«Lo stato naturale di questa gente è un’esistenza poliencefalica: una fusione di cervelli attraverso complessi congegni elettronici che tutti possiedono e utilizzano in continuazione».

Questa fusione poliencefalica realizzata attraverso congegni elettronici ricorda da vicino le suggestioni che la lettura cyberpunk ha prodotto a partire dalla fine degli anni Ottanta, nella fase di espansione dell’informatica di massa. Basti pensare alla connessione cerebrale tra Case e Molly nel celebre romanzo Neuromante di William Gibson. Considerando che Dick scriveva quella bozza nel 1967, si può affermare che la sua capacità prefigurativa trovi anche in questa occasione una portentosa conferma: la prospettiva di una condivisione dell’intelligenza attraverso le reti di computer è divenuta un fenomeno culturale di massa a metà degli Novanta. Né possiamo trascurare la profetica allusione a quella che oggi viene definita etica hacker: “Nel 2017 fino a cinquanta persone possono sintonizzarsi contemporaneamente e dividere idee e conoscenze”. Come sappiamo “Condividere idee e conoscenze” è stata, almeno fino ai primi anni del nuovo millennio, la parola d’ordine di molti gruppi di operatori telematici, dai mediattivisti alle comunità open source e free software.

Nella società del 2118, invece, la gente scrivev Dick: “non può scambiarsi le immagini della realtà individuale, perciò si tratta di una società non sociale”. Anche questa è un’osservazione importante: perché una comunità possa dirsi sociale, sostiene Dick, le persone devono scambiarsi immagini interiori. Cosa impossibile nella società del 2118, in cui: “Non si ha notizia di sforzi congiunti, ma solo della ricerca della perfezione individuale”. Il motto del 2118, secondo Dick, avrebbe potuto essere “ogni uomo è un’isola”. Ma gli umani del 2118 hanno nostalgia della società del 2017 che:

«E’ considerata come un’età dell’oro dai cittadini della società posteriore (quella del 2118) poiché è stato l’ultimo periodo della storia dell’uomo in cui fosse possibile assorbire tutte le informazioni ed avere un concetto unitario del mondo».

Incidentalmente, si può rilevare come da noi la nostalgia di un’epoca precedente costituisca il tratto distintivo di molti intellettuali cinquantenni della generazione che ha partecipato alle lotte degli anni Settanta, come testimoniano libri e film recenti, fortemente segnati da questa vena melanconica. Si direbbe che gli anni Settanta, pur nelle loro terribili contraddizioni, abbiano lasciato una traccia profonda, che i più giovani fanno fatica a spiegarsi. Nella bozza di romanzo scritta da Philip Dick la nostalgia della società del 2017 viene delineata nitidamente dall’autore in poche battute:

«Gli uomini del 2118 non amano questa visuale chiusa, da monade, ed ammirano la collettività, la teoria empatica del 2017. Ma da soli non sono capaci di né crederci né di raggiungerla. “L’empatia è morta” potrebbe essere un altro loro motto».

Affermazioni che, di nuovo, suonano vagamente profetiche: il male oscuro di cui soffre la nostra epoca viene sempre più spesso indicato dagli esperti come una forma di isolamento sociale che scatena nevrosi e depressioni. L’agenzia per la protezione ambientale ha recentemente diramato in Inghilterra la notizia del rilevamento di tracce di Prozac (un famoso antidepressivo) nell’acqua potabile. La spiegazione di questo fenomeno non segue gli schemi francamente un po’ paranoici della fantapolitica di genere. Non si è trattato di una losca manovra orchestrata da un governo criminale per elevare l’umore e la produttività della popolazione. La verità è che nel 2004 in Inghilterra sono state effettuate ventiquattro milioni (24.000.000) prescrizioni di questo psicofarmaco. Dalle fogne ai fiumi, l’antidepressivo è finito nell’acqua potabile, sia pure in percentuale minimaii.  Lo scenario del 2118 sembra sul punto di avverarsi:

«Nel 2118 ciascuno vive da solo in un cubicolo separato. Il sesso è cosa che si risolve nello spazio di una notte, e comunque costituisce una parte poco significativa della loro vita. (…) Miliardi di vite separate, miliardi di punti di vista che non possono essere comunicati; non c’è da stupirsi che rimpiangano l’età dell’oro del 2017».

