a – arte invernizzi, milano, fino al 6 maggio: “fragilità. visioni di una forza formativa”, opere di dadamaino, morellet, sassolino, umberg, varisco

Foto Bruno Bani, Milano

FRAGILITÀ
VISIONI DI UNA FORZA FORMATIVA

DADAMAINO MORELLET SASSOLINO UMBERG VARISCO

A CURA DI DAVIDE MOGETTA
CATALOGO CON SAGGIO DI DAVIDE MOGETTA
12 MARZO – 6 MAGGIO 2026

CATALOGO DELLA MOSTRA

 

La galleria A arte Invernizzi ha inaugurato giovedì 12 marzo 2026 la mostra Fragilità. Visioni di una forza formativa, a cura di Davide Mogetta. L’esposizione intende indagare la tensione formativa della fragilità in alcune opere di Dadamaino, François Morellet, Arcangelo Sassolino, Günter Umberg e Grazia Varisco. Il progetto nasce da un dialogo fra Günter Umberg e Davide Mogetta a proposito della persistenza nella sua arte, a partire dagli anni Settanta, di un motivo insieme strettamente individuale e universale: l’incontro con la vulnerabilità.

Negli ultimi anni il tema della fragilità ha attraversato in vari modi le riflessioni sull’arte ed è soprattutto tornata in primo piano l’esperienza della fragilità del vivente, e più in particolare dell’umano: non solo come conseguenza di grandi crisi naturali, ma anche a seguito degli sconvolgimenti politici e sociali che ci circondano. Della fragilità ci si vuole certo prendere cura per salvaguardare ciò che è fragile; ma si vuole anche, talvolta, cambiarla di segno per trarne nuove energie. In un caso come nell’altro, sembra però che fragilità e resistenza debbano in fondo restare separate. Salvaguardare il fragile, insomma, o trasformarlo in forte. Eppure almeno in alcune ricerche artistiche sembra possibile riconoscere un altro percorso. È il tentativo di cogliere la fragilità all’interno della stessa tensione formativa. Non affinché quella forza la salvi, o la faccia reagire e la trasformi, ma perché la fragilità possa farsi forma di opere in sé potenti: tanto più potenti quanto più manifesta è la loro fragilità. Questa non diventa allora una forza formativa, lo è; e intesse concretamente le opere formandole. Lo fa a partire dal loro materiale, attraverso il modo in cui esso viene manipolato, e fino al modo in cui esse possono essere esposte e osservate.

Questa ipotesi è esplorata attraverso i lavori di cinque protagonisti appartenenti a diverse generazioni dell’arte internazionale. Le loro opere sono state presentate insieme in alcune occasioni, ma gli accostamenti proposti in questo progetto sono inediti. Essi invitano a interrogare il senso assunto dalla fragilità nei loro percorsi creativi, per affinità o contrasto. Può essere un tratto dell’esperienza interiore, che possiamo cogliere; può essere l’esito di una riflessione, ora sulla condizione umana, ora sui limiti della ragione, che sempre deborda nel sentire e nel fare artistico. In tutti i casi la fragilità caratterizza, in modi singolari, la fattura stessa delle loro opere. Ma questo non coincide in nessuna delle loro ricerche con una presa di posizione debole o rinunciataria, né con il lasciarsi indietro la fragilità da cui muovono. Essa, piuttosto, fa corpo unico con la tensione immaginativa, generatrice di forme allo stesso tempo precarie e solide, stabili e inquiete. Ecco allora che l’esposizione propone cinque visioni di una forza formativa che non è altro che fragilità. Invita a osservarla nelle opere medesime, nella misura in cui il loro farsi forma rende possibile cogliere dei rimandi a dimensioni ulteriori dell’esperienza.

