Altro che Sangiovese: duemila anni fa nel Chianti si coltivava… uva bianca

Inaspettata scoperta… enologica nel Chianti. Analizzando il DNA degli antichi vinaccioli recuperati a Cetamura del Chianti (Siena), un team internazionale di ricercatori ha ricostruito una delle più complete storie genetiche della vite antica mai ottenute in un singolo sito archeologico. Con una sorpresa: l’uva coltivata era bianca. Un dato inatteso per una regione oggi conosciuta in tutto il mondo soprattutto per i suoi eccellenti e corposi vini rossi a base di Sangiovese.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Archaeological Science, dimostra infatti che le vigne coltivate tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. erano parte integrante della complessa rete agricola dell’Impero romano e che alcune delle varietà allora coltivate hanno lasciato tracce ancora riconoscibili nelle viti di oggi.

Lo scavo della Florida State University

Il ritrovamento proviene da una serie di pozzi profondi presenti nell’insediamento di Cetamura del Chianti, nel territorio del Comune di Gaiole in Chianti (provincia di Siena) e abitato prima dagli Etruschi e poi dai Romani. I resti archeologici furono originariamente scoperti nel 1964 da Alvaro Tracchi, un archeologo dilettante della vicina San Giovanni Valdarno. Dal 1973 gli scavi sistematici furono affidati alla Florida State University (FSU), che ogni anno organizza a Cetamura il campo archeologico “Archaeology in Tuscany”, sotto la direzione di Nancy de Grummond. Tutte le novità sullo scavo sono pubblicate su questo sito.

Duemila anni di storia conservati nei pozzi

Ma come si è arrivati alla scoperta? Per secoli gli abitanti di Cetamura hanno gettato nei pozzi resti vegetali, tra i quali una gran quantità di semi d’uva. L’ambiente umido e privo di ossigeno creatosi sul fondo ha garantito la conservazione eccezionale dei reperti organici, permettendo oggi di recuperarne il patrimonio genetico.

“Abbiamo sequenziato il DNA di 80 vinaccioli antichi e scoperto una straordinaria continuità. La grande maggioranza dei semi analizzati apparteneva a un’unica varietà identica, trasmessa direttamente dagli Etruschi ai Romani e mantenuta per secoli”, spiega Oya Inanli, che ha completato il lavoro nell’ambito del suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di York.

 Immagini rappresentative di semi di Cetamura  [dallo studio citato]

La vite dominante era la stessa da secoli

L’analisi genetica ha mostrato che la maggior parte dei semi apparteneva a una singola varietà coltivata ininterrottamente per centinaia di anni. Questa specie di vite sarebbe stata tramandata dagli Etruschi ai Romani per propagazione, mantenendo sostanzialmente inalterato il proprio patrimonio genetico nel corso del tempo. Ancora più sorprendente è stata la scoperta del colore dei grappoli.

Una sorpresa: nel Chianti antico dominava… l’uva bianca

Grazie all’identificazione di specifici marcatori genetici, gli studiosi hanno stabilito che la varietà dominante produceva uve bianche. La scoperta suggerisce che il paesaggio vitivinicolo del Chianti antico fosse molto diverso da quello attuale e che per secoli la produzione locale fosse incentrata su varietà oggi quasi scomparse.

L’arrivo di nuove varietà con Roma

Lo studio ha inoltre evidenziato un cambiamento significativo dopo l’integrazione dell’area nel sistema romano. Nei livelli più recenti del sito compaiono infatti nuove varietà di vite, probabilmente introdotte attraverso le reti commerciali e agricole dell’Impero. Gli archeologi ritengono che si trattasse di cultivar selezionate e diffuse intenzionalmente per migliorare e standardizzare la produzione vinicola.

L’analisi morfologica dei semi ha inoltre fornito alcuni indizi sulla possibile raccolta occasionale di uve selvatiche, segno che accanto alla viticoltura organizzata continuavano a essere sfruttate le risorse spontanee del territorio.

Gli abitanti del luogo gettavano i semi d’uva in pozzi profondi (Courtesy Florida State University).

Una rete agricola che collegava il Mediterraneo

I risultati hanno rivelato collegamenti genetici sorprendenti. La principale varietà coltivata a Cetamura mostra infatti una stretta parentela con due antichi vinaccioli già studiati nella Francia meridionale. Un’affinità che costituisce l’ennesima prova, stavolta biologica, dell’esistenza di una vasta rete agricola e commerciale che collegava le diverse province dell’Impero romano.