Visto che Dick non ha poi molto a che fare con Nostradamus, dobbiamo chiederci su quali elementi lo scrittore fondava le sue inquietanti intuizioni. Un fatto sembra del tutto evidente: sebbene Dick non fosse uno scienziato, era tuttavia un attento osservatore della ricerca scientifica e in particolare della psicologica sperimentale statunitense. Un settore, quest’ultimo, in cui gli studi della cibernetica si erano intrecciati con il comportamentismo per arrivare, proprio negli anni Sessanta, alle prime chiare definizioni di intelligenza artificiale e di psicologia cognitiva. Dick, per molti versi, è stato uno scomodo testimone dei tortuosi percorsi di questi indirizzi sperimentali. Valga come esempio il suo racconto intitolato Oh, essere un Blobel !iii in cui lo psichiatra che ha in cura il protagonista è un robot, proprio come nell’esperimento che qualche anno prima lo psicologo Weizembaum aveva realizzato nel suo laboratorio con il celebre programma “Eliza”. Eliza era una simulazione linguistica computerizzata di uno psichiatra, che i soggetti dell’esperimento scambiavano regolarmente per un professionista in carne e ossa. Oggi, i discendenti di Eliza hanno fatto il loro ingresso nelle affollate chatline di Internet (i cosiddetti botchatter) come può constatare facilmente qualsiasi navigatore. La sensibilità distopica di Dick era sicuramente meno paranoica di quanto si potesse pensare negli anni Settanta.

Dick, peraltro, aveva un’acuta intuizione dei pericoli legati alle ambizioni politico-sociali dei profeti di queste discipline, nate originariamente nei laboratori di psicologia del comportamento animale. Quando realizzerà il romanzo Labirinto di morte, che riprende alcuni temi della bozza di cui ci stiamo occupando, la sua inquietudine verso questi filoni di ricerca troverà espressione in passi come quello di seguito:

«Come se tutto questo, e anche noi e anche la colonia, fossimo rinchiusi sotto una cupola geodetica. E sopra di noi gli uomini del laboratorio di Treaton, come scienziati pazzi da pulp fiction, ci scrutassero mentre percorriamo la nostra insignificante strada, come minuscoli insettiiv».

A ben guardare l’angoscia dello scrittore anche in questo caso non era poi così gratuita. Lo studioso comportamentista Burrhus F. Skinner, all’epoca molto attivo, aveva pubblicato pochi anni prima un romanzo divulgativo intitolato Walden Two in cui veniva prospettata una società completamente controllata da un ristretto gruppo di scienziati esperti di comportamento e controllo socialev. Non dev’essere un caso se nella società delle monadi solitarie del 2118 descritta nella bozza, il potere politico si trova nelle mani di un gruppo di psicologi. Saranno loro ad organizzare un piano per screditare l’immagine idilliaca che la popolazione aveva della società comunitarista del secolo precedente.

Gli psicologi preparano infatti un esperimento mirato a verificare, scrive Dick: “in che modo gli individui abituati all’interazione comunitaria reagiranno ad una situazione in cui cooperare è impossibile”.

Per realizzare questo obiettivo gli psicologi del 2118, servendosi dell’immancabile “macchina del tempo” rapiscono dieci persone della società del 2017. Uno degli aspetti singolari della bozza è quello che il gruppo dei sequestrati è composto da persone “devianti” che, in barba ai divieti previsti delle leggi del 2017, usano i sistemi di fusione poliencefalica per praticare sesso di gruppo: “Nel 2017 il sesso di gruppo è legale e comune, ma non quando le sensazioni, gli stimoli erotici vengono intensificati elettronicamente”. Il gruppo viene sequestrato anche per questa sua caratteristica peculiare, quella di voler spingere all’estremo l’empatia, fino alla condivisione delle fantasie sessuali. Sono, per così dire, degli “empatisti radicali”, degli amanti della condivisione delle emozioni abituati a spingersi oltre le regole della pur libertina società del 2017.

Dobbiamo immaginare l’esperimento degli psicologi del 2118 come una sorta di experimentum crucis di natura socio-antropologica. A quel che pare, Dick immaginava la società del 2118 come una società governata da scienziati sociali, la cui stabilità era garantita dalla fiducia che i cittadini riponevano nella correttezza delle teorie degli psicologi al potere. La teoria dominante era quella dell’isolamento individuale e il fatto che la popolazione avesse “nostalgia” della società comunitarista del secolo precedente diveniva per gli psicologi una potenziale minaccia politica. Di qui l’esperimento che, nelle loro intenzioni, sarebbe servito a dimostrare alla popolazione come la teoria individualista fosse quella corretta e come dunque la società del 2118 rispondesse assai meglio di quella precedente agli imperativi della “natura umana”. Lavorando di fantasia, possiamo immaginare che l’esperimento dovesse essere calato in una sorta di “reality show” globale in cui i protagonisti sarebbero stati “osservati” nel loro comportamento dalla popolazione dell’intero pianeta. La differenza principale rispetto al reality è che, invece di trovarsi in qualche isola amena, i protagonisti del gioco sarannno costretti a sopravvivere all’interno di una sorta di complicato videogame.