Apre la mostra l’opera di François Morellet Spécial rococo n° 2 (2004) in dialogo conπ piquant neonly n° 7 1=12° (2007) presentata nella sala al piano superiore. Le due opere declinano il rapporto fra rigore geometrico-sistematico e sorpresa del caso, attraverso l’utilizzo di un materiale fragile e di accesa luminosità quale i tubi al neon. Nello stesso spazio sono esposte opere recenti di Arcangelo Sassolino: due in cemento e acciaio e due in vetro, acciaio e poliestere, le quali tradiscono l’attesa solidità del materiale che le costituisce con il loro aspetto vulnerabile.
Nella sala attigua Günter Umberg presenta opere in cera e pigmento su carta, risalenti ai primi anni Settanta, momento germinale del suo fare. In questi lavori egli trasforma la propria esperienza personale, irripetibile, imprimendo una forma artistica che apre a nuove immagini inattese.

Al piano inferiore della galleria vi è l’installazione Reticenze di Grazia Varisco realizzata per l’occasione, in cui l’artista deforma e riforma delle strutture reticolari in metallo, sospendendo l’istante di un movimento, che dialoga con quattro opere di Dadamaino, dai cicli “Il movimento delle cose” e “Sein und Zeit”, realizzati negli anni Novanta, i cui tratti che s’inseguono su fogli di poliestere, sembrano rendere visibile il paradosso di un gesto che è tanto più compiuto quanto più accetta di non potersi compiere una volta per tutte.
Il percorso espositivo si conclude con la recente installazione di Günter Umberg, in cui la relazione ritmica tra i sette lavori singoli che la compongono genera una forza attrattiva, il desiderio di avvicinarsi quanto più possibile all’opera, persino di toccarla, e che deve però rimanere interdetto per non distruggerla. Forza di attrazione e distanza si trovano in un conflitto costruttivo.

In occasione della mostra è stato pubblicato un catalogo bilingue contenente un saggio di Davide Mogetta, la riproduzione delle opere in mostra e un aggiornato apparato biografico degli artisti esposti.

 

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ancora fino al 19 novembre, a milano: “l’altra pittura” di gianni asdrubali

L’ALTRA PITTURA
A CURA DI LORENZO MADARO 
A ARTE INVERNIZZI

VIA DOMENICO SCARLATTI 12 20124 MILAN ITALY

CATALOGO CON SAGGIO DI LORENZO MADARO

24 SETTEMBREfino al 19 NOVEMBRE 2025
IN CONTEMPORANEA ALLA GALLERIA ARTRA DI MILANO

CATALOGO DELLA MOSTRA

MOSTRA E PDF

Le gallerie A arte Invernizzi e Artra hanno inaugurato mercoledì 24 settembre 2025 la mostra Gianni Asdrubali. L’altra pittura, a cura di Lorenzo Madaro.

La mostra, articolata nelle due sedi delle gallerie, con cui l’artista dialoga intensamente da decenni, diviene una antologica in grado di tracciare i punti focali imprescindibili di tutta la sua ricerca sin dagli esordi. Le due sezioni sono una in continuità con l’altra con incroci, tangenze speciali e a volte intrecci che le connettono costantemente.

Gianni Asdrubali (Tuscania, 1955) sviluppa la propria ricerca con convinzione dai primissimi Ottanta, rimanendo già in quegli anni autosufficiente e originale, fuori da ogni possibile categoria di riferimento, lontana dagli ismi e da ogni perimetro critico/curatoriale, fatta eccezione per l’Astrazione povera teorizzata da Filiberto Menna includendo oltre allo stesso Asdrubali anche Mariano Rossano, Bruno Querci e altri artisti.

L’arte con Gianni Asdrubali torna ad assumere una funzione primaria di spazio che indaga il sé della pittura, dopo la bolgia di colore, immagini, simboli, allegorie a cui la pittura in quegli anni ci stava abituando anche nelle sue espressioni più stimolanti, innovative, coinvolgenti.