Viaggiando, le varietà di vite portavano con sé anche un patrimonio di conoscenze agronomiche e di tecniche di coltivazione, che venivano condivise su ampia scala.

Dalla Roma antica alla vite più vecchia del mondo

Tra i reperti analizzati emerge anche un altro vinacciolo particolarmente interessante, il cui profilo genetico appartiene a una famiglia di vitigni ancora oggi diffusa nell’Europa centrale e orientale.

La sua “parente” moderna più vicina sarebbe la (rara) varietà ungherese Baratcsuha szürke; tuttavia la scoperta stabilisce anche un legame diretto tra la vite di Cetamura del Chianti con quella, celebre, di Maribor, in Slovenia, con oltre quattro secoli di vita considerata la più antica vite produttiva del mondo.

Immagine in apertura: Wolfgang Weiser@Pexels (https://www.pexels.com/it-IT/license/)

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Oya Inanli, Laurent Bouby, Vincent Bonhomme, Nancy de Grummond, Lara González Carretero, Roberto Bacilieri, Hannes Schroeder, Jazmín Ramos-Madrigal, Nathan Wales, Grapevine cultivation at Cetamura del Chianti: multiproxy evidence for centuries of continuity from the Etruscans to the Romans
  • 📚Journal of Archaeological Science, 2026, 106605, ISSN 0305-4403,
  • https://doi.org/10.1016/j.jas.2026.106605

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: University of York ✅
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L’analisi genetica di semi d’uva conservati per duemila anni nei pozzi di Cetamura rivela che nel cuore del Chianti etrusco e romano predominava una varietà bianca, mantenuta inalterata per secoli....

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Cervelli rimossi e ossa trasformate in strumenti: il misterioso rituale funerario dell’Età del Ferro scoperto in Scozia

Le comunità britanniche dell’Età del Ferro potrebbero aver compiuto rituali funerari molto più complessi di quanto immaginato finora. A suggerirlo è una nuova ricerca condotta sui resti, eccezionalmente ben conservati, di due individui rinvenuti a Loch Borralie, nel Sutherland, nell’estremo nord-occidentale della Scozia.

Le ossa manipolate e affilate post mortem: erano state usate come strumenti o utensili prima della sepoltura? Foto: (C) University of York

La scoperta riguarda una donna adulta e un ragazzo, sepolti insieme all’interno di un piccolo tumulo in pietra. Identificare le pratiche funerarie nella Britannia dell’Età del Ferro (circa 800 a.C. – 43 d.C.) è notoriamente difficile perché i resti umani raramente si conservano. In questo caso, però, le particolari condizioni ambientali della Scozia nord-occidentale hanno favorito la conservazione delle ossa, consentendo agli scienziati di studiare, come in questo caso, reperti preistorici.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Antiquity.

Un rituale mai osservato prima

L’analisi osteologica dei resti ha portato alla luce un elemento sorprendente. Gli studiosi hanno individuato una serie di incisioni all’interno del cranio della donna compatibili con la rimozione intenzionale del cervello dopo la morte.

Rappresentazione schematica degli elementi ossei superstiti dell’individuo 1. Crediti: Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

Secondo Laura Castells Navarro, archeologa dell’Università di York e autrice dello studio, non esistono al momento confronti noti per quanto riguarda una simile pratica nella Britannia dell’Età del Ferro.

Gli esperti ritengono tuttavia che questo intervento post mortem possa inserirsi in un quadro più ampio, che comprendeva l’attenzione e la cura riservata ai defunti, attestato in altre comunità britanniche dello stesso periodo.

Ossa modellate e forse riutilizzate

Le sorprese non finiscono qui. Diverse ossa, tra cui omeri, ulne e femori, erano state deliberatamente modificate: le estremità erano state accuratamente assottigliate fino a formare punte affilate. Potrebbero essere state riutilizzate come strumenti o utensili prima della definitiva sepoltura?

Lesioni perimortem osservate nell’individuo 1: a) vista endocranica (cioè interna) del frammento della base cranica formato dalla frattura delle porzioni laterale e basilare dell’occipitale e del corpo e della piccola ala sinistra dello sfenoide dal resto del cranio (lo schema mostra la posizione del frammento all’interno del cranio); b) fratture perimortem bilaterali e quasi simmetriche alla base delle spine scapolari sinistra (immagine a sinistra) e destra (immagine a destra). Crediti: fotografie di Rebecca Ellis-Haken; Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

Una cosa è certa: gli archeologi sottolineano come i resti della donna siano stati ricomposti con grande attenzione al momento dell’inumazione, forse perché godeva di uno status particolare o era considerata un membro di spicco all’interno della comunità.

DNA e isotopi raccontano una storia di mobilità

Per ricostruire l’identità dei due individui, i ricercatori hanno utilizzato contemporaneamente diverse metodologie scientifiche: analisi osteologiche, studi isotopici e sequenziamento del DNA antico.

Prove di manipolazione post mortem sulle ossa, tra cui incisioni all’interno del cranio e affilatura di ossa lunghe in punte. Crediti: fotografie di Rebecca Ellis-Haken; Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

I risultati hanno rivelato che la donna e il giovane erano strettamente imparentati, probabilmente cugini di secondo grado per linea materna.

Le analisi isotopiche hanno inoltre mostrato che entrambi erano cresciuti circa 80 chilometri a sud-est rispetto al luogo della loro sepoltura.

Una rete di contatti lungo le coste della Scozia

L’analisi genetica ha restituito un quadro ancora più interessante. I due individui presentano collegamenti con individui originari delle Isole Orcadi e della regione di Applecross, il che fa supporre l’esistenza di una rete di contatti vasta, che attraversava ampi tratti di mare.

Secondo gli studiosi, questi dati dimostrano che le comunità costiere della Scozia preistorica erano molto più mobili e interconnesse di quanto si ritenesse fino a oggi.

Gli spostamenti via mare avrebbero favorito non solo gli scambi tra gruppi umani, ma anche la diffusione di tradizioni culturali e pratiche rituali condivise.

Un nuovo sguardo sulla morte nell’Età del Ferro

La scoperta aggiunge un tassello importante alla comprensione delle società britanniche della Preistoria. I risultati suggeriscono che i defunti continuassero a svolgere un ruolo significativo nella memoria collettiva delle comunità, mantenendo un legame simbolico con i vivi anche molto tempo dopo la loro dipartita e conseguente sepoltura.

Le strane manipolazioni riscontrate sui resti di Loch Borralie indicano infatti che il trattamento dei defunti era parte di un complesso sistema di credenze e relazioni sociali che si trasmetteva per generazioni, coinvolgendo territori anche distanti fra loro.

La ricerca fa parte del progetto COMMIOS , guidato dal professor Ian Armit e finanziato da un ERC Advanced Grant, che mira a combinare DNA antico, analisi isotopica, osteoarcheologia e archeologia funeraria per studiare la diversità, la mobilità e le dinamiche sociali nelle comunità dell’età del ferro in Gran Bretagna nel più ampio contesto europeo. 

📘 Fonte scientifica

  • 📄 Castells Navarro, L., Metz, S., Bleasdale, M., Evans, J., Legge, M., Büster et al., Reconnecting the dead in Iron Age Britain: funerary processing and long-distance connectivity at Loch Borralie, Scotland.
  • 📚 Antiquity (peer-reviewed) 1–19 (2026)
  • 🔗 doi:10.15184/aqy.2026.10353

    📘 Notizia verificata

    • 📄 Fonte: University of York ✅
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    DNA antico risolve un mistero di 12.000 anni

    Lo studio coordinato da Vienna e Liegi dimostra che oggi è possibile diagnosticare patologie genetiche specifiche in individui preistorici.

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    💀🔬 🧬 Nella Grotta del Romito (Calabria) identificata grazie al DNA antico la più antica malattia genetica mai diagnosticata: una displasia rara in una giovane vissuta 12.000 anni fa.

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    Studi | Romito 2, l’analisi del DNA di oltre 12mila anni fa rileva la più antica malattia genetica

    S&A

    Per la prima volta una malattia genetica rara è stata diagnosticata con certezza in un individuo vissuto nel Paleolitico superiore, oltre dodicimila anni fa. Lo studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, dimostra come gli strumenti della genetica clinica moderna possano essere applicati con successo al DNA antico, aprendo nuove prospettive sullo studio delle patologie nella preistoria.

    Al centro della ricerca vi è una celebre sepoltura rinvenuta nel 1963 nella Grotta del Romito, in Calabria: due individui deposti uno accanto all’altra, in un gesto interpretato come un abbraccio. Per decenni quella tomba ha sollevato interrogativi su identità biologica, parentela e condizioni fisiche dei due individui, noti come Romito 1 e Romito 2.

    Una sepoltura del Paleolitico superiore

    Il contesto archeologico della grotta è tra i più importanti dell’Italia meridionale per il Tardoglaciale. La doppia deposizione appartiene a gruppi di cacciatori-raccoglitori attivi in un ambiente ancora segnato dalle oscillazioni climatiche dell’ultima glaciazione.

    Romito 1, l’individuo adulto, presentava una statura inferiore alla media (circa 145 cm). Romito 2, adolescente, mostrava invece un marcato accorciamento degli arti e un’altezza stimata intorno ai 110 cm. Le anomalie scheletriche avevano suggerito già in passato l’ipotesi di una displasia acromesomelica, ma mancava una conferma molecolare.

    Il DNA dall’orecchio interno e la diagnosi genetica

    Un team internazionale con ricercatori della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Vienna, del Centro Ospedaliero Universitario di Liegi e dell’Università di Coimbra ha estratto il DNA antico dalla porzione petrosa dell’osso temporale, nell’orecchio interno, oggi considerata una delle fonti più affidabili per la conservazione del materiale genetico negli scheletri antichi.

    Le analisi hanno chiarito che entrambe erano di sesso femminile e parenti di primo grado, con ogni probabilità madre e figlia. Il dato più rilevante riguarda Romito 2: nel suo genoma è stata identificata una variante omozigote del gene NPR2, responsabile della displasia acromesomelica di tipo Maroteaux, una rara malattia ereditaria caratterizzata da grave riduzione della crescita e accorciamento delle porzioni distali e medie degli arti.

    Romito 1 risultava invece portatrice di una sola copia mutata del gene, condizione compatibile con una statura inferiore alla media ma priva delle manifestazioni più severe. Le caratteristiche genetiche osservate coincidono con i quadri clinici documentati nei pazienti contemporanei con mutazioni del gene NPR2.

    Paleogenomica e malattie rare: un nuovo scenario

    Lo studio segna un punto di svolta per la paleogenomica. Non solo consente di retrodatare con certezza la presenza di una specifica patologia genetica a oltre dodicimila anni fa, ma dimostra che le malattie rare non sono un fenomeno moderno. Varianti genetiche oggi considerate eccezionali erano già presenti nelle popolazioni preistoriche.

    L’applicazione delle metodologie della medicina genomica ai resti archeologici apre la possibilità di identificare altre condizioni finora invisibili all’analisi puramente osteologica, integrando diagnosi molecolari e studio morfologico.

    Un messaggio dal Paleolitico

    Al di là del dato clinico, la scoperta restituisce la dimensione sociale di quelle comunità. Romito 2 sopravvisse fino alla tarda adolescenza nonostante una grave limitazione motoria, in un contesto ambientale impegnativo. Ciò implica una cura continuativa, assistenza nell’approvvigionamento del cibo e probabilmente nel movimento durante gli spostamenti stagionali.

    In un’epoca spesso rappresentata come dominata esclusivamente dalla lotta per la sopravvivenza, la tomba della Grotta del Romito racconta invece una storia di relazioni, protezione e solidarietà. La genetica, intrecciandosi con l’archeologia, restituisce così non soltanto una diagnosi, ma un frammento di umanità condivisa attraverso i millenni.

    📘 Fonte scientifica (primaria)

    • 📄 Daniel M. Fernandes, Alejandro Llanos-Lizcano, Florian Brück, Victoria Oberreiter, Kadir Özdoğan, Olivia Cheronet, Michaela Lucci, Albert Beckers, Patrick Pétrossians, Alfredo Coppa*, Ron Pinhasi*, Adrian F. Daly* (* made equal contributions) A 12,000-Year-Old Case of NPR2-Related Acromesomelic Dysplasia
    • 🏛️ Sapienza Università di Roma, Università di Vienna, Centro Ospedaliero Universitario di Liegi e Università di Coimbra
    • 📚 New England Journal of Medicine (peer-reviewed) 2026, 394;5: 513-516
    • 🔗 https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2513616
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    NUOVO STUDIO IDENTIFICA UNA MALATTIA GENETICA SUI RESTI DI 12.000 ANNI FA - Daniele Mancini Archeologia

    Ricercatori guidati dall'Università di Vienna hanno identificato varianti genetiche associate a rara malattia ereditaria della crescita...

    Daniele Mancini Archeologia

    🧬 💀 🔬 Calabria, lo studio del DNA rivela il più antico caso di incesto: "Avvenne 3.500 anni fa, le prove dalla Grotta della Monaca, frequentata tra pastori nell'Età del Bronzo"

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    https://storiearcheostorie.com/2025/12/29/calabria-dna-piu-antico-caso-di-incesto-eta-del-bronzo/