Prima di entrare nello specifico di questo singolare “test” occorre notare come Philip Dick dovesse essere anche un buon conoscitore di quel filone di studi al confine tra psicologia ed economia che, prendendo le mosse dalla “teoria dei giochi”, è arrivato fino ai nostri giorni: dal celebre “dilemma del prigioniero” a “tit for tat” gli economisti che si occupano di psicologia hanno prodotto negli ultimi cinquant’anni una mole sterminata di esperimenti il cui obiettivo, nella maggior parte dei casi, è quello di dimostrare come l’interesse individuale tenda a prevalere rispetto alle spinte alla cooperazione. Nella dottrina economica che domina questo tipo di ricerche, altruismo ed empatia sono considerati per lo più dei fattori di disturbo, un po’ come l’attrito nella fisica meccanica, “rumori” che ostacolano la visione scintillante della razionalità cinica del consumatore ideale. Argomenti che dovevano irritare non poco lo scrittore visionario che faceva dire a un personaggio di un suo racconto:

«La misura di un uomo non è la sua intelligenza. La misura di un uomo è questa: con quanta rapidità sa reagire ai bisogni di un’altra persona? E quanto di sé stesso sa dare? Quando diamo, quando diamo veramente, niente torna indietro»vi.

L’esperimento immaginato da Dick nella bozza è forse meno curato di quelli progettati dagli esperti di psicologia dei comportamenti economici, ma sul fatto che sia ispirato a quei modelli non c’è da dubitare. I dieci personaggi vengono scaraventati in un labirinto composto da diverse caselle. Una sorta di scacchiera, in cui ciascuna casella ha la capacità di influenzare il carattere e il temperamento di chi la abita. Le caselle sono in realtà mondi alternativi, dominati da diversi stati d’animo. I personaggi passano da un mondo all’altro orizzontalmente, in un modo simile a quello in cui giocatori di videogame passano (verticalmente) da un livello all’altro del gioco. L’obiettivo del gioco è raggiungere la casella contrassegnata dal simbolo del fungo “morchella deliziosa” che permetterà di raggiungere uno stato di beatidudine e di tornare nel proprio mondo.

L’esperimento si regge sulla certezza degli psicologi che il gruppo perderà la sua coesione quando alcuni dei suoi componenti entreranno in possesso di informazioni che gli altri non possiedono.

Ciascuno dei giocatori ha infatti la possibilità di carpire alcune “regole” del gioco. E qui subentra il ruolo tutt’altro che innocente o neutrale degli psicologi sperimentatori, che forniscono informazioni false circa queste regole. La regola secondo cui solo tre persone sopravviveranno al gioco, una volta inserita nel labirinto, scatenerà una lotta furibonda all’interno del gruppo. Dick a questo punto chiarisce chi ha inserito la regola:

«Dal momento che gli psicologi del futuro stanno tentando di determinare se la mente comunitaria empatica e poliencefalica del periodo precedente può essere frantumata da una situazione come quella della scacchiera, allora se ne deduce che sono stati proprio loro a fare trapelare la notizia che “solo tre vinceranno” (cioè sopravviveranno), proprio per spezzare questa unione».

Inevitabilmente nel gruppo inizieranno a verificarsi degli omicidi. Dick non ci racconta come finirà la storia ma nelle pagine conclusive della bozza scrive che:

«il protagonista potrebbe scoprire alla fine che le regole sono un falso voluto e che in realtà fanno parte del gioco (vale a dire che il labirinto è un esperimento e che non è vero che soltanto a tre personaggi sarà concesso vivere)».

E ci lascia una pallida speranza: «La scoperta da parte del protagonista che le regole costituiscono parte integrante dell’esperimento è il momento cruciale del romanzo: se egli riesce a convincere gli altri a rimanere vivi, nessun altro dovrà morire». E’ evidente che se l’eroe riuscirà in questa impresa l’esito dell’esperimento sarà a favore del gruppo poliencefalico del 2017. I chierici della società individualista dovranno allora fare i conti con rivolte e insurrezioni popolari.

Purtroppo, scrive Dick: «coloro che si trovano sulle caselle maligne sono troppo incattiviti (e paranoici) per tornare indietro; l’informazione è pervenuta troppo in ritardo».

Tralasciando tutte le altre considerazioni, il romanzo mai scritto ha un nucleo teorico di straordinaria attualità. Esso si concentra infatti sulla “disimmetria informativa”. La lotta interna che dilania il gruppo dipende essenzialmente dall’uso strategico di informazioni false orchestrato dagli psicologi al potere.

Chi conosce il “dilemma del prigioniero” sa che si tratta di una sorta di esperimento mentale in cui un giudice informa “separatamente” due prigionieri indiziati di un reato della possibilità di avere uno sconto di pena. Se uno accusa l’altro e non avviene il contrario, l’accusatore andrà libero e l’altro avrà trent’anni. Se entrambi si accusano avranno ambedue quindici anni. Se, infine, entrambi tacciono, usciranno tutti e due nel giro di due anni. Gli indiziati vengono detenuti in celle separate, e quindi non c’è possibilità che comunichino tra loro. In queste condizioni, molto probabilmente finiranno per accusarsi l’uno con l’altro. Tuttavia, occorre notare, la mancanza di cooperazione è dovuta ad almeno due fattori concomitanti:

1) La condizione in cui versano è del tutto ricattatoria, i detenuti sono completamente alla mercé dei desideri del giudice.

2) Tutto si regge sull’impedimento che hanno i due di comunicare reciprocamente.

La pretesa “naturalità” di questi esperimenti è del tutto campata in aria. Il loro potere esplicativo rimane circoscritto all’interno di precisi vincoli sperimentali. Al di fuori dei quali il loro potere predittivo è paragonabile a quello delle arti divinatorie.  Su questi “limiti” logici del celebre rompicapo, il romanzo di Philip Dick diffonde una luce accecante: dove la verità riesce a filtrare la logica del potere neoliberale è costretta inesorabilmente a fare un passo indietro.

 

Note

i La outline è stata pubblicata all’interno della collezione in due volumi intitolata Racconti inediti pubblicata dall’editore Fanucci nel 1995. La outline è nel primo volume.

ii L’episodio venne documentato sull’Unità del 9 Agosto 2004, in un articolo di Alfio Bernabei intitolato “Londra, dai rubinetti scende acqua al Prozac”.

iii Nella stessa antologia I racconti inediti pubblicata da Fanucci nel 1995.

iv Philip K. Dick, Labirinto di Morte, Fanucci, 1994.

v Burrhus F. Skinner, Walden due: utopia per una nuova società, La nuova Italia, 1995.

vi Philip K. Dick, I nostri amici di Frolix 8, La Tribuna, 1992.

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https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/rattus-philip-dick-gioco-labirinto-mortale/

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https://www.youtube.com/watch?v=yKM4mMAxtEU

Caspiterina, De Concimi ha cacciato fuori questo esperimentino pazzo 2 settimane fa e io me l’ero perso… l’ho scoperto solo stasera per caso: 1 settimana senza lo smarfonino (o smarfonone, nel suo caso) per capire se è possibile vivere senza. Non tanto in senso di pratica universale del mondo, perché purtroppo al giorno d’oggi l’avere ed usare costantemente uno smartphone è qualcosa di praticamente forzato dall’esterno, sia dalla società che per certi versi dagli Stati, e con ogni anno che passa la possibilità di poter rimanere senza in tal misura si fa sempre più sottile, quindi non è questo il punto del video… Il suo discorso è più che altro sull’abitudine, la dipendenza, e queste minchiatine qui. 😳

È un caso spassoso che, come la sua sfida sia stata di 1 settimana, così io stasera — dopo aver trovato appunto per caso questo video, che credo abbia qualche spuntino di riflessione, e quindi mi è venuta la voglia di postare — stia scrivendo qui dopo 1 settimana intera che non tocco il fritto misto… E beh, di un caso si tratta, perché io non ho affatto mandato a fanculo il telefono, ma semplicemente sono evidentemente a corto di olio, quindi è difficile friggere. (In altre parole, l’anedonia mi distrugge, e quindi col piffero che esce qualcosa da scrivere qui, di lungo e sensato… ma, anche oggi pomeriggio ho applicato il mio fix vietato, e dunque stasera ho la voglia di fare le cose, che wow… però non divaghiamo.) 🙏