Gianni Asdrubali già da quel decennio è infatti un battitore libero e solitario. Non silenzioso, non inerme, non immobile. La sua storia in quei primi momenti di sperimentazione è di impegno massimo nelle stanze dei suoi studi, alla ricerca della radice originaria di un segno mai incerto ma in costante movimento, proiettato – all’epoca come oggi – in una persistente fuoriuscita dalla tela, dal muro o comunque dal quadro in senso stretto. Tutto è propedeutico alla gestazione, al concepimento e all’affinamento di uno stile che non diventa mai un genere, che non inciampa mai nel caos totale della replica, bensì nell’ossessiva, meditata e insieme voluttuosa e caparbia capacità di costruzione di un alfabeto in costante movimento.

Opere in mostra come Camurro (1981) e Diodiavolo (1980) rivelano grovigli, contorsioni, capriole, tracce, alle volte forti e penetranti, altre che si assottigliano man mano che si allargano dalla matrice cromatica, rigorosamente nera, che quasi esplode in un lato dell’opera per farsi altro, per liberarsi della propria energia intrinseca. Ecco allora che con il passare degli anni – pensiamo a Aggroblanda del 1984, Bestia del 1985, Zaazze del 1986, per citare alcune tra le opere in mostra – la traccia di ogni segno si regolarizza in un sistema di coordinate ancor più approfondite, precise, che si allontana dalla gestualità informale per ricomporsi in un sistema in cui il segno si assottiglia per diventare un elemento autonomo, un apparente tubo che si apre per creare spazi di pieno e di vuoto in cui si inserisce il bianco della superficie che diviene “corpo”.

E se in opere come Malumazac del 1990 il segno inizia nuovamente ad allargarsi, ma non come groviglio bensì come traccia libera che si espande, in opere come Tromboloide del 1992 l’opera stessa diventa sagoma fatta esclusivamente di segno e il supporto è ritagliato attorno al segno stesso. Svolta, prende impossibili diagonali, alle volte torna indietro, si stratifica, poi si innalza, è come un’onda che si increspa e poi esplode nella libertà assoluta di una superficie che – ed è questo il filo conduttore di questa nuova fase, quella dei Novanta, più matura dell’artista – non finisce più sul proprio perimetro ma idealmente inizia a ampliarsi e sfrangiarsi del tutto sullo spazio attorno. Questa attitudine poi si svilupperà completamente negli anni più recenti, soprattutto negli interventi che realizza o sulle tele sagomate e assemblate, messe assieme a mo’ di arcipelago sprigionando un’energia sempre inesausta.

Energia. La pittura di Asdrubali è un concentrato che concilia riflessione e azione, impeto e calma, quella che occorre nello spazio concentrato dello studio, luogo di elaborazione progettuale, ma anche di allenamento verso quel continuo evolversi del segno stesso.

Tromboloide è una delle opere centrali di un transito in grado di generare nuove possibili traiettorie: il segno qui fa emergere un’altra delle identità della pittura di Asdrubali. Da un lato c’è quello netto, profondamente denso, totalizzante, e poi c’è la traccia del pennello semi asciutto che genera altre prospettive interne. Quindi la pittura non è soltanto il risultato della sua azione su una superficie ma anche il suo farsi, il suo essere processo.

La mostra poi prosegue con un’ampia sezione, divisa nelle due gallerie, di opere degli anni Duemila e, soprattutto, di quelli più recenti, dove l’energia di Asdrubali si è completamente dilatata e in cui la superficie assume un ruolo a volte perfino primario nella definizione degli spazi e delle prospettive delle pennellate, che si fanno sempre più tumultuose, irradianti, talvolta nevrotiche, iperattive, avvolgenti, dilatate, in un continuo rincorrersi di asimmetrie, di rinunce a una possibile regola stagnante.

Anche nell’opera recente comprendiamo come la ricerca di Asdrubali sia un battito cardiaco di un’esperienza che esplora il problema interno della pittura, ovvero l’energia e il vuoto.

In occasione della mostra è stato pubblicato un catalogo bilingue con un saggio di Lorenzo Madaro, la riproduzione delle opere esposte nelle due gallerie e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

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