34 anni fa, su un tratto di autostrada siciliana, la mafia provò a silenziare un’idea. Non ci riuscì.
Falcone non era solo un giudice: aveva capito, prima di quasi tutti, che la criminalità organizzata non conosce confini e che nemmeno la risposta può fermarsi ai confini nazionali.
Già nell’aprile 1992, poche settimane prima di essere ucciso, portò questa visione alle Nazioni Unite: specializzazione della magistratura, cooperazione giudiziaria internazionale, sequestro dei patrimoni criminali.
Oggi esiste persino una “Risoluzione Falcone”, adottata nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, che riconosce come il suo lavoro e il suo sacrificio abbiano aperto la strada al diritto penale internazionale antimafia.
Eppure l’Europa giudiziaria che immaginava non esiste ancora del tutto. La criminalità organizzata transnazionale (dal narcotraffico ai reati informatici, dal traffico di esseri umani al riciclaggio) attraversa i confini con una rapidità che le nostre istituzioni faticano ancora a eguagliare.
Ricordare Falcone, oggi, significa anche questo: pretendere che l’Europa finisca il lavoro che lui aveva iniziato.
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