Lui avrebbe voluto fare proprio una settimana senza Internet, ma non è riuscito a giustificare il prendersi una settimana di ferie (che sarebbe la conseguenza logica di una tale scelta per lui, visto che il suo lavoro non è raccogliere i pomodori), quindi ha ripiegato sul semplicemente mettere via lo smartphone pieghevole fantastico moderno che ha, e ritornare ai tempi antichi del suo vecchio cellulare Nokia, mettendo la SIM in quello e non usando più lo smartphone per niente; se non per i codici della banca (e zio merdone, le banche e le loro app!) e per registrare pezzi di vlog. 👌

Cosa ne può mai venire allora fuori da questa cosa? Boh; per lui, che può fare a meno di avere certe app molto distraenti sul cellulare (incluse alcune che, nonostante ciò, avrebbero un giustificabile scopo lavorativo, come YouTube Studio; quindi non parliamo solo di minchiatine), decidendo quindi di levarle da lì, allocandole solo al PC e a tempi della giornata più controllati, avendo così un potenziamento dell’attenzione e sprecando dunque meno tempo durante tutti i giorni e quindi nella vita… e, per chi guarda, invece, veramente boh; nel senso, dipende. 🍇

Io, in realtà, grandi problemi con il telefonone in questo senso non sento di averne… ma non tanto perché ne ho in realtà di ben più gravi in altri sensi—ehm, volevo dire, non solo perché non è la prima volta che sento queste cose; quanto più per il fatto che innanzitutto il mio uso dello smarfonone è abbastanza diverso dalla media delle persone della mia generazione (che, le statistiche lo dicono, è comunque quella più fissata), e poi perché tante misure riparative o preventive dell’abuso dello smartphone sono per me normalità da tempo… per una semplice questione di miei gusti e tendenze, in realtà, lol. 😊

Alla fine del video, Alessandrone suggerisce alcune cose effettivamente utili, che per me infatti non sono nuove. Piattaforme social che non aggiungono praticamente nulla alla mia vita non le uso (ma in realtà, curiosamente, come ho già detto, se le iniziassi ad usare non riuscirei ad acquisire l’abitudine; mi scoccerei naturalmente e smetterei senza farci caso)… Il telefono certamente non è il mio unico robo di battaglia, e anzi, a casa non ho davvero tanto la voglia di usarlo quando posso fare qualcosa ugualmente o meglio dal PC (come scrivere)… E beh, a me le notifiche danno proprio fastidio dentro (ma questa sarà altrettanto la potenza del mio autismo), quindi le uniche che permetto al telefono di ricevere in qualsiasi momento sono chiamate ed SMS, nient’altro (mentre, sul tablet, praticamente zero). 😈

In realtà, però, devo ammettere che dei problemi di abitudini zombi li ho pure io, a riguardo… e quindi sì, assolutamente evito di tenere collegamenti rapidi a cose che apro di continuo senza motivo, altrimenti è la fine, ma mi trovo a dover ogni tanto cambiare anche la disposizione del drawer delle app o altre cose di questo tipo, perché sennò non basta… Ma, questo non è tanto un problema di dopamina, visto che mi accorgo che per me pure il fottuto Alt+Tab sul PC è compulsivo; proprio nel mentre di scrivere questo post, l’ho premuto non so quante volte… e l’unica finestra che ho portato in foreground è stata la mia cartella Download rimasta aperta da poco fa, non una app con meccanismo da slot machine. (E no, impostare la scala di grigi non mi aiuta con ciò.) 🥴

Boh, complessivamente l’esperimento è gnam, e… io non lo farei, perché ehhfrancamente, a me, lo smartphone, quando serve serve. Se voglio annotare qualcosa devo farlo, e idem se voglio cercare sul web delle robe, o se ho da scattare delle foto e persino modificarle al volo, nonché attuare rapidi momenti di sysadmin e programmazione in giro, visto che un tablet sarebbe troppo grosso e dunque non potrei portarlo ovunque… Però, allo stesso tempo, non è assolutamente la fine del mondo se in un certo momento non posso aprire Pinterest o Telegram per guardare (e pigniare…) i miei memini; basta che ho un manga da leggere, o una console per giocare, e riesco tranquillamente a non morire. (…E sì, sto implicando che se non ho la possibilità di scrivere quando voglio è improbabile io possa sopravvivere; ma insomma, se esplodessero gli smartphone domani userei il 3DS, e se esplodesse tutta l’elettronica del pianeta userei la carta.) 👍